Non solo un nome in cronaca: serve un sistema permanente di prevenzione per il lago
Ieri a Malgrate è morto un ragazzo. Aveva vent'anni. È annegato nel lago. Non sappiamo nemmeno il suo nome. E forse è proprio questa la cosa che dovrebbe farci riflettere: domani la cronaca registrerà un altro episodio, tra qualche giorno ne parleremo ancora, poi arriverà un'altra stagione e rischieremo di ritrovarci esattamente al punto di partenza.
Tre anni fa, a Lecco, era morto Bubacarr Darboe, anche lui giovanissimo, diciottenne. Appena arrivato in città da un viaggio inumano della speranza.
Con una frequenza impressionante, anche prima di allora, il Lario continua a restituirci storie che finiscono nello stesso modo: un ragazzo, un uomo, l'acqua, un tuffo o una nuotata, un'emergenza, la tragedia.
Eppure il lago, soprattutto d'estate, sembra tutt'altro. È bellissimo. Fa caldo. Hai vent'anni, sei con gli amici. Ti tuffi, magari nemmeno quello, nuoti, ti diverti, sorridi alla vita. Insomma giustamente non pensi alla morte.
È proprio qui che dobbiamo intervenire. Perché il Lago non è una pozzanghera ed è infingardo. È un ambiente naturale straordinario, ma anche imprevedibile: profondità, temperature, correnti, fondali, imbarcazioni. E non basta pensare che bastino due cartelli - magari messi dopo una tragedia come quella di Lecco - per trasformare questa conoscenza in consapevolezza.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato scaricare tutto sui ragazzi, su chi paga un prezzo sproporzionato alla tragedia. Certo, esistono comportamenti irresponsabili. Ci sono tuffi dove non si dovrebbe, persone che ignorano i divieti, le regole. Ma questa volta non sembra nemmeno che ci sia stata necessariamente una trasgressione a una regola, a una conoscenza.
E allora la domanda diventa un'altra: quanto abbiamo fatto noi, come comunità e come istituzioni, perché quella regola fosse conosciuta, compresa e soprattutto perché il rischio fosse percepito? SERVIREBBE una vera politica ancora più attenta della sicurezza del Lario, costruita insieme dai Comuni rivieraschi, dalla Guardia Costiera ausiliaria della Regione, dalle forze di polizia, dalla Protezione civile, dalle associazioni e da chi il lago lo conosce davvero.
Una mappatura ancora più puntuale dei punti più pericolosi. Una segnaletica omogenea e realmente comprensibile. Controlli nei luoghi e negli orari più esposti. Presidi durante i periodi di maggiore afflusso. Informazione nelle scuole e nei luoghi frequentati dai giovani e dai turisti in primis. E magari anche un coinvolgimento diretto di chi vive il lago, dagli operatori alle associazioni sportive e nautiche. Non una campagna fatta dopo ogni morto. Un sistema permanente di prevenzione.
E ci sarebbe anche un'altra cosa da fare: imparare a parlare di queste tragedie con pietà. Leggere certi commenti sui social sotto le notizie fa male quasi quanto la cronaca stessa. Giudizi, sarcasmo, colpe distribuite dalla tastiera, sentenze pronunciate su persone che non conosciamo e su fatti che non conosciamo. La pietas, nel senso più antico e più laico della parola, è anche questo: riconoscere il dolore dell'altro e avere rispetto davanti alla morte.
Quel ragazzo, non è una statistica. Non è una riga di cronaca. Non è una postilla burocratica. È una vita finita troppo presto. E proprio perché non possiamo restituirgliela, possiamo almeno decidere che la sua morte non finisca lì.
Facciamola diventare, davvero, un impegno pubblico. Per conoscere meglio il nostro lago. Per controllarlo meglio. Per educare meglio. Per prevenire meglio. Lo si era già chiesto, anche con strumenti non ordinari come un esposto alla Procura, tre anni fa - e non solo - dopo la morte a un passo dalla statua di S.Nicolò del giovanissimo Bubacarr Darboe. Allora misero solo i cartelli in più lingue. Chiediamolo ancora.
Perché il prossimo ragazzo, turista, chiunque che entrerà nell'acqua possa uscirne ridendo con i suoi amici. E non diventare, ancora una volta, soltanto l'ennesimo nome che non abbiamo fatto in tempo a conoscere.
Tre anni fa, a Lecco, era morto Bubacarr Darboe, anche lui giovanissimo, diciottenne. Appena arrivato in città da un viaggio inumano della speranza.
Con una frequenza impressionante, anche prima di allora, il Lario continua a restituirci storie che finiscono nello stesso modo: un ragazzo, un uomo, l'acqua, un tuffo o una nuotata, un'emergenza, la tragedia.
Eppure il lago, soprattutto d'estate, sembra tutt'altro. È bellissimo. Fa caldo. Hai vent'anni, sei con gli amici. Ti tuffi, magari nemmeno quello, nuoti, ti diverti, sorridi alla vita. Insomma giustamente non pensi alla morte.
È proprio qui che dobbiamo intervenire. Perché il Lago non è una pozzanghera ed è infingardo. È un ambiente naturale straordinario, ma anche imprevedibile: profondità, temperature, correnti, fondali, imbarcazioni. E non basta pensare che bastino due cartelli - magari messi dopo una tragedia come quella di Lecco - per trasformare questa conoscenza in consapevolezza.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato scaricare tutto sui ragazzi, su chi paga un prezzo sproporzionato alla tragedia. Certo, esistono comportamenti irresponsabili. Ci sono tuffi dove non si dovrebbe, persone che ignorano i divieti, le regole. Ma questa volta non sembra nemmeno che ci sia stata necessariamente una trasgressione a una regola, a una conoscenza.
E allora la domanda diventa un'altra: quanto abbiamo fatto noi, come comunità e come istituzioni, perché quella regola fosse conosciuta, compresa e soprattutto perché il rischio fosse percepito? SERVIREBBE una vera politica ancora più attenta della sicurezza del Lario, costruita insieme dai Comuni rivieraschi, dalla Guardia Costiera ausiliaria della Regione, dalle forze di polizia, dalla Protezione civile, dalle associazioni e da chi il lago lo conosce davvero.
Una mappatura ancora più puntuale dei punti più pericolosi. Una segnaletica omogenea e realmente comprensibile. Controlli nei luoghi e negli orari più esposti. Presidi durante i periodi di maggiore afflusso. Informazione nelle scuole e nei luoghi frequentati dai giovani e dai turisti in primis. E magari anche un coinvolgimento diretto di chi vive il lago, dagli operatori alle associazioni sportive e nautiche. Non una campagna fatta dopo ogni morto. Un sistema permanente di prevenzione.
E ci sarebbe anche un'altra cosa da fare: imparare a parlare di queste tragedie con pietà. Leggere certi commenti sui social sotto le notizie fa male quasi quanto la cronaca stessa. Giudizi, sarcasmo, colpe distribuite dalla tastiera, sentenze pronunciate su persone che non conosciamo e su fatti che non conosciamo. La pietas, nel senso più antico e più laico della parola, è anche questo: riconoscere il dolore dell'altro e avere rispetto davanti alla morte.
Quel ragazzo, non è una statistica. Non è una riga di cronaca. Non è una postilla burocratica. È una vita finita troppo presto. E proprio perché non possiamo restituirgliela, possiamo almeno decidere che la sua morte non finisca lì.
Facciamola diventare, davvero, un impegno pubblico. Per conoscere meglio il nostro lago. Per controllarlo meglio. Per educare meglio. Per prevenire meglio. Lo si era già chiesto, anche con strumenti non ordinari come un esposto alla Procura, tre anni fa - e non solo - dopo la morte a un passo dalla statua di S.Nicolò del giovanissimo Bubacarr Darboe. Allora misero solo i cartelli in più lingue. Chiediamolo ancora.
Perché il prossimo ragazzo, turista, chiunque che entrerà nell'acqua possa uscirne ridendo con i suoi amici. E non diventare, ancora una volta, soltanto l'ennesimo nome che non abbiamo fatto in tempo a conoscere.
Paolo Trezzi




















