Abbadia: Vittoria porta i suoi lettori in Giappone, 10° libro in tre anni
Dieci libri in tre anni. Un traguardo che Vittoria Silvestrini, quando ha iniziato a scrivere romanzi, probabilmente non avrebbe immaginato di raggiungere così presto. E che oggi festeggia con “Il canto dell’Ortensia”, un romanzo che segna anche un cambio di direzione rispetto alle opere precedenti, portando la scrittrice lontano dall’Europa e dall’Occidente, alla scoperta del Giappone.
Al centro della storia c’è Ginevra, ventinove anni, reduce da un matrimonio e alla ricerca di un nuovo equilibrio. È proprio in questo momento di cambiamento che incontra Michiko, un’anziana pianista giapponese che vive sul lago di Como e che le insegna la propria lingua. Quello che nasce come un semplice rapporto tra insegnante e studentessa si trasforma progressivamente in qualcosa di più profondo: entrambe, seppure in momenti e condizioni molto diverse della loro vita, condividono infatti un sentimento di solitudine.
«È proprio questo che le accomuna, nonostante la differenza di età e di generazione», racconta Silvestrini. Per Ginevra, però, l’incontro con Michiko diventa anche l’occasione per aprire una porta su un mondo che fino a quel momento aveva conosciuto soltanto superficialmente. Lo studio della lingua la porta infatti ad avvicinarsi alla cultura nipponica, fino alla decisione di partire per il Giappone insieme alla sua insegnante.
Ed è proprio il viaggio a diventare uno dei passaggi fondamentali della storia. Tokyo, Kyoto, Nara e Hiroshima entrano nel percorso di Ginevra, ma il Giappone raccontato da Silvestrini non vuole essere soltanto quello dei ciliegi in fiore, dei kimono e delle immagini che siamo abituati ad associare al Paese. «È bello fantasticare, sognare di ciliegi in fiore e kimono, ma c’è anche tutto il resto», spiega l’autrice. È una delle idee alla base del romanzo: raccontare un Paese che continua ad affascinare profondamente, ma provando allo stesso tempo ad andare oltre la sua immagine più patinata. La ricerca per il libro ha portato Silvestrini a confrontarsi anche con aspetti meno conosciuti della società giapponese, dalla condizione delle donne alle aspettative sociali, fino alla solitudine vissuta da chi si trova a vivere lontano dal proprio Paese.
Un interesse che nasce da una passione personale coltivata negli anni. «Il Giappone mi è sempre piaciuto, un po’ per i manga e un po’ in generale per la sua cultura, così diversa dalla nostra». Una curiosità che nel tempo si è trasformata anche in studio: la stessa Silvestrini ha dedicato la propria tesi di laurea magistrale alla cultura dei telefoni cellulari in Giappone e, per la stesura del romanzo, ha approfondito lingua, tradizioni e luoghi nei quali si muove la protagonista.
Ma “Il canto dell’Ortensia” non è soltanto un viaggio geografico. È soprattutto un percorso personale, quello di una donna che parte da una situazione di smarrimento e, attraverso una nuova lingua e una nuova cultura, finisce per scoprire aspetti di sé che non sapeva di avere. «Il Giappone le fa scoprire qualcosa che non sapeva di avere», racconta Silvestrini. Ginevra diventa così una protagonista che non cerca necessariamente un nuovo amore, ma una nuova consapevolezza. Anche la scelta di non inserire una nuova storia sentimentale nasce da una precisa volontà dell’autrice. Dopo aver già raccontato in precedenza protagoniste alle prese con relazioni che diventavano parte importante della loro evoluzione, Silvestrini ha preferito questa volta seguire un percorso diverso. «Le storie d’amore, alla lunga, diventano sempre un po’ scontate se non le si sa gestire», spiega. Ginevra è quindi già divorziata quando la storia comincia e il suo viaggio non diventa la ricerca di un nuovo compagno, ma quella di una parte di sé che aveva smarrito. Una scelta che si inserisce anche nella volontà di creare ogni volta qualcosa di nuovo. Per questo l’autrice ha preferito non riprendere un personaggio già comparso nei romanzi precedenti, costruendo invece Ginevra da zero e lasciandole uno spazio narrativo completamente autonomo.
A legare il presente di Ginevra al passato c’è poi un misterioso diario trovato quasi per caso in un mercatino dell’usato vicino a un tempio giapponese. È da quelle pagine, scritte molti decenni prima, che prende forma una seconda storia e nasce il mistero legato a Villa Ortensia, la stessa villa sul lago di Como dove vive Michiko. «È una storia nella storia», racconta l’autrice. Il diario diventa così uno degli elementi che accompagnano il lettore nella scoperta delle origini della villa, senza mai separare completamente il passato dal percorso che Ginevra sta vivendo nel presente.
Anche il titolo racchiude questo intreccio. L’ortensia è infatti legata alla villa, ma il nome ricorre nella storia assumendo anche un altro significato. «È un fiore che rappresenta la gratitudine e i sentimenti», spiega Silvestrini. Un dettaglio che finisce per attraversare il romanzo e collegare luoghi, persone e tempi diversi.
“Il canto dell’Ortensia” arriva così come il decimo tassello di un percorso letterario iniziato nel 2023. Un percorso che l’autrice ha costruito scegliendo ogni volta storie e ambientazioni differenti e che con questo romanzo compie un ulteriore passo verso un mondo molto lontano da quello occidentale. Un traguardo che Silvestrini ammette di non aver pensato di raggiungere così velocemente: «Non avrei mai pensato di arrivare a dieci libri in così breve tempo».
E per l’undicesimo? Per ora nessun progetto definito. «Ho completamente tabula rasa», ammette sorridendo. Potrebbe essere un altro luogo del mondo, un’altra epoca o un tema ancora inesplorato. Per ora, però, c’è ancora tutto lo spazio per una nuova storia da inventare.

«È proprio questo che le accomuna, nonostante la differenza di età e di generazione», racconta Silvestrini. Per Ginevra, però, l’incontro con Michiko diventa anche l’occasione per aprire una porta su un mondo che fino a quel momento aveva conosciuto soltanto superficialmente. Lo studio della lingua la porta infatti ad avvicinarsi alla cultura nipponica, fino alla decisione di partire per il Giappone insieme alla sua insegnante.
Ed è proprio il viaggio a diventare uno dei passaggi fondamentali della storia. Tokyo, Kyoto, Nara e Hiroshima entrano nel percorso di Ginevra, ma il Giappone raccontato da Silvestrini non vuole essere soltanto quello dei ciliegi in fiore, dei kimono e delle immagini che siamo abituati ad associare al Paese. «È bello fantasticare, sognare di ciliegi in fiore e kimono, ma c’è anche tutto il resto», spiega l’autrice. È una delle idee alla base del romanzo: raccontare un Paese che continua ad affascinare profondamente, ma provando allo stesso tempo ad andare oltre la sua immagine più patinata. La ricerca per il libro ha portato Silvestrini a confrontarsi anche con aspetti meno conosciuti della società giapponese, dalla condizione delle donne alle aspettative sociali, fino alla solitudine vissuta da chi si trova a vivere lontano dal proprio Paese.
Un interesse che nasce da una passione personale coltivata negli anni. «Il Giappone mi è sempre piaciuto, un po’ per i manga e un po’ in generale per la sua cultura, così diversa dalla nostra». Una curiosità che nel tempo si è trasformata anche in studio: la stessa Silvestrini ha dedicato la propria tesi di laurea magistrale alla cultura dei telefoni cellulari in Giappone e, per la stesura del romanzo, ha approfondito lingua, tradizioni e luoghi nei quali si muove la protagonista.

Vittoria Silvestrini
Ma “Il canto dell’Ortensia” non è soltanto un viaggio geografico. È soprattutto un percorso personale, quello di una donna che parte da una situazione di smarrimento e, attraverso una nuova lingua e una nuova cultura, finisce per scoprire aspetti di sé che non sapeva di avere. «Il Giappone le fa scoprire qualcosa che non sapeva di avere», racconta Silvestrini. Ginevra diventa così una protagonista che non cerca necessariamente un nuovo amore, ma una nuova consapevolezza. Anche la scelta di non inserire una nuova storia sentimentale nasce da una precisa volontà dell’autrice. Dopo aver già raccontato in precedenza protagoniste alle prese con relazioni che diventavano parte importante della loro evoluzione, Silvestrini ha preferito questa volta seguire un percorso diverso. «Le storie d’amore, alla lunga, diventano sempre un po’ scontate se non le si sa gestire», spiega. Ginevra è quindi già divorziata quando la storia comincia e il suo viaggio non diventa la ricerca di un nuovo compagno, ma quella di una parte di sé che aveva smarrito. Una scelta che si inserisce anche nella volontà di creare ogni volta qualcosa di nuovo. Per questo l’autrice ha preferito non riprendere un personaggio già comparso nei romanzi precedenti, costruendo invece Ginevra da zero e lasciandole uno spazio narrativo completamente autonomo.
A legare il presente di Ginevra al passato c’è poi un misterioso diario trovato quasi per caso in un mercatino dell’usato vicino a un tempio giapponese. È da quelle pagine, scritte molti decenni prima, che prende forma una seconda storia e nasce il mistero legato a Villa Ortensia, la stessa villa sul lago di Como dove vive Michiko. «È una storia nella storia», racconta l’autrice. Il diario diventa così uno degli elementi che accompagnano il lettore nella scoperta delle origini della villa, senza mai separare completamente il passato dal percorso che Ginevra sta vivendo nel presente.
Anche il titolo racchiude questo intreccio. L’ortensia è infatti legata alla villa, ma il nome ricorre nella storia assumendo anche un altro significato. «È un fiore che rappresenta la gratitudine e i sentimenti», spiega Silvestrini. Un dettaglio che finisce per attraversare il romanzo e collegare luoghi, persone e tempi diversi.
“Il canto dell’Ortensia” arriva così come il decimo tassello di un percorso letterario iniziato nel 2023. Un percorso che l’autrice ha costruito scegliendo ogni volta storie e ambientazioni differenti e che con questo romanzo compie un ulteriore passo verso un mondo molto lontano da quello occidentale. Un traguardo che Silvestrini ammette di non aver pensato di raggiungere così velocemente: «Non avrei mai pensato di arrivare a dieci libri in così breve tempo».
E per l’undicesimo? Per ora nessun progetto definito. «Ho completamente tabula rasa», ammette sorridendo. Potrebbe essere un altro luogo del mondo, un’altra epoca o un tema ancora inesplorato. Per ora, però, c’è ancora tutto lo spazio per una nuova storia da inventare.
G.D.




















