In viaggio a tempo indeterminato/443. Una noce, massimo due
Mia mamma, da che io ne abbia memoria, mangia una noce al giorno, massimo due. Dice che sia quella la dose perfetta che fa bene alla salute. Quindi in casa dei miei genitori non è mai mancato un barattolone di vetro sempre pieno di noci. Ricordo che qualche anno fa la questione era diventata talmente seria che era comparso persino un enorme schiaccianoci in legno intagliato. Di forma rettangolare, era talmente pesante, ingombrante e scomodo che le noci si aprivano da sole guardandolo, per la paura.
È forse per questo motivo che ad Arslanbob mi sono sentita un po' a casa.
Questo paesino, nella zona ovest del Kirghizistan, ha il nome che sembra quello di un personaggio dei cartoni animati ma è famoso perché è circondato da una delle più importanti foreste naturali di noci del mondo, con migliaia di ettari di bosco.
Appena arrivata nella piazzetta principale, però, della frutta secca nemmeno l'ombra. In compenso, un gran trambusto di persone intente a fare acquisti nel piccolo bazar e un fiume marrone che scorreva rapido e rumoroso.
La nostra prima preoccupazione è stata trovare un posto dove dormire e così le noci ce le siamo dimenticate. Dopo ore passate a chiedere a chiunque incontrassimo sul nostro cammino, dopo telefonate con sconosciuti e dopo aver seguito gente per strada, abbiamo finalmente trovato la nostra sistemazione ad Arslanbob: una terrazza.
Una signora, probabilmente intenerita dalle nostre facce stravolte, ci ha offerto di dormire nella parte superiore di una struttura nel suo giardino. Una specie di gigantesca palafitta con tettoia dove generalmente si accolgono gli ospiti per bere il tè seduti su materassini e attorno a un tavolo.
Eravamo scettici all'inizio ma alla fine ci abbiamo passato 3 notti su quella terrazza. E a posteriori posso dire che quelle sono state le dormite migliori del viaggio finora. Cullati dal suono del fiume e risvegliati dal canto del gallo. Guardando le stelle nel cielo limpido prima di addormentarci e rannicchiati sotto le coperte per l'aria fresca dei 1600 metri di altitudine.
Abbiamo passato le giornate a camminare fino a una cascata, facendoci strada tra centinaia di banchetti di souvenir. Poi ce la siamo fatta sotto a bordo della ruota panoramica di un vecchio luna park di epoca sovietica che sicuramente aveva visto giorni migliori.
Abbiamo assaggiato una zuppa calda di verdure da mangiare con il pane appena sfornato e abbiamo fatto amicizia con il ragazzino del negozio di provviste che parlava un inglese perfetto.
E in tutto questo, ci siamo completamente dimenticati delle noci finché non ne abbiamo viste alcune in vendita in una bancarella del bazar.
"Le noci, Pa'! Ci siamo scordati delle noci!"

È un po' come andare a Bronte e dimenticarsi dei pistacchi, a Sorrento dei limoni o a Vignola delle ciliegie...
Abbiamo rimediato subito e siamo partiti per una bella scarpinata che ci ha portato tra i monti sopra Arslanbob. Dopo una ripida salita iniziale, ci siamo ritrovati immersi in un bosco fitto, silenzioso e fresco.
Siamo fuori stagione, ma di poco perché a breve qui tutto prenderà vita.
Quando arriva l'autunno, generalmente tra settembre e ottobre, comincia la raccolta delle noci.
Per alcune settimane intere famiglie si trasferiscono nel bosco, dormendo in tende e piccoli rifugi. Gli uomini si arrampicano sugli alberi e li scuotono per far cadere le noci, mentre donne e bambini le raccolgono da terra. Una famiglia può arrivare a raccoglierne diverse tonnellate in una stagione e quei gherigli diventano fondamentali per l'economia dell'intero anno.
Il sistema è particolare perché la foresta appartiene allo Stato, ma alle famiglie vengono assegnati appezzamenti da cui possono raccogliere i prodotti. Una parte del raccolto serve proprio per pagare il diritto di sfruttamento del terreno.

Quando schiacciavo le noci a casa di mia mamma, non mi ero mai interessata della loro provenienza. Magari venivano anche loro da Arslanbob e non lo sapevo. Ma perché ci sono così tante piante proprio qui, in questo angolino di mondo? È strano, no? Io ho sempre associato la frutta secca ai Paesi caldi e desertici. Ai cammelli e alle carovane. E invece eccomi qui seduta all'ombra di secolari alberi di noce, con la vista su montagne altissime.
È talmente bizzarro quello che succede qui ad Arslanbob che si sono tramandate addirittura due leggende che avvolgono di mistero il bosco di noci.
La prima vede come protagonista Alessandro Magno che, passando attraverso l'Asia centrale nel IV secolo a.C., avrebbe visto e raccolto le noci di Arslanbob e ne avrebbe portate alcune con sé verso ovest.
Questo frutto bizzarro era piaciuto talmente tanto da diventare famoso persino in Grecia. Questa storia, secondo alcuni, spiegherebbe il motivo per cui in russo la noce è chiamata gretskiy orekh, letteralmente «noce greca».
Una leggenda sola, però, non sembrava sufficiente per raccontare la bizzarria di questo luogo e così un altro racconto parla di un uomo, chiamato Arslanbob, a cui Maometto aveva affidato il compito di trovare il paradiso in terra.
Dopo aver girato per il mondo, Arslanbob aveva trovato una valle stupenda tra le montagne dell'Asia Centrale, ricca di prati verdi e fiumi limpidi, ma priva di alberi da frutto. Raccontata la scoperta a Maometto, il profeta era rimasto talmente colpito dalla descrizione di quel posto, da decidere di consegnare ad Arslanbob un sacco pieno di semi di noci da spargere nella vallata. Ed è così che nacque la foresta naturale di noci più grande del mondo.
La scienza, però, è un po' meno romantica e ha una spiegazione precisa del perché ci siano queste piante proprio qui. A quanto pare è la posizione geografica del villaggio a creare le condizioni favorevoli: montagne, esposizione al sole dei versanti, acqua e un clima fresco ma asciutto.
Agli alberi di noce piace talmente tanto questo posto da crescere naturalmente qui da secoli. Le popolazioni locali, poi, prendendosi cura di questo, tesoro hanno contribuito a conservare e modellare la foresta.

Ci eravamo completamente dimenticati delle noci arrivati ad Arslanbob perché non fanno rumore, crescono tranquille per molti mesi all'anno e quelle piante verdi da lontano sembrano uguali a molte altre.
Ma quello che per me è solo un piccolo rimedio casalingo che da anni vedo sgranocchiare a mia mamma, per qualcuno qui vale quanto la più preziosa delle pepite d'oro.
È forse per questo motivo che ad Arslanbob mi sono sentita un po' a casa.
Questo paesino, nella zona ovest del Kirghizistan, ha il nome che sembra quello di un personaggio dei cartoni animati ma è famoso perché è circondato da una delle più importanti foreste naturali di noci del mondo, con migliaia di ettari di bosco.
Appena arrivata nella piazzetta principale, però, della frutta secca nemmeno l'ombra. In compenso, un gran trambusto di persone intente a fare acquisti nel piccolo bazar e un fiume marrone che scorreva rapido e rumoroso.
La nostra prima preoccupazione è stata trovare un posto dove dormire e così le noci ce le siamo dimenticate. Dopo ore passate a chiedere a chiunque incontrassimo sul nostro cammino, dopo telefonate con sconosciuti e dopo aver seguito gente per strada, abbiamo finalmente trovato la nostra sistemazione ad Arslanbob: una terrazza.
Una signora, probabilmente intenerita dalle nostre facce stravolte, ci ha offerto di dormire nella parte superiore di una struttura nel suo giardino. Una specie di gigantesca palafitta con tettoia dove generalmente si accolgono gli ospiti per bere il tè seduti su materassini e attorno a un tavolo.
Eravamo scettici all'inizio ma alla fine ci abbiamo passato 3 notti su quella terrazza. E a posteriori posso dire che quelle sono state le dormite migliori del viaggio finora. Cullati dal suono del fiume e risvegliati dal canto del gallo. Guardando le stelle nel cielo limpido prima di addormentarci e rannicchiati sotto le coperte per l'aria fresca dei 1600 metri di altitudine.
Abbiamo passato le giornate a camminare fino a una cascata, facendoci strada tra centinaia di banchetti di souvenir. Poi ce la siamo fatta sotto a bordo della ruota panoramica di un vecchio luna park di epoca sovietica che sicuramente aveva visto giorni migliori.
Abbiamo assaggiato una zuppa calda di verdure da mangiare con il pane appena sfornato e abbiamo fatto amicizia con il ragazzino del negozio di provviste che parlava un inglese perfetto.
E in tutto questo, ci siamo completamente dimenticati delle noci finché non ne abbiamo viste alcune in vendita in una bancarella del bazar.
"Le noci, Pa'! Ci siamo scordati delle noci!"

È un po' come andare a Bronte e dimenticarsi dei pistacchi, a Sorrento dei limoni o a Vignola delle ciliegie...
Abbiamo rimediato subito e siamo partiti per una bella scarpinata che ci ha portato tra i monti sopra Arslanbob. Dopo una ripida salita iniziale, ci siamo ritrovati immersi in un bosco fitto, silenzioso e fresco.
Siamo fuori stagione, ma di poco perché a breve qui tutto prenderà vita.
Quando arriva l'autunno, generalmente tra settembre e ottobre, comincia la raccolta delle noci.
Per alcune settimane intere famiglie si trasferiscono nel bosco, dormendo in tende e piccoli rifugi. Gli uomini si arrampicano sugli alberi e li scuotono per far cadere le noci, mentre donne e bambini le raccolgono da terra. Una famiglia può arrivare a raccoglierne diverse tonnellate in una stagione e quei gherigli diventano fondamentali per l'economia dell'intero anno.
Il sistema è particolare perché la foresta appartiene allo Stato, ma alle famiglie vengono assegnati appezzamenti da cui possono raccogliere i prodotti. Una parte del raccolto serve proprio per pagare il diritto di sfruttamento del terreno.

Quando schiacciavo le noci a casa di mia mamma, non mi ero mai interessata della loro provenienza. Magari venivano anche loro da Arslanbob e non lo sapevo. Ma perché ci sono così tante piante proprio qui, in questo angolino di mondo? È strano, no? Io ho sempre associato la frutta secca ai Paesi caldi e desertici. Ai cammelli e alle carovane. E invece eccomi qui seduta all'ombra di secolari alberi di noce, con la vista su montagne altissime.
È talmente bizzarro quello che succede qui ad Arslanbob che si sono tramandate addirittura due leggende che avvolgono di mistero il bosco di noci.
La prima vede come protagonista Alessandro Magno che, passando attraverso l'Asia centrale nel IV secolo a.C., avrebbe visto e raccolto le noci di Arslanbob e ne avrebbe portate alcune con sé verso ovest.
Questo frutto bizzarro era piaciuto talmente tanto da diventare famoso persino in Grecia. Questa storia, secondo alcuni, spiegherebbe il motivo per cui in russo la noce è chiamata gretskiy orekh, letteralmente «noce greca».
Una leggenda sola, però, non sembrava sufficiente per raccontare la bizzarria di questo luogo e così un altro racconto parla di un uomo, chiamato Arslanbob, a cui Maometto aveva affidato il compito di trovare il paradiso in terra.
Dopo aver girato per il mondo, Arslanbob aveva trovato una valle stupenda tra le montagne dell'Asia Centrale, ricca di prati verdi e fiumi limpidi, ma priva di alberi da frutto. Raccontata la scoperta a Maometto, il profeta era rimasto talmente colpito dalla descrizione di quel posto, da decidere di consegnare ad Arslanbob un sacco pieno di semi di noci da spargere nella vallata. Ed è così che nacque la foresta naturale di noci più grande del mondo.
La scienza, però, è un po' meno romantica e ha una spiegazione precisa del perché ci siano queste piante proprio qui. A quanto pare è la posizione geografica del villaggio a creare le condizioni favorevoli: montagne, esposizione al sole dei versanti, acqua e un clima fresco ma asciutto.
Agli alberi di noce piace talmente tanto questo posto da crescere naturalmente qui da secoli. Le popolazioni locali, poi, prendendosi cura di questo, tesoro hanno contribuito a conservare e modellare la foresta.

Ci eravamo completamente dimenticati delle noci arrivati ad Arslanbob perché non fanno rumore, crescono tranquille per molti mesi all'anno e quelle piante verdi da lontano sembrano uguali a molte altre.
Ma quello che per me è solo un piccolo rimedio casalingo che da anni vedo sgranocchiare a mia mamma, per qualcuno qui vale quanto la più preziosa delle pepite d'oro.
Angela (e Paolo)





















