Memorie di agosto: un viaggio tra storia, ricordi e attualità
Nel guardare la sonnolente Adda, che scivola tra anse e contro anse di quest’estate rovente, camminando lungo la ciclopedonabile, che da Olginate porta a Paderno D’Adda fino ai vecchi navigli, mi è ritornata in mente la conferenza dal Premio Nobel Carlo Rubbia, tenuta il 1°ottobre 2011 alle ore 21, al Teatro della Società di Lecco. Carlo Rubbia prospettava una rivoluzione planetaria del cambiamento climatico, annunciando l’aumento della temperatura di questo Paese e della desertificazione climatica. Lo scenario configurato mi sembrava impossibile e improbabile, invece, il Triestino, aveva previsto quello che stiamo vivendo.
Guardando il verde intenso del fiume, macchiato da ampie pennellate di mucillaggine, lasciando andare, come in trans, le inattese associazioni del pensiero, la memoria rievocativa si è messa a girare come una pallina del flipper, producendo flèche agostani.
L’agosto che più rimbalza tra una sponda e l’altra del mio flipper mentale è il 1968.
Stavo camminando lungo un marciapiede della Versilia, faceva caldo, ma la brezza del mare, la lunga spiaggia tempestata di ombrelloni e lettini da sbarco con graziosi e attraenti corpi solleticavano la fantasia di un adolescente. Tutto si bloccò di colpo quando lo sguardo si impiccò di fronte a quel carrarmato comparso sul monitor.
Praga era invasa da carrarmati sovietici. Era la fine della rivoluzione dolce della Primavera di Praga di Alexander Dubcek, di un socialismo umanitario e libertario. Quei carrarmati annunciarono la fine del socialismo reale e il crollo del muro di Berlino del 9 novembre 1989. Il muro, il totem malefico e divisorio, era stato eretto nell’agosto nel 1961 E, per i paradossi strambi, indefiniti giochi dell’infinito cosmo del destino, il giovane studente Jan Palach, che si immolò nella Piazza di San Venceslao a Praga, era nato l’11 agosto 1948.
Palach è rimasto nella memoria come il simbolo indelebile, monumentale del rifiuto totale e incondizionato nei confronti di qualsiasi regime.
Mentre camminavo in compagnia del mio poeta fantasma, Robert Walser, mi dicevo che per tutti c’è un agosto che ha scrollato le gialle foglie di calore, che ha scosso le chiome dei pini marini o fatto ondeggiare gli esclamativi pioppi.
Infatti, è impossibile rimuovere dalla memoria storica e personale certe date: Hiroshima e Nagasaki, agosto 1945; Woodstock 1969; la strage dell’Italicus 1974; la strage di Bologna 1980; il golpe in URSS 1991; il crollo del ponte Morandi 2018; la caduta di kabul 2021 e altre ancora.
Di questo agosto, oltre al cambiamento bioclimatico, ci ricorderemo la guerra interminabile tra Russia e Ucraino, il conflitto in Medio Oriente tra Usa, Iran Israele, Gaza, Ceuta e tanti altri luoghi nei quali la storia continua a precipitare.
Ma ciò che colpisce la mia memoria sono i volti dei giovani che cercano di varcare questo limes culturale, geopolitico che vagheggia in Europa come il naso del racconto di Nikolaj Gogol, il quale, fuggendo dal volto del proprietario, si aggira per Pietroburgo vestito da generale. In questo periodo ci sono molteplici nasi che girano travestiti da generali onnipotenti, che credono di essere i padroni del mondo.
Forse, ha ragione Ivan Karamazov, quando racconta al fratello Alësa, la storia del Grande Inquisitore: l’uomo vuole il pane e, per il pane, è disposto a vendere la sua libertà, la sua felicità e consegnarsi al primo ‘imperatore’.
I ragazzi che scappano, che muoiono in Iran, come a Gaza, come nel Mediterraneo, cercano la libertà e un lavoro dignitoso. Aveva ragione Voltaire. E, riflettendomi nella verde Adda, mi accorgo di essere come un apolide, che cammina sotto il sole cocente alla ''ricerca di qualcosa che non trovano…''
Guardando il verde intenso del fiume, macchiato da ampie pennellate di mucillaggine, lasciando andare, come in trans, le inattese associazioni del pensiero, la memoria rievocativa si è messa a girare come una pallina del flipper, producendo flèche agostani.
L’agosto che più rimbalza tra una sponda e l’altra del mio flipper mentale è il 1968.
Stavo camminando lungo un marciapiede della Versilia, faceva caldo, ma la brezza del mare, la lunga spiaggia tempestata di ombrelloni e lettini da sbarco con graziosi e attraenti corpi solleticavano la fantasia di un adolescente. Tutto si bloccò di colpo quando lo sguardo si impiccò di fronte a quel carrarmato comparso sul monitor.
Praga era invasa da carrarmati sovietici. Era la fine della rivoluzione dolce della Primavera di Praga di Alexander Dubcek, di un socialismo umanitario e libertario. Quei carrarmati annunciarono la fine del socialismo reale e il crollo del muro di Berlino del 9 novembre 1989. Il muro, il totem malefico e divisorio, era stato eretto nell’agosto nel 1961 E, per i paradossi strambi, indefiniti giochi dell’infinito cosmo del destino, il giovane studente Jan Palach, che si immolò nella Piazza di San Venceslao a Praga, era nato l’11 agosto 1948.
Palach è rimasto nella memoria come il simbolo indelebile, monumentale del rifiuto totale e incondizionato nei confronti di qualsiasi regime.
Mentre camminavo in compagnia del mio poeta fantasma, Robert Walser, mi dicevo che per tutti c’è un agosto che ha scrollato le gialle foglie di calore, che ha scosso le chiome dei pini marini o fatto ondeggiare gli esclamativi pioppi.
Infatti, è impossibile rimuovere dalla memoria storica e personale certe date: Hiroshima e Nagasaki, agosto 1945; Woodstock 1969; la strage dell’Italicus 1974; la strage di Bologna 1980; il golpe in URSS 1991; il crollo del ponte Morandi 2018; la caduta di kabul 2021 e altre ancora.
Di questo agosto, oltre al cambiamento bioclimatico, ci ricorderemo la guerra interminabile tra Russia e Ucraino, il conflitto in Medio Oriente tra Usa, Iran Israele, Gaza, Ceuta e tanti altri luoghi nei quali la storia continua a precipitare.
Ma ciò che colpisce la mia memoria sono i volti dei giovani che cercano di varcare questo limes culturale, geopolitico che vagheggia in Europa come il naso del racconto di Nikolaj Gogol, il quale, fuggendo dal volto del proprietario, si aggira per Pietroburgo vestito da generale. In questo periodo ci sono molteplici nasi che girano travestiti da generali onnipotenti, che credono di essere i padroni del mondo.
Forse, ha ragione Ivan Karamazov, quando racconta al fratello Alësa, la storia del Grande Inquisitore: l’uomo vuole il pane e, per il pane, è disposto a vendere la sua libertà, la sua felicità e consegnarsi al primo ‘imperatore’.
I ragazzi che scappano, che muoiono in Iran, come a Gaza, come nel Mediterraneo, cercano la libertà e un lavoro dignitoso. Aveva ragione Voltaire. E, riflettendomi nella verde Adda, mi accorgo di essere come un apolide, che cammina sotto il sole cocente alla ''ricerca di qualcosa che non trovano…''
Dr. Enrico Magni, Psicologo, criminologo, giornalista




















