In viaggio a tempo indeterminato/442: ai World Nomad Games

Se fino a qualche mese fa qualcuno mi avesse chiesto "sei mai stata in Kirghizistan?", la mia risposta sarebbe stata "Kirzi...che?"
Non sapevo bene collocarlo sulla mappa e sbagliavo persino a pronunciare il nome perché non avevo idea del fatto che quella "zi" non si leggesse.
Ora, invece, il Paese ha i confini definiti nella mia mente, si è colorato e riempito di tutte le esperienze che abbiamo vissuto in quasi 30 giorni .
Ho imparato parecchie cose e capito che ogni nazione, grande o piccola, famosa o sconosciuta che sia, ha le sue interessanti curiosità. Alcune di queste si imprimono nella memoria perché sono positive, altre negative. E poi ci sono quelle che scopri inaspettatamente, ti coinvolgono più di quanto potessi immaginare e non riesci più a toglierle dalla testa.
Come i World Nomad Games, i Giochi Mondiali dei Nomadi che si tengono oggi anno a fine agosto sulle rive del gigantesco lago Issyk-kul proprio qui in Kirghizistan. Le discipline hanno del mitologico e sarebbero degne di una puntata di "Xena la principessa guerriera".

Oltre alle più classiche e meno pericolose corse dei cavalli o tiro con l'arco, nei Giochi Mondiali dei Nomadi si disputano diversi incontri di lotta tradizionale e antichi giochi strategici da tavola come il toguz korgool.
Ma il bello (o il brutto - non riesco a decidermi!) arriva con il Kok-boru. Una specie di rugby a cavallo ma senza regole scritte.
Il nome significa "acchiappa la capra" ed è legato al fatto che le sue squadre di cavalieri si contendono la carcassa di una capra.
Il gioco, che si svolge su un luuuungo campo da calcio alla Holly e Benji e prevede di lanciare ciò che resta della capra oltre una linea di demarcazione.
Al di là dell'oggetto della contesa alquanto macabro, è una sfida piuttosto violenta perché tutto è concesso. Si può, ad esempio, colpire il cavaliere avversario o il suo cavallo con il frustino, spingersi e strattonarsi reciprocamente. Gli infortuni causati dagli urti e dalle cadute da cavallo sono piuttosto frequenti alla fine delle partite.
Questa disciplina, che viene praticata dai tempi di Gengis Khan, racconta in realtà molto della cultura nomade di questa zona. Il Kirghizistan, infatti, è il paese delle yurte e dei pastori nomadi e fin dall'antichità il cavallo è stato centrale per la vita tra queste montagne.
Una leggenda narra che nella Valle di Fergana, una regione nel sud ovest del Paese, già 2000 anni fa vivessero i cavalli migliori del Pianeta. I cinesi li  chiamavano “cavalli celesti” (Tianma) ed erano considerati veloci, resistenti e ottimi per la guerra. L’imperatore cinese Wu di Han ne era talmente interessato che inviò una spedizione militare contro Fergana solo per impadronirsene. La tradizione vuole anche che questi cavalli fossero talmente forti da “sudare sangue”. In realtà probabilmente questo fenomeno era legato a parassiti o piccole emorragie, ma nell'immaginario di quell'epoca erano considerati creature leggendarie.
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Il cavallo gioca quindi un ruolo fondamentale nella cultura di questo Paese e, suo malgrado, è anche il protagonista del piatto tradizionale: il beshbarmak. Il nome significa letteralmente "cinque dita” perché la tradizione vuole che si mangi rigorosamente usando le mani. Gli ingredienti principali sono due: pasta e carne di cavallo. 
La carne viene fatta bollire e disposta sopra delle sfoglie di pasta preparate a mano. Il tutto è accompagnato da una salsa alla cipolla e del brodo. Lo so, non suona per niente invitante ma resta comunque meglio dell'altro piatto a base di carne di cavallo. Sto parlando del Qazy (o Kazy), una salsiccia a base di carne equina che viene bollita o affumicata. Sinceramente? L'aspetto è decisamente poco appetitoso.
Sempre per rimanere in tema cibo, anche la povera capra, usata come pallone nel Kok-boru, ha una sua funzione importante quando ci si siede a tavola. La tradizione vuole, infatti, che in occasione di un banchetto importante, la testa di capra bollita (bash) venga assegnata all'ospite d'onore. Il resto dei commensali poi riceve le altre parti di carne a seconda del ruolo che ricopre.
Ma chiudiamo la parentesi culinaria, che a me personalmente ha fatto venire un'irrefrenabile voglia di pizza con le verdure, e torniamo alle olimpiadi dei nomadi.
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I World Nomad Games sono nati nel 2014 con l’intento di salvaguardare gli usi e costumi delle popolazioni asiatiche.
Per quanto possa sembrare tutto alquanto macabro, posso dire che è super interessante? Mi viene la pelle d'oca per l'emozione al solo pensiero che persone che vivono in costante movimento, isolate per lunghi periodi dell'anno, siano riuscite a mantere tradizioni così forti da creare persino una competizione internazionale.
Sì, internazionale. Perché a questi giochi nomadi partecipano squadre da tutto il mondo compresa, udite udite, l'Italia! Quando ho letto l'elenco delle nazioni non potevo crederci e invece eccoci qui.
Ho fatto una ricerca per capire come ci fossimo classificati in passato ed è venuto fuori che abbiamo (dico "abbiamo" con eccessivo spirito patriottico) addirittura vinto una medaglia d'oro!
L'oro è arrivato nell'arcieria tradizionale, nella competizione a squadre.
Non l'avrei mai immaginato perché non collegavo il nostro Paese a una spiccata "tradizione nomade".
Ma dato che le Olimpiadi si tengono proprio in questo periodo, non mi resta che dire: forza azzurri!
Angela (e Paolo)
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