Tracce Libere/4: da vent'anni rifugista a 'la Grassi', Anna Bortoletto e un tipo di vita che 'ti resta dentro'

Track #4 – “Ain't No Mountain High Enough” - Diana Ross


In un documentario del 2009, parlando del Pizzo Tre Signori, qualcuno lo aveva ribattezzato con un'interessante sfumatura femminile: il "Pizzo Tre Signore". All'epoca, come oggi, i tre rifugi che circondano quella vetta – uno spigolo roccioso conteso tra Valtellina, Val Brembana e Valsassina – erano infatti gestiti da tre donne: Anna Bortoletto a capo del rifugio Grassi, Elisa Cielok al Falc, ed Elisa Rodeghiero al Benigni.
Noi abbiamo avuto l'opportunità di conoscere la prima del trio, Anna Bortoletto, intervistandola nel suo posto del cuore: quel rifugio incastonato nelle Alpi Orobie a 2000 metri di altitudine che anche lei, che quest’anno festeggia 20 anni di gestione, ama declinare al femminile, definendola “la Grassi”.
“Le rifugiste donna oggi sono circa il 30% del totale” ci racconta dandoci il benvenuto nel suo regno, uno scrigno di pietra che domina una conca esposta a sud, decorato con staccionate e finestre azzurre cielo.  “Quando ho cominciato io c'erano meno rifugiste donne, più che altro si trattava di tante aiuto-rifugiste. È un po' come negli ospedali venti o trent’anni fa, quando c'erano parecchie donne medico, ma poche dirigenti”.
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La prima parte della nostra chiacchierata si svolge in cucina, dove i ritmi estivi sono serratissimi: è un ambiente denso di profumi, pentole che ribollono, dolci che lievitano in forno. Anna, in quel momento, è alle prese con una torta di grano saraceno, mele e cioccolato; accanto a lei, un paio di fruste elettriche agganciate “alla buona” ad una gruccia montano gli albumi in autonomia sotto la sua supervisione, piccola prova di come, nei momenti di punta, ottimizzare tempo ed energie sia essenziale.
Mentre sbuccia le mele ci racconta che la sua passione per la montagna nasce da bambina. "Sono originaria di Padova. Mio padre faceva l'operaio, mia madre lavorava in banca, ma avevano entrambi una gran voglia di vivere la montagna." Lei, allo stesso modo, non sopportava la frenesia della città: il traffico, i ritmi serrati, lo scarso contatto con la natura.
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Trova finalmente atmosfere più affini a sé intorno ai diciassette anni, quando inizia le prime stagioni nei rifugi delle Alpi Orientali come aiutante. Scopre presto che lassù non esistono mansioni fisse né divisioni nette dei compiti: il rifugio è un corpo pulsante, e ognuno lavora a tutto tondo (dal cibo alle pulizie fino all'accoglienza) per mantenerne l’omeostasi.
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È lì che capisce che quella passione ha le gambe per diventare una vera professione: si laurea in Scienze Forestali e inizia a lavorare per l'ERSAF, l'Ente Regionale per i Servizi all'Agricoltura e alle Foreste. In quegli stessi anni prende in gestione il suo primo rifugio – il Bianchet, nelle Dolomiti Bellunesi – aiutata da famiglia e amici. Passa lì intere stagioni estive, scoprendo una vita che sulla carta sembra solitaria ma che in realtà si costruisce soprattutto sulle relazioni umane: quelle autentiche di chi arriva stanco e soddisfatto, portando fatica nelle gambe e storie da raccontare davanti a un piatto caldo o un bicchiere di vino. Le persone, dice Anna, sono sempre state la parte più bella e insieme più complicata di questo mestiere: ma ad alta quota le conosci in una luce diversa, più rispettosa dei luoghi e di chi li abita. “Questo tipo di vita, una volta che la provi veramente, ti resta dentro e fai fatica a staccartene”. 
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Ed è così che i sogni di Anna si sono spinti andati ancora più in alto, lasciando Padova per i 2000 metri del rifugio Grassi. Lo vede per la prima volta nell'agosto del 2006, dopo aver preso un giorno di permesso dal lavoro per andare a esplorarlo, in totale improvvisazione, tanto che "al tempo non sapevo nemmeno dove fosse Lecco”. Quando lo raggiunge insieme a un ispettore della SEL (Società Escursionisti Lecchesi), ne resta incantata: dopo quasi vent'anni di gestione della famiglia Buzzoni di Introbio, la Grassi era rimasta chiusa per circa un anno e - anche senza un focolare acceso - non aveva perso il suo fascino. Anna ne coglie subito la bellezza e ancora oggi, quando ci racconta la sua storia, lo fa come se parlasse di un gioiello raro.
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Il rifugio Grassi – inaugurato nel luglio 1921 in memoria dei soci SEL caduti nella Grande Guerra – ha quasi cent'anni. Alcune aree interne sono state rimodernate, ma i muri, spessissimi, sono gli stessi che hanno resistito ai bombardamenti. "Qui abbiamo una vecchia foto del rifugio dopo la guerra, vedi?" dice muovendosi rapida tra i corridoi, fra tavoli di legno, fotografie sparse alle pareti e adesivi di gruppi escursionistici da ogni dove, appiccicati vicino all'ingresso come un medagliere di storie e imprese. "Era una base dei partigiani, e durante un rastrellamento tedesco nell’ottobre 1944 era stato bruciato completamente. Ma è stato ricostruito quasi subito."
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Risalendo ancora più indietro nel tempo, prima che venisse posata la prima pietra della Grassi, si trovava un alpeggio e una piccola baita custoditi nel cuore della valle, che compaiono già su mappe del 1400. "Mi affascinava l'idea di un posto così antico. Quelle mappe dicono che già allora qualcuno saliva in quota con le mucche per fare il formaggio, e c'erano anche delle miniere: tutti quei sassi sconnessi intorno al rifugio sono i resti di quello scavo." Ce lo spiega accompagnandoci fuori, dove da un lato si apre la vallata delle Orobie, punteggiata di crochi e primule, e dall'altro un pendio sassoso nasconde l'ingresso di una vecchia miniera d'argento e piombo, attiva dal medioevo fino agli anni Sessanta.
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Questa storia centenaria, e quella ancora più antica che la precede, fa sì che la Grassi sia amata non solo da chi la gestisce oggi ma da tutti coloro che l'hanno fatto in passato. "È un posto speciale, e tutti gli ex rifugisti sono rimasti affezionatissimi: in tanti dicono che quelli qui sono stati gli anni più belli della loro vita" continua, con tutta l'emozione che quel luogo, dopo vent'anni, riesce ancora a suscitarle.
All'inizio, però, la strada – metaforicamente e letteralmente – è stata tutt'altro che in discesa. L'assenza di frigorifero e freezer la costringeva a continui viaggi su e giù, zaino in spalla, per portare al rifugio gli alimenti freschi che non potevano conservarsi a lungo. Oggi sono più attrezzati, ma l'abitudine di percorrere lunghe salite con zaini da oltre 20 kg di viveri non è cambiata. "Per i carichi più pesanti, e a lunga conservazione, usiamo l'elicottero, ma pochissime volte l'anno. Tutto ciò che è fresco cerchiamo di comprarlo in zona, per esempio negli alpeggi vicini, e poi lo portiamo qui a piedi", racconta proprio davanti all'alpeggio di Camisolo, dove ancora oggi si produce il Formai de Mut. "Alcuni escursionisti ci danno una mano: quando vedono la nostra jeep carica parcheggiata vicino al rifugio Tavecchia, prendono qualche busta e ce la portano fin qui." 
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Nel tempo, ad aiutarla sono arrivate sempre più mani: prima quelle del marito Amos, idraulico ballabiese che con gli anni ha sposato non solo lei ma anche la sua vocazione, scegliendo di dedicare sempre più tempo al rifugio. Poi quelle dei tre figli, ai quali però Anna ha sempre cercato di lasciare spazio per trovare la propria strada, senza imporre loro quel tipo di vita. "I ragazzi ci danno una mano, ma cerco di non vincolarli troppo. Noi abbiamo avuto l'immenso privilegio di scegliere questa vita: voglio che sia così anche per loro." 
La sana fatica per conquistare ciò che davvero si vuole è un tema ricorrente nel racconto di Anna: il fatto che il rifugio sia raggiungibile solo a piedi è ciò che più contribuisce al suo fascino selvaggio, speciale, unico. "Non è semplice arrivare qui e questo fa sì che chi ci arriva sia davvero consapevole e rispettoso del luogo in cui sta entrando." Oggi Anna ha 48 anni e guarda con un po' di diffidenza alla pista ciclabile che si mormora potrebbe arrivare fino alla Grassi. Non sa se il suo futuro sarà sempre al comando del rifugio, anche se se lo augura – ma è certa che i suoi piedi continueranno a calpestare rocce, non asfalto. Il suo destino resta tra quelle montagne, su una vetta che cambia inevitabilmente il modo in cui si guardano le cose, rendendone alcune minuscole e altre immensamente più grandi e preziose.

Continua/5
Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna
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