In viaggio a tempo indeterminato/441: una casa portatile
Il primo gallo canta talmente forte che mi sembra sia entrato nella yurta e si sia messo a pochi centimetri dalla mia testa.
Chicchirichì.
Mi nascondo sotto il cuscino e mi appisolo qualche istante, giusto il tempo che passa tra un verso e l'altro.
Parte il secondo chicchirichì, poi il terzo, il quarto e il quinto. Ma quanti sono questi galli?
Poi un nitrito e il suono dei passi di un cavallo.
Guardo lo schermo del telefono. Sono le 6 e la luce entra già dalle fessure in alto nella yurta.
Mi scappa la pipì ma l'idea di uscire al freddo in quel bagno che altro non è che uno sgabuzzino di lamiera con un buco per terra, mi fa passare lo stimolo.
Sono avvolta sotto talmente tante coperte spesse che quasi non vedo Paolo. Stanotte ha fatto molto freddo perché siamo a 3000 metri, nel bel mezzo del nulla, accampati con una famiglia nomade kirghisa sulle rive del lago Song kul.
Sono giorni che vediamo sbucare qua e là le tradizionali yurte kirghise e appena abbiamo avuto la possibilità di dormirci, abbiamo colto l'occasione. Dopo un passaggio lunghissimo con una splendida famiglia che ci ha pure offerto il pranzo e il famoso latte di cavalla fermentato (scelta che poi rimpiangeremo per giorni!), abbiamo raggiunto le sponde del lago.
Appena scesi dall'auto il sole bollente e l'aria fresca e pulita ci hanno dato un'energia che non pensavamo di avere. E così ci siamo lanciati ad esplorare quelle immense praterie dove i cavalli corrono liberi, le mucche ruminano come se l'erba non finisse mai, le pecore si aggirano sonnecchianti ma curiose e le persone vivono in gigantesche tende rotonde.
Le yurte sono praticamente delle "case portatili".
La struttura è composta da un'intelaiatura circolare di legno che termina, nella parte alta, con un intreccio tradizionale. È lo stesso rappresentato sulla bandiera del Kirghizistan.
La struttura è ricoperta principalmente di feltro ottenuto dalla lana di pecora e legato con delle lunghe corde intrecciate a mano.
Queste tende bianche sono iconiche e da fuori sembrano semplici e monocolore. A me ricordano dei bocconcini di mozzarella. Al'interno, però, è tutta un'altra storia. Il feltro, infatti, non viene usato soltanto per isolare la yurta, ma diventa anche tappeto o ornamento decorativo. Motivi geometrici e simbolici, colori forti, bordi intrecciati.
All'interno la yurta è tutt'altro che sobria, ma soprattutto è organizzata secondo regole precise: ogni zona ha una sua funzione. Tradizionalmente c'era una parte destinata agli uomini e una alle donne, con gli oggetti della vita quotidiana sistemati in modo ordinato. Un tavolo basso attorno a cui sedersi per consumare il pasto o semplicemente bere un tè accomodandosi su tappeti e sottili materassi. E attorno a questa tavola il posto di maggior prestigio, proprio di fronte all'ingresso, era riservato agli ospiti e agli anziani.
È una tenda con tutti i comfort, se la si paragona a quella con cui stiamo viaggiando noi che ha due pali e una zanzariera. Dentro è gigantesca e sembra una costruzione laboriosa da realizzare.
A vederla non si direbbe, ma in realtà è progettata per essere smontata velocemente e rimontata da un'altra parte. E io che mi lamento se devo chiudere 2 sacchi a pelo la mattina!
I pastori nomadi kirghisi da secoli vivono e si spostano con queste tende enormi. Seguono il bestiame e le stagioni.
Anche oggi, soprattutto durante l'estate, vengono usate le yurte sui jailoo, gli alti pascoli dove le famiglie portano il bestiame durante la stagione calda. Tradizionalmente la costruzione della struttura in legno era affidata agli uomini, mentre le donne si occupavano delle decorazioni e delle coperture in feltro. Nessun dettaglio era di poco conto e tra una mungitura e l'altra si tesseva, ricamava e decorava la yurta.
Potremmo definirlo un "glamping"? Forse per rispetto della tradizione kirghisa sarebbe meglio di no!
Ma le yurte avevano davvero tutto quello che serviva per le esigenze di famiglie numerose e spesso erano molto più di case.
Erano il luogo dove ci si riuniva per celebrare nascite, matrimoni, feste e anche funerali. Una yurta poteva essere tramandata dai genitori ai figli quasi come una sorta di eredità di famiglia. Per questo ancora oggi rappresenta qualcosa di molto più profondo di una semplice abitazione. È un simbolo della famiglia, dell'ospitalità e dell'identità nomade kirghisa.

Stavamo camminando nei pascoli attorno al lago quando vediamo comparire un accampamento. Seduta davanti alla porta in legno intagliato, notiamo una donna. Ci avviciniamo salutandola. Usiamo "As-salamu alaykum" ("Che la pace sia con te") come si fa in questa parte di mondo. Ci sorride. A gesti le chiediamo se possiamo dormire nella yurta. Ci dice di sì e inizia così un'esperienza che non dimenticheremo mai.
Paolo lo scambiano per un attore turco, dicono gli somigli. E così diventiamo subito Anghela e Nikola.
Ripetono i nostri nomi mentre intrecciamo insieme delle corde, mentre giochiamo a pallone, mentre le facciamo girare come fossimo una giostra.
La mamma, quella donna seduta poco prima davanti alla porta della yurta, ha la mia età e non le sembra vero che mentre lei è a quota 4 figlie femmine, io sia a zero.
La più piccola ha 3 anni, la più grande 12.
Ognuna ha il suo compito. Dar da mangiare alle galline, preparare il tè, radunare le mucche per la mungitura, fare avvicinare i cavalli.
Non è una vita semplice, anzi.
E la mamma della famiglia me lo fa capire subito, anche se non parliamo la stessa lingua.
Le cavalle vanno munte 6 volte al giorno. Le mucche 2.
Mi fa segno che le fanno male le braccia a fine giornata, ma quel latte lo vendono quindi non può fare altrimenti.
Tutta la famiglia, 4 figlie e i 2 genitori, vivono dentro una casetta di lamiera con un'unica stanza. Hanno anche una yurta ma la affittano a chi passa di lì in quei 2 mesi estivi all'anno in cui portano gli animali a pascolare a 3000 metri.
A fine agosto poi scendono verso valle dove le temperature sono più clementi.

Appena ho messo piede nella yurta i miei occhi hanno dovuto abituarsi alla penombra dopo la luce accecante del sole. Ma poi, seduta sul tappeto, con una ciotola di tè in mano, ho iniziato a osservare i dettagli. L'intreccio della struttura, i tessuti ricamati, i materassi ricoperti da motivi floreali.
E un unico pensiero mi ha riempito la mente: la vita che facciamo è solo il risultato di una carta giocata dal destino.
Se fossi nata in Kirghizistan probabilmente anche io ora avrei dolore ai polsi per aver munto gli animali tutto il giorno, guarderei i miei 4 bambini che giocano accanto a me e mi sentirei addosso l'odore del legno che brucia nella stufa.
E invece sono qui, osservatrice di un mondo che non è ancora scomparso ma resiste tra le steppe del Kirghizistan.
Quella della yurta non è una tradizione rimasta congelata nel passato. In un Paese moderno, con città, automobili, internet e grattacieli, continua a essere uno dei simboli più forti dell'identità nazionale. Una casa che può essere smontata e portata via ma che allo stesso tempo rappresenta delle radici forti.
Chicchirichì.
Mi nascondo sotto il cuscino e mi appisolo qualche istante, giusto il tempo che passa tra un verso e l'altro.
Parte il secondo chicchirichì, poi il terzo, il quarto e il quinto. Ma quanti sono questi galli?
Poi un nitrito e il suono dei passi di un cavallo.
Guardo lo schermo del telefono. Sono le 6 e la luce entra già dalle fessure in alto nella yurta.
Mi scappa la pipì ma l'idea di uscire al freddo in quel bagno che altro non è che uno sgabuzzino di lamiera con un buco per terra, mi fa passare lo stimolo.
Sono avvolta sotto talmente tante coperte spesse che quasi non vedo Paolo. Stanotte ha fatto molto freddo perché siamo a 3000 metri, nel bel mezzo del nulla, accampati con una famiglia nomade kirghisa sulle rive del lago Song kul.
Sono giorni che vediamo sbucare qua e là le tradizionali yurte kirghise e appena abbiamo avuto la possibilità di dormirci, abbiamo colto l'occasione. Dopo un passaggio lunghissimo con una splendida famiglia che ci ha pure offerto il pranzo e il famoso latte di cavalla fermentato (scelta che poi rimpiangeremo per giorni!), abbiamo raggiunto le sponde del lago.
Appena scesi dall'auto il sole bollente e l'aria fresca e pulita ci hanno dato un'energia che non pensavamo di avere. E così ci siamo lanciati ad esplorare quelle immense praterie dove i cavalli corrono liberi, le mucche ruminano come se l'erba non finisse mai, le pecore si aggirano sonnecchianti ma curiose e le persone vivono in gigantesche tende rotonde.
Le yurte sono praticamente delle "case portatili".
La struttura è composta da un'intelaiatura circolare di legno che termina, nella parte alta, con un intreccio tradizionale. È lo stesso rappresentato sulla bandiera del Kirghizistan.
La struttura è ricoperta principalmente di feltro ottenuto dalla lana di pecora e legato con delle lunghe corde intrecciate a mano.
Queste tende bianche sono iconiche e da fuori sembrano semplici e monocolore. A me ricordano dei bocconcini di mozzarella. Al'interno, però, è tutta un'altra storia. Il feltro, infatti, non viene usato soltanto per isolare la yurta, ma diventa anche tappeto o ornamento decorativo. Motivi geometrici e simbolici, colori forti, bordi intrecciati.
All'interno la yurta è tutt'altro che sobria, ma soprattutto è organizzata secondo regole precise: ogni zona ha una sua funzione. Tradizionalmente c'era una parte destinata agli uomini e una alle donne, con gli oggetti della vita quotidiana sistemati in modo ordinato. Un tavolo basso attorno a cui sedersi per consumare il pasto o semplicemente bere un tè accomodandosi su tappeti e sottili materassi. E attorno a questa tavola il posto di maggior prestigio, proprio di fronte all'ingresso, era riservato agli ospiti e agli anziani.
È una tenda con tutti i comfort, se la si paragona a quella con cui stiamo viaggiando noi che ha due pali e una zanzariera. Dentro è gigantesca e sembra una costruzione laboriosa da realizzare.
A vederla non si direbbe, ma in realtà è progettata per essere smontata velocemente e rimontata da un'altra parte. E io che mi lamento se devo chiudere 2 sacchi a pelo la mattina!
I pastori nomadi kirghisi da secoli vivono e si spostano con queste tende enormi. Seguono il bestiame e le stagioni.
Anche oggi, soprattutto durante l'estate, vengono usate le yurte sui jailoo, gli alti pascoli dove le famiglie portano il bestiame durante la stagione calda. Tradizionalmente la costruzione della struttura in legno era affidata agli uomini, mentre le donne si occupavano delle decorazioni e delle coperture in feltro. Nessun dettaglio era di poco conto e tra una mungitura e l'altra si tesseva, ricamava e decorava la yurta.
Potremmo definirlo un "glamping"? Forse per rispetto della tradizione kirghisa sarebbe meglio di no!
Ma le yurte avevano davvero tutto quello che serviva per le esigenze di famiglie numerose e spesso erano molto più di case.
Erano il luogo dove ci si riuniva per celebrare nascite, matrimoni, feste e anche funerali. Una yurta poteva essere tramandata dai genitori ai figli quasi come una sorta di eredità di famiglia. Per questo ancora oggi rappresenta qualcosa di molto più profondo di una semplice abitazione. È un simbolo della famiglia, dell'ospitalità e dell'identità nomade kirghisa.

Stavamo camminando nei pascoli attorno al lago quando vediamo comparire un accampamento. Seduta davanti alla porta in legno intagliato, notiamo una donna. Ci avviciniamo salutandola. Usiamo "As-salamu alaykum" ("Che la pace sia con te") come si fa in questa parte di mondo. Ci sorride. A gesti le chiediamo se possiamo dormire nella yurta. Ci dice di sì e inizia così un'esperienza che non dimenticheremo mai.
Paolo lo scambiano per un attore turco, dicono gli somigli. E così diventiamo subito Anghela e Nikola.
Ripetono i nostri nomi mentre intrecciamo insieme delle corde, mentre giochiamo a pallone, mentre le facciamo girare come fossimo una giostra.
La mamma, quella donna seduta poco prima davanti alla porta della yurta, ha la mia età e non le sembra vero che mentre lei è a quota 4 figlie femmine, io sia a zero.
La più piccola ha 3 anni, la più grande 12.
Ognuna ha il suo compito. Dar da mangiare alle galline, preparare il tè, radunare le mucche per la mungitura, fare avvicinare i cavalli.
Non è una vita semplice, anzi.
E la mamma della famiglia me lo fa capire subito, anche se non parliamo la stessa lingua.
Le cavalle vanno munte 6 volte al giorno. Le mucche 2.
Mi fa segno che le fanno male le braccia a fine giornata, ma quel latte lo vendono quindi non può fare altrimenti.
Tutta la famiglia, 4 figlie e i 2 genitori, vivono dentro una casetta di lamiera con un'unica stanza. Hanno anche una yurta ma la affittano a chi passa di lì in quei 2 mesi estivi all'anno in cui portano gli animali a pascolare a 3000 metri.
A fine agosto poi scendono verso valle dove le temperature sono più clementi.

Appena ho messo piede nella yurta i miei occhi hanno dovuto abituarsi alla penombra dopo la luce accecante del sole. Ma poi, seduta sul tappeto, con una ciotola di tè in mano, ho iniziato a osservare i dettagli. L'intreccio della struttura, i tessuti ricamati, i materassi ricoperti da motivi floreali.
E un unico pensiero mi ha riempito la mente: la vita che facciamo è solo il risultato di una carta giocata dal destino.
Se fossi nata in Kirghizistan probabilmente anche io ora avrei dolore ai polsi per aver munto gli animali tutto il giorno, guarderei i miei 4 bambini che giocano accanto a me e mi sentirei addosso l'odore del legno che brucia nella stufa.
E invece sono qui, osservatrice di un mondo che non è ancora scomparso ma resiste tra le steppe del Kirghizistan.
Quella della yurta non è una tradizione rimasta congelata nel passato. In un Paese moderno, con città, automobili, internet e grattacieli, continua a essere uno dei simboli più forti dell'identità nazionale. Una casa che può essere smontata e portata via ma che allo stesso tempo rappresenta delle radici forti.
Angela (e Paolo)




















