PAROLE CHE PARLANO/295

Fegato

 Il fegato è uno dei casi più sorprendenti della storia delle parole. Se oggi usiamo termini scientifici come epatico o epatite, lo dobbiamo al greco hêpar. Ma quando parliamo dell'organo in sé, l'italiano - così come il francese (foie), lo spagnolo (hígado), il portoghese (figado) e il romeno (ficat) - ha abbandonato completamente il nome latino classico, iecur, per fare spazio a fegato, un'invenzione squisitamente e incredibilmente gastronomica. 

Per capire come sia stato possibile, dobbiamo fare un salto nella Roma del I secolo d.C. ed entrare di soppiatto nelle cucine di Marco Gavio Apicio, il più celebre e stravagante gastronomo dell'antichità. Tra le altre cose, i Romani erano letteralmente pazzi per una prelibatezza: il fegato delle oche e dei maiali, ingrassati artificialmente con fichi secchi e acqua mielata, una tecnica che faceva gonfiare l'organo fino a renderlo dolcissimo e burroso.

Nei ricettari dell'epoca questa pietanza era chiamata iecur ficatum, che significava letteralmente "fegato nutrito a fichi".

Con il passare dei secoli, nei mercati e nelle taverne (popine e termopòli) della tarda età romana, l’espressione si accorciò. La gente trovava evidentemente più evocativo e semplice l'aggettivo legato al gusto rispetto al nome dell'organo: si smise di dire iecur e rimase solo ficatum.

Da quella radice, legata indissolubilmente al fico, è nato il termine fegato e tutte le altre parole che usiamo ancora oggi in mezza Europa. 

Questo viaggio millenario ha lasciato una doppia eredità. Da un lato, l'antica ricetta romana è sopravvissuta nella tradizione culinaria soprattutto in Francia con il foie gras.

Dall'altro, ha lasciato un'impronta indelebile nel nostro vocabolario quotidiano. È un raro e straordinario esempio in cui il nome di un alimento ha finito per battezzare una parte del corpo. 

Ancora oggi, ogni volta che pronunciamo la parola fegato, evochiamo inconsciamente il menu di un banchetto imperiale romano, sopravvissuto nei secoli, più della civiltà che lo aveva creato e del cuoco che lo inventò.

Rubrica a cura di Dino Ticli
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