Don Walter ai saluti. Il bilancio di cinque anni. ''I lecchesi sono seri e generosi ma la politica favorisca il dialogo''

Ultimi giorni lecchesi per don Walter Magnoni, il parroco della Comunità pastorale della Madonna di Lourdes che raccoglie Acquate, Bonacina e Olate. Già nel maggio scorso era stato annunciato l’avvicendamento alla guida della Comunità che dal 7 settembre sarà guidata da don Luca Tocchetti, nato a Sala al Barro, sacerdote dal 2004 e ora vicario parrocchiale a Gavirate.
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Don Walter Magnoni

Don Magnoni, invece, intensificherà il suo impegno di docente all’Università Cattolica dove già tiene da qualche anno corsi di etica sociale rivolti agli studenti di economia. Nato ad Abbiategrasso nel 1972, sacerdote dal 2000, don Walter è stato vicario parrocchiale per cinque anni a San Donato Milanese per poi proseguire gli studi al Pontificio Seminario Lombardo di Roma e ritornare quindi a Milano dove per dodici anni si è occupato della Pastorale sociale diocesana, oltre che appunto dell’insegnamento universitario. Cinque anni fa la sua nomina a parroco di una comunità, appunto quella della Madonna di Lourdes.
«È stata un’esperienza molto bella – ci dice – al di là di ogni aspettativa. Sono arrivato dopo il covid. Anzi, ricordo che, al mio ingresso ufficiale, si portavano ancora le mascherine. Avevo il desiderio di vivere un’esperienza pastorale a tempo pieno. E devo dire che ho trovato una comunità che fin da subito ha risposto positivamente alle proposte. Dopo il tempo del covid, c’era il desiderio di ritrovarsi.»
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Alla Pigiama Run con i suoi parrocchiani

È così nata l’idea delle “Domeniche in montagna”, la prima iniziativa promossa: «Dopo la messa delle 10, con chi voleva si andava a camminare in montagna, con mete accessibili a tutti: Campo de’ Boi, Camposecco, Pian Sciresa, San Tomaso, ma anche sul San Martino che era una meta di gennaio perché con il sole si può mangiare all’aperto e se piove c’è la baita Piazza. Una volta siamo anche andati in Rosalba, visto anche che il gestore, Mattia Tettamanzi, è un nostro parrocchiano. Si camminava assieme e si condivideva ciò che ciascuno portava. L’escursione si concludeva sempre con la lettura del “Discorso della Montagna” e ogni volta, qualcuno – io o un ospite – commentava una delle beatitudini.»
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Al via della Scigarun

«È stato entusiasmante – prosegue il sacerdote – anche scoprire questi luoghi in tutta la loro bellezza. È stata la partenza per cercare una nuova strada, tessere trame di inclusione. Questo è comunque un territorio con una forte identità e forti legami. Ma ci sono anche i nuovi che arrivano e che hanno bisogno di inserirsi.»
La montagna era peraltro già nelle corde di don Walter che nel Lecchese era già venuto prima della nomina a parroco per salire sulla Grigna o sul Magnodeno e quindi, arrivando ad Acquate, è stato facile stringere legami con i vari gruppi presenti: il Cai Strada Storta, i Gamma, i Beck… «Mi ha permesso di incontrare persone che magari in parrocchia non venivano…» Del resto, don Magnoni si è anche cimentato in due edizioni della ResegUp.
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In tema di incontri e rapporti, importante è stato anche occuparsi dell’oratorio: «Ogni anno quattro settimane di CRE – spiega – e tre esperienze di camp mi hanno messo in a contatto con centinaia di ragazzi e, attraverso loro, con le famiglie. Mi sono proprio immerso in questa realtà e lo vedo anche adesso dalle relazioni che si sono create».
Una delle scelte è stata quella di utilizzare il meno possibile l’auto: «A Lecco non l’ho mai usata. Anche quando dovevo andare a Bonacina. Camminare per la strada è sorprendente: molti incontri sono avvenuti per caso. E anche andare nelle case a Natale è importante: e sempre a piedi, anche a Versasio. Ciò che mi sono reso conto essere importante è lo stare vicino alle persone nei momenti cruciali: quando muore un famigliare, in occasione di un battesimo o degli altri sacramenti. Ho celebrato molti battesimi e prima di andarmene ho ancora diversi matrimoni. E accompagnare i giovani a sposarsi è molto bello: vedi il desiderio di futuro. Come quando nasce un bambino.»
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L’altro aspetto che ha caratterizzato questi cinque anni è stato quello culturale: «Capire, andare a fondo alle domande. L’elemento culturale andava affrontato. E allora ho cominciato a organizzare quattro incontri con altrettanti amici sul senso della vita, ciascuno presentando le letture che riteneva importanti per sé. Negli anni precedenti avevo avuto l’occasione di incontrare persone preparate e mi sono chiesto perché non invitarle a parlare. È stata un po’ una scommessa. Ma si è rivelata un’esperienza di grande apertura e la partecipazione è andata oltre la comunità pastorale… Tanto che, dopo il secondo anno, il salone dell’istituto “Maria Ausiliatrice” non era è più sufficiente e allora ci siamo spostati a Teatro Invito con cui già si collaborava».
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Come lascia questa città? Qual è il viatico che si porta dietro, tornando a Milano dove, come detto, intensificherà il suo impegno all’Università Cattolica, con l’insegnamento della teologia e l’impegno anche nella facoltà di scienze politiche e non solo in quella di economia? Quali sono, dunque, i ricordi postivi e quelli negativi di questi cinque anni all’ombra del Resegone?
«Questa città tra lago e monti – la risposta – è di una bellezza incredibile. Chi non è nato qui resta veramente stupito dalla bellezza del luogo. Ed è naturale che il turismo aumenterà. Ma deve essere accompagnato perché solo accompagnato diventa un’opportunità per tutti. E per accompagnato intendo ricettività e mentalità culturale: far comprendere che un turista non è solo uno che viene a consumare ma anche a incontrarci. L’altro aspetto positivo è che qui c’è gente seria, generosa. Quando abbiamo cercato un aiuto abbiamo sempre trovato le persone.»
In quanto all’aspetto negativo, il pensiero corre alla campagna elettorale della scorsa primavera per il rinnovo del sindaco e del consiglio comunale: «Occorre sempre più entrare in una logica di lavoro sinergico. Le distanze in questa città non sono tante: per chi ha vissuto a Roma e a Milano, Lecco è un po’ un paesotto. E allora è possibile lavorare insieme. Però, abbiamo bisogno di una politica capace di visione e di dialogo. Ho visto una campagna elettorale che mi ha lasciato perplesso. Ci sono stati toni accesi che hanno rischiato di trascendere, andare al di là del rispetto per le persone. Mi ha amareggiato. In una città è importante il lavoro comune. Questo è un territorio messo meglio rispetto ad altri: a livello civile è dunque possibile collaborare.»
D.C.
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