Colazione al sacco senza il timore di farsi vedere
A differenza delle spiagge affollate, con corpi distesi cotti dal sole e avvolti dalla sabbia fine, che si accumula negli interstizi della pelle, è possibile incontrare tra ciclopedonali e sentieri di montagna coppie, famiglie, singol che, all’ora del suono di alcune campane che battono le dodici, si siedono e aprono il loro sacco per fare colazione. In quel momento, è possibile allungare l’orecchio per ascoltare il suono delle campane, che muta: quello vicino all’acqua, infrangendosi, è limpido, brillante e risuona; quello della città è più cupo e compresso; quello di montagna si dilata e si estende come un fruscio vibrante nell’aria.
Le campane sono un patrimonio storico che la ipermodernità non sopporta.
Eppure: “Dan, dan, dan... forse vien da un convento:/ la suona un frate nella chiesa vana;/ forse romba sui monti qualche frana,/ nel mondo giacque qualche umano spento. // Dan, don, dan, don..., pietà, pietà, Signore,/ per quei che cadde vinto nella guerra,/ pace, pietà per quei che nasce o muore.//”(La Campana di Mario Vugliano,1883-1964); invece, la campana di Monterosso richiama: “Meriggiare pallido e assorto/ presso un rovente muro d’orto/ ascoltare tra i pruni e gli sterpi/ schiocchi di merli, frusci di serpi” (Eugenio Montale).
Tutto questo per dire che, oltre alla desolazione dei corpi maciullati da un normale ferragosto apocalittico di Antonio Scurati, esiste anche una realtà minoritaria, che non può mettere le chiappe al sole e si accontenta di sedersi con estrema dignità su una panchina a guardare lo scorrere dell’acqua e, con gesti delicati, fare colazione al sacco.
Sono i segni di una condizione sociale ed economica in difficoltà: non tutti possono permettersi di andare al ristorante, a fare l’aperitivo. Sono volti segnati dalla misura delle cose, ma non si abbattono e tengono tra le mani, avvolte da una carta di alluminio, il pranzo. Massimo, qualcuno, si permette di comprarsi una bevanda, oppure bere il caffè.
Ma il caffè è aumentato, mezza bottiglia di acqua costa da uno a due euro, un calice di vino da un minimo di cinque a otto euro. Banalità, ma se lo stipendio raggiunge a fatica i mille euro o qualcosa in più, è meglio l’acqua della fontanella che fa clof, clop, cloch; si sentono ancora fortunati.
Sono persone che vivono sul territorio e non utilizzano l’auto per evitare di caricarsi di ulteriori costi per la benzina. Sono autoctoni, di pelle bianca.
Erano anni che non vedevo persone passare il mese di agosto a fare colazione al sacco, senza avere timore di farsi vedere. Negli anni passati, qualcuno si incrociava, ma cercava di nascondersi, teneva stretto il suo cibo nascosto tra le mani, si sentiva una mosca bianca. Aveva vergogna. Erano anni di abbondanza. Mangiare al sacco lungo una passeggiata a lago era poco dignitoso.
Oggi, almeno, si gustano il pranzo e rispondono con grazie al buon appetito. Il volto si illumina, compare un sorriso, lo sguardo si incrocia con l’altro. È un segno esistenziale che mette in comunicazione e che avvicina l’uno con l’altro: per un attimo le differenze si annullano. È importante costruire gesti minimi di vicinanza per affrontare gli interstizi del vivere. Non ci sono scarti. Allora, forse, siamo ancora animali sociali, molecole che si incontrano e si connettono nel grande sistema.
Agosto è un mese vetrina perché, essendo un tempo destrutturato, che si stacca dal sistema iperproduttivo e normativizzante, mette in scena pezzi, frammenti che raccontano quello che sta accadendo. È anche uno spazio illusionale, che serve per rimuovere o spostare la realtà.
In agosto, i corpi tendono a mettersi a nudo per difendersi da questa un epoca triste, a rischio apocalisse.
Le campane sono un patrimonio storico che la ipermodernità non sopporta.
Eppure: “Dan, dan, dan... forse vien da un convento:/ la suona un frate nella chiesa vana;/ forse romba sui monti qualche frana,/ nel mondo giacque qualche umano spento. // Dan, don, dan, don..., pietà, pietà, Signore,/ per quei che cadde vinto nella guerra,/ pace, pietà per quei che nasce o muore.//”(La Campana di Mario Vugliano,1883-1964); invece, la campana di Monterosso richiama: “Meriggiare pallido e assorto/ presso un rovente muro d’orto/ ascoltare tra i pruni e gli sterpi/ schiocchi di merli, frusci di serpi” (Eugenio Montale).
Tutto questo per dire che, oltre alla desolazione dei corpi maciullati da un normale ferragosto apocalittico di Antonio Scurati, esiste anche una realtà minoritaria, che non può mettere le chiappe al sole e si accontenta di sedersi con estrema dignità su una panchina a guardare lo scorrere dell’acqua e, con gesti delicati, fare colazione al sacco.
Sono i segni di una condizione sociale ed economica in difficoltà: non tutti possono permettersi di andare al ristorante, a fare l’aperitivo. Sono volti segnati dalla misura delle cose, ma non si abbattono e tengono tra le mani, avvolte da una carta di alluminio, il pranzo. Massimo, qualcuno, si permette di comprarsi una bevanda, oppure bere il caffè.
Ma il caffè è aumentato, mezza bottiglia di acqua costa da uno a due euro, un calice di vino da un minimo di cinque a otto euro. Banalità, ma se lo stipendio raggiunge a fatica i mille euro o qualcosa in più, è meglio l’acqua della fontanella che fa clof, clop, cloch; si sentono ancora fortunati.
Sono persone che vivono sul territorio e non utilizzano l’auto per evitare di caricarsi di ulteriori costi per la benzina. Sono autoctoni, di pelle bianca.
Erano anni che non vedevo persone passare il mese di agosto a fare colazione al sacco, senza avere timore di farsi vedere. Negli anni passati, qualcuno si incrociava, ma cercava di nascondersi, teneva stretto il suo cibo nascosto tra le mani, si sentiva una mosca bianca. Aveva vergogna. Erano anni di abbondanza. Mangiare al sacco lungo una passeggiata a lago era poco dignitoso.
Oggi, almeno, si gustano il pranzo e rispondono con grazie al buon appetito. Il volto si illumina, compare un sorriso, lo sguardo si incrocia con l’altro. È un segno esistenziale che mette in comunicazione e che avvicina l’uno con l’altro: per un attimo le differenze si annullano. È importante costruire gesti minimi di vicinanza per affrontare gli interstizi del vivere. Non ci sono scarti. Allora, forse, siamo ancora animali sociali, molecole che si incontrano e si connettono nel grande sistema.
Agosto è un mese vetrina perché, essendo un tempo destrutturato, che si stacca dal sistema iperproduttivo e normativizzante, mette in scena pezzi, frammenti che raccontano quello che sta accadendo. È anche uno spazio illusionale, che serve per rimuovere o spostare la realtà.
In agosto, i corpi tendono a mettersi a nudo per difendersi da questa un epoca triste, a rischio apocalisse.
Dr. Enrico Magni, Psicologo, criminologo, giornalista




















