Da Premana alle pareti delle Torri di Trango, in Pakistan: l'esperienza di Pietro Spazzadeschi
Una spedizione durata oltre un mese, in luoghi che distano giorni “dalla civiltà”, costantemente ad oltre 4000 metri di altitudine, per completare alcune delle vie di arrampicata più belle, dure e famose al mondo. È questa la straordinaria esperienza vissuta nelle scorse settimane dal ventiquattrenne premanese Pietro Spazzadeschi, insieme con gli amici e abituali compagni di arrampicata Alessandro Gadola (di due anni più grande) e Davide Nesa (di un anno più giovane). Proprio da quest’ultimo – che aveva già affrontato una spedizione in India – era nata, all’inizio del 2026, l’idea di “avventurarsi” nelle lande pakistane, a pochi passi da alcuni “giganti” come il K2 e i vicini Broad Peak, Gasherbrum e Masherbrum.
L’interesse si era rivolto fin da subito verso uno dei rami del grande Ghiacciaio del Baltoro, sulla catena montuosa del Karakorum, nel Pakistan settentrionale. Là dove si ergono le celebri Torri di Trango, tra le quali la Nameless Tower, sulla quale nel 1989 alcuni tra i più forti alpinisti del tempo - Kurt Albert, Wolfgang Güllich, Christof Stiegler e Milan Sykora – aprirono una delle vie tutt’ora considerate più difficili e spettacolari di tutto il globo: “Eternal Flame”.
“I preparativi per la partenza sono stati lunghi e anche un po’ “faticosi”. Basti pensare che dovevamo predisporre tutto il necessario per stare un mese nel Nord del Pakistan, in mezzo al nulla, ad arrampicare. Per citare solo alcune cose, abbiamo dovuto preparare tutto il materiale per la parete, abbiamo dovuto recuperare un telefono satellitare e stipulare un contratto per utilizzarlo, abbiamo dovuto recuperare i farmaci necessari per tutte le evenienze, abbiamo dovuto “studiare” le pareti che saremmo andati ad affrontare” ci racconta Pietro, che tiene a sottolineare come “al di là di tutti questi aspetti anche molto pratici, la prima e più grande preparazione è quella che ti viene data dai tanti anni di esperienza in montagna. E quella non si improvvisa. Sia io che i miei due compagni andiamo in montagna da quando siamo piccolissimi, praticamente da vent’anni, praticando non solo arrampicata su vari terreni, ma anche sci alpinismo, corsa, mountain bike. Dunque, il punto di partenza e la condizione necessaria per affrontare una spedizione di questo tipo è la grande esperienza, che si lega ad un altrettanto grande passione e che si costruisce negli anni, in tanti anni”.

Tornando all’organizzazione della spedizione, “per tutti gli spostamenti e le questioni logistiche ci siamo affidati ad un’agenzia del luogo, una scelta di fatto obbligata per tutti coloro che si recano in quelle zone. Fino al campo base, loro pensano veramente a tutto, occupandosi dei soggiorni e dei trasferimenti interni al Pakistan, oltre che del trasporto di buona parte del materiale e dei pasti per tutto il periodo in cui siamo rimasti al campo” prosegue.
La spedizione in terra asiatica di Pietro, Davide e Alessandro ha preso il via lo scorso 4 luglio, quando i tre giovani climber lasciano l’Italia dall’aeroporto di Malpensa in direzione di Islamabad, la capitale del Pakistan. Trascorso lì il primo giorno, inizia il trasferimento verso il Ghiacciaio del Baltoro, prima con un volo interno verso Skardu (una città di circa 100.000 abitanti, tra le più importanti vie d’accesso alla catena montuosa del Karakorum), poi con uno spostamento di circa sette ore in jeep, attraverso la Shigar Valley, fino ad Askole (a circa 3000 metri di altitudine), da dove prende il via il lungo viaggio a piedi verso il campo base ai piedi delle Torri di Trango, insieme con la guida, due portatori, diversi muli, oltre al cuoco e all’aiuto cuoco (due giovani locali, questi ultimi, che avrebbero passato tutte le settimane successive insieme al gruppo).
Dopo una prima sosta presso il campo base di Korophon, altri due giorni di trekking – intervallati da una seconda sosta, presso Payu - conducono i tre giovani fino ai 4050 metri del campo base ai piedi delle Torri di Trango, dove trovano un’altra spedizione italiana, con Stefano Ragazzo e Silvia Loreggian, già sul posto da qualche giorno.

“In verità non avevamo un piano ben dettagliato, semplicemente volevamo scalare il più possibile nella zona delle Torri” ci racconta ancora Pietro. Già il primo giorno, i tre ripetono una via poco distante dalle tende, la Karakoram Kush, fino ai 4700 metri del Garda Peak. Per poi decidere, visto l’arrivo di una finestra di bel tempo, di provare fin da subito l’attacco a “Eternal Flame”, anche se non ancora acclimatati a quella quota. Il giorno successivo, 11 luglio, il secondo al campo base, Pietro e i suoi compagni partono verso la base della Nameless Tower, con un cammino di avvicinamento non semplice, che li porta fino a 5300 metri per il cosiddetto “deposito”: in sostanza, portare all’attacco della via tutto il materiale necessario per la salita. I tre giorni successivi sono riservati al riposo, al campo base. Il 15 luglio si riparte verso la Nameless Tower.

La mattinata è abbastanza complicata, visto il tempo meno bello del previsto, con qualche goccia di pioggia che ritarda la partenza dal campo base, e a seguire una nevicata che, un po’ più in alto, costringe i tre a fermarsi per un po’. Nel pomeriggio, però, ci siamo. Pietro, Alessandro e Davide sono ai piedi di quel gigante di granito, dove organizzano una piazzola e sistemano la tenda per passare la notte.

Il giorno successivo, alle ore 6.30 inizia la salita verso i 6251 metri di quota della vetta, attraverso una via dura, con un dislivello intorno ai 900 metri e uno sviluppo di 1000-1100 metri. L’ascesa dura in totale tre giorni e viene così suddivisa: il primo giorno i tre raggiungono una prima cengia (una stretta sporgenza pianeggiante o un piccolo ripiano che interrompe la verticalità di una parete rocciosa), dove organizzano il bivacco per la notte, non prima di aver effettuato qualche tiro sul tratto di parete che segue. “Fare qualche tiro oltre la cengia è un modo per “portarsi avanti” per il giorno successivo.
Infatti, salendo si piazzano delle corde che poi vanno solo risalite, facendo molta meno fatica. Mentre un paio di noi facevano questo, l’altro restava lì ad organizzare la tenda, a “fare acqua” facendo sciogliere la neve, a preparare la cena” racconta Pietro, spiegando che “di fatto, arrampicavamo quasi dodici ore al giorno, ma anche prima e dopo il “tempo libero” era veramente poco”, rendendo i giorni in parete particolarmente duri e carichi di tensione, ma… altrettanto emozionanti. Il secondo giorno i tre raggiungono la seconda cengia, scalando il tratto più lungo e difficile della via. Dopo aver effettuato qualche tiro per “avvantaggiarsi” e trascorsa un’altra notte in parete, il giorno successivo restano le ultime centinaia di metri, prima con qualche tiro di roccia e poi con gli ultimi passaggi di “misto” (roccia e ghiaccio).

Intorno alle 15 del 18 luglio Pietro, Alessandro e Davide completano “Eternal Flame”, raggiungendo la cima della Nameless Tower, dove si apre loro una vista mozzafiato. Dal punto di vista tecnico, la salita viene completata con alcuni tratti in arrampicata “libera” (dove i materiali di ancoraggio vengono utilizzati soltanto per la protezione) e con altri in arrampicata artificiale (in cui i punti di ancoraggio sono utilizzati per la progressione vera e propria). “Alcuni tiri erano molto difficili, spesso anche bagnati dalla neve che si scioglieva sopra di noi. Soltanto tre volte Eternal Flame è stata percorsa interamente in libera, da alcuni degli alpinisti più forti del mondo” ci spiega Pietro.
Visto il meteo favorevole - “tre giorni stupendi” quelli della salita - e un’aria non troppo fredda, i tre passano quasi un’ora in vetta, prima di effettuare la discesa fino alla prima cengia, dove trascorrono la notte successiva. Segue il rientro verso il campo base, dove riposano per i due giorni a seguire (20 e 21 luglio). Lì ora è presente anche una spedizione in arrivo dai Paesi Baschi, che si sta acclimatando in vista dell’attacco alla Nameless Tower.

Alle 2 di notte del 22 luglio un frastuono improvviso scuote il sonno degli alpinisti. “Ho sentito un boato e il rumore di una scarica di sassi che sembrava venire verso di noi. In quel momento non potevo ragionare lucidamente o pensare di uscire dalla tenda, ho solo stretto forte il sacco a pelo… sperando” racconta Pietro, ancora scosso mentre ricorda quei momenti. Dopo qualche istante, il rumore si affievolisce. Le tende vengono scosse da un’ondata di acqua, fango e detriti, ma il peggio è decisamente scongiurato. Anche se non per tutti. La frana, infatti, cade in un lago a pochi passi dal campo base degli italiani, lago lungo la cui riva hanno però piazzato le tende i baschi. “Siamo usciti dalle tende e ci siamo resi conto subito che i sassi avevano colpito l’accampamento dei baschi”.

Tre di questi ultimi vengono feriti, uno di loro in maniera grave, e anche un pakistano viene colpito. “Nei giorni successivi abbiamo fatto di tutto per prenderci cura di loro, ospitandoli nelle nostre tende, medicandoli con quello che avevamo e cercando di tranquillizzarli, anche se eravamo molto preoccupati per le loro condizioni, soprattutto per quelle di uno di loro, Gorka, che è stato ferito alla testa. Purtroppo, i soccorsi sono difficilissimi in quella zona, e solo dopo qualche giorno è arrivato un “rescue team” composto da quattro portatori con una barella… che ha percorso a ritroso tutta la via dal campo base fino ad Askole (circa 55 chilometri, ndr) e poi in jeep fino a Skardu e da lì in aereo fino a Islamabad, primo centro con un ospedale”.

Superato qualche giorno difficile, le successive cinque giornate sono di cattivo tempo e permettono di riposare ancora un po’. Prima che un’ultima finestra di “bello” apra la possibilità di completare qualche altra via. Tocca quindi a “Piranski Zaliv” (una via di 800 metri aperta nel 2006 dall’alpinista sloveno Silvo Karo) e soprattutto alla grande accoppiata Great Trango Tower (a 6286 metri, con una salita di alpinismo, non di arrampicata) e Little Trango Tower (un pilastro di granito con una via di arrampicata chiamata PM Wall, lunga circa duecento metri), completata in giornata il 30 luglio. I giorni successivi sono destinati al rientro, percorrendo in senso inverso il tragitto dell’andata.

A due lunghe giornate di trekking verso Askole fa seguito il viaggio in jeep verso Skardu (dove il gruppo trascorse tre giorni “da turisti”), prima del trasferimento a Islamabad. Da qui un volo riporta Pietro, Alessandro e Davide in Italia, dove atterrano sabato 8 agosto.
Come si trova il coraggio di affrontare un’esperienza del genere, in un luogo sperduto dove non sono concessi errori? chiediamo a Pietro. “Beh, diciamo che la preparazione fisica e tecnica per trekking e arrampicata deve essere la base. Come dicevo in precedenza, la lunga esperienza in montagna è l’indispensabile punto di partenza e non si può improvvisare. Poi, per tutto il resto, bisogna cercare di non pensare troppo e a tutto. A un certo punto devi dire “ok, si va”. Certamente, il fatto che Davide avesse avuto già un’esperienza simile ci ha aiutato a stare un po’ più tranquilli”.

Cosa ti porti e cosa vi portate a casa da questa spedizione? “Quello che ci portiamo a casa, oltre che la soddisfazione di aver arrampicato alcune tra le pareti più belle del mondo, è il piacere di aver conosciuto persone davvero straordinarie. Parlo della gente del luogo, persone buone, gentili e immensamente disponibili. Un grazie speciale va ad Arif e Ali (cuoco e aiuto cuoco), sempre in grado di soddisfare il nostro enorme appetito con piatti vari e gustosi, tenendo conto che cucinavano su un fornelletto in una tenda da campo!”.
Ci sarà una prossima spedizione? “Per il momento, direi di no… o meglio, ora è tempo di riposare e… di tornare al lavoro. Ma un domani chissà…”.

Pietro con i compagni Alessandro e Davide sulla cima della Great Tower
L’interesse si era rivolto fin da subito verso uno dei rami del grande Ghiacciaio del Baltoro, sulla catena montuosa del Karakorum, nel Pakistan settentrionale. Là dove si ergono le celebri Torri di Trango, tra le quali la Nameless Tower, sulla quale nel 1989 alcuni tra i più forti alpinisti del tempo - Kurt Albert, Wolfgang Güllich, Christof Stiegler e Milan Sykora – aprirono una delle vie tutt’ora considerate più difficili e spettacolari di tutto il globo: “Eternal Flame”.

Il primo bivacco di Eternal Flame
“I preparativi per la partenza sono stati lunghi e anche un po’ “faticosi”. Basti pensare che dovevamo predisporre tutto il necessario per stare un mese nel Nord del Pakistan, in mezzo al nulla, ad arrampicare. Per citare solo alcune cose, abbiamo dovuto preparare tutto il materiale per la parete, abbiamo dovuto recuperare un telefono satellitare e stipulare un contratto per utilizzarlo, abbiamo dovuto recuperare i farmaci necessari per tutte le evenienze, abbiamo dovuto “studiare” le pareti che saremmo andati ad affrontare” ci racconta Pietro, che tiene a sottolineare come “al di là di tutti questi aspetti anche molto pratici, la prima e più grande preparazione è quella che ti viene data dai tanti anni di esperienza in montagna. E quella non si improvvisa. Sia io che i miei due compagni andiamo in montagna da quando siamo piccolissimi, praticamente da vent’anni, praticando non solo arrampicata su vari terreni, ma anche sci alpinismo, corsa, mountain bike. Dunque, il punto di partenza e la condizione necessaria per affrontare una spedizione di questo tipo è la grande esperienza, che si lega ad un altrettanto grande passione e che si costruisce negli anni, in tanti anni”.

Il secondo bivacco di Eternal Flame
Tornando all’organizzazione della spedizione, “per tutti gli spostamenti e le questioni logistiche ci siamo affidati ad un’agenzia del luogo, una scelta di fatto obbligata per tutti coloro che si recano in quelle zone. Fino al campo base, loro pensano veramente a tutto, occupandosi dei soggiorni e dei trasferimenti interni al Pakistan, oltre che del trasporto di buona parte del materiale e dei pasti per tutto il periodo in cui siamo rimasti al campo” prosegue.

Discesa da Eternal Flame
La spedizione in terra asiatica di Pietro, Davide e Alessandro ha preso il via lo scorso 4 luglio, quando i tre giovani climber lasciano l’Italia dall’aeroporto di Malpensa in direzione di Islamabad, la capitale del Pakistan. Trascorso lì il primo giorno, inizia il trasferimento verso il Ghiacciaio del Baltoro, prima con un volo interno verso Skardu (una città di circa 100.000 abitanti, tra le più importanti vie d’accesso alla catena montuosa del Karakorum), poi con uno spostamento di circa sette ore in jeep, attraverso la Shigar Valley, fino ad Askole (a circa 3000 metri di altitudine), da dove prende il via il lungo viaggio a piedi verso il campo base ai piedi delle Torri di Trango, insieme con la guida, due portatori, diversi muli, oltre al cuoco e all’aiuto cuoco (due giovani locali, questi ultimi, che avrebbero passato tutte le settimane successive insieme al gruppo).

Il terzo bivacco di Eternal Flame
“In verità non avevamo un piano ben dettagliato, semplicemente volevamo scalare il più possibile nella zona delle Torri” ci racconta ancora Pietro. Già il primo giorno, i tre ripetono una via poco distante dalle tende, la Karakoram Kush, fino ai 4700 metri del Garda Peak. Per poi decidere, visto l’arrivo di una finestra di bel tempo, di provare fin da subito l’attacco a “Eternal Flame”, anche se non ancora acclimatati a quella quota. Il giorno successivo, 11 luglio, il secondo al campo base, Pietro e i suoi compagni partono verso la base della Nameless Tower, con un cammino di avvicinamento non semplice, che li porta fino a 5300 metri per il cosiddetto “deposito”: in sostanza, portare all’attacco della via tutto il materiale necessario per la salita. I tre giorni successivi sono riservati al riposo, al campo base. Il 15 luglio si riparte verso la Nameless Tower.

Nameless Tower
La mattinata è abbastanza complicata, visto il tempo meno bello del previsto, con qualche goccia di pioggia che ritarda la partenza dal campo base, e a seguire una nevicata che, un po’ più in alto, costringe i tre a fermarsi per un po’. Nel pomeriggio, però, ci siamo. Pietro, Alessandro e Davide sono ai piedi di quel gigante di granito, dove organizzano una piazzola e sistemano la tenda per passare la notte.

Con Stefano Ragazzo e Silvia Loreggian
Il giorno successivo, alle ore 6.30 inizia la salita verso i 6251 metri di quota della vetta, attraverso una via dura, con un dislivello intorno ai 900 metri e uno sviluppo di 1000-1100 metri. L’ascesa dura in totale tre giorni e viene così suddivisa: il primo giorno i tre raggiungono una prima cengia (una stretta sporgenza pianeggiante o un piccolo ripiano che interrompe la verticalità di una parete rocciosa), dove organizzano il bivacco per la notte, non prima di aver effettuato qualche tiro sul tratto di parete che segue. “Fare qualche tiro oltre la cengia è un modo per “portarsi avanti” per il giorno successivo.

La discesa dalla Little Tower
Infatti, salendo si piazzano delle corde che poi vanno solo risalite, facendo molta meno fatica. Mentre un paio di noi facevano questo, l’altro restava lì ad organizzare la tenda, a “fare acqua” facendo sciogliere la neve, a preparare la cena” racconta Pietro, spiegando che “di fatto, arrampicavamo quasi dodici ore al giorno, ma anche prima e dopo il “tempo libero” era veramente poco”, rendendo i giorni in parete particolarmente duri e carichi di tensione, ma… altrettanto emozionanti. Il secondo giorno i tre raggiungono la seconda cengia, scalando il tratto più lungo e difficile della via. Dopo aver effettuato qualche tiro per “avvantaggiarsi” e trascorsa un’altra notte in parete, il giorno successivo restano le ultime centinaia di metri, prima con qualche tiro di roccia e poi con gli ultimi passaggi di “misto” (roccia e ghiaccio).

Il primo bivacco Great e Little Tower
Intorno alle 15 del 18 luglio Pietro, Alessandro e Davide completano “Eternal Flame”, raggiungendo la cima della Nameless Tower, dove si apre loro una vista mozzafiato. Dal punto di vista tecnico, la salita viene completata con alcuni tratti in arrampicata “libera” (dove i materiali di ancoraggio vengono utilizzati soltanto per la protezione) e con altri in arrampicata artificiale (in cui i punti di ancoraggio sono utilizzati per la progressione vera e propria). “Alcuni tiri erano molto difficili, spesso anche bagnati dalla neve che si scioglieva sopra di noi. Soltanto tre volte Eternal Flame è stata percorsa interamente in libera, da alcuni degli alpinisti più forti del mondo” ci spiega Pietro.

Deposito per Eternal Flame
Visto il meteo favorevole - “tre giorni stupendi” quelli della salita - e un’aria non troppo fredda, i tre passano quasi un’ora in vetta, prima di effettuare la discesa fino alla prima cengia, dove trascorrono la notte successiva. Segue il rientro verso il campo base, dove riposano per i due giorni a seguire (20 e 21 luglio). Lì ora è presente anche una spedizione in arrivo dai Paesi Baschi, che si sta acclimatando in vista dell’attacco alla Nameless Tower.

La Great Tower e la Nameless Tower dal Ghiacciaio del Baltoro
Alle 2 di notte del 22 luglio un frastuono improvviso scuote il sonno degli alpinisti. “Ho sentito un boato e il rumore di una scarica di sassi che sembrava venire verso di noi. In quel momento non potevo ragionare lucidamente o pensare di uscire dalla tenda, ho solo stretto forte il sacco a pelo… sperando” racconta Pietro, ancora scosso mentre ricorda quei momenti. Dopo qualche istante, il rumore si affievolisce. Le tende vengono scosse da un’ondata di acqua, fango e detriti, ma il peggio è decisamente scongiurato. Anche se non per tutti. La frana, infatti, cade in un lago a pochi passi dal campo base degli italiani, lago lungo la cui riva hanno però piazzato le tende i baschi. “Siamo usciti dalle tende e ci siamo resi conto subito che i sassi avevano colpito l’accampamento dei baschi”.

Il rescue team soccorre Gorka
Tre di questi ultimi vengono feriti, uno di loro in maniera grave, e anche un pakistano viene colpito. “Nei giorni successivi abbiamo fatto di tutto per prenderci cura di loro, ospitandoli nelle nostre tende, medicandoli con quello che avevamo e cercando di tranquillizzarli, anche se eravamo molto preoccupati per le loro condizioni, soprattutto per quelle di uno di loro, Gorka, che è stato ferito alla testa. Purtroppo, i soccorsi sono difficilissimi in quella zona, e solo dopo qualche giorno è arrivato un “rescue team” composto da quattro portatori con una barella… che ha percorso a ritroso tutta la via dal campo base fino ad Askole (circa 55 chilometri, ndr) e poi in jeep fino a Skardu e da lì in aereo fino a Islamabad, primo centro con un ospedale”.

Il campo dei baschi dopo la scarica
Superato qualche giorno difficile, le successive cinque giornate sono di cattivo tempo e permettono di riposare ancora un po’. Prima che un’ultima finestra di “bello” apra la possibilità di completare qualche altra via. Tocca quindi a “Piranski Zaliv” (una via di 800 metri aperta nel 2006 dall’alpinista sloveno Silvo Karo) e soprattutto alla grande accoppiata Great Trango Tower (a 6286 metri, con una salita di alpinismo, non di arrampicata) e Little Trango Tower (un pilastro di granito con una via di arrampicata chiamata PM Wall, lunga circa duecento metri), completata in giornata il 30 luglio. I giorni successivi sono destinati al rientro, percorrendo in senso inverso il tragitto dell’andata.

Cima Garda Peak
A due lunghe giornate di trekking verso Askole fa seguito il viaggio in jeep verso Skardu (dove il gruppo trascorse tre giorni “da turisti”), prima del trasferimento a Islamabad. Da qui un volo riporta Pietro, Alessandro e Davide in Italia, dove atterrano sabato 8 agosto.

Foto con i cuochi
Come si trova il coraggio di affrontare un’esperienza del genere, in un luogo sperduto dove non sono concessi errori? chiediamo a Pietro. “Beh, diciamo che la preparazione fisica e tecnica per trekking e arrampicata deve essere la base. Come dicevo in precedenza, la lunga esperienza in montagna è l’indispensabile punto di partenza e non si può improvvisare. Poi, per tutto il resto, bisogna cercare di non pensare troppo e a tutto. A un certo punto devi dire “ok, si va”. Certamente, il fatto che Davide avesse avuto già un’esperienza simile ci ha aiutato a stare un po’ più tranquilli”.

I tre sulla cima di Eternal Flame
Cosa ti porti e cosa vi portate a casa da questa spedizione? “Quello che ci portiamo a casa, oltre che la soddisfazione di aver arrampicato alcune tra le pareti più belle del mondo, è il piacere di aver conosciuto persone davvero straordinarie. Parlo della gente del luogo, persone buone, gentili e immensamente disponibili. Un grazie speciale va ad Arif e Ali (cuoco e aiuto cuoco), sempre in grado di soddisfare il nostro enorme appetito con piatti vari e gustosi, tenendo conto che cucinavano su un fornelletto in una tenda da campo!”.
Ci sarà una prossima spedizione? “Per il momento, direi di no… o meglio, ora è tempo di riposare e… di tornare al lavoro. Ma un domani chissà…”.
Alessandro Tenderini




















