Il fascino discreto del bosco tra tra ricci, funghi, botti e silenzi
Settembre, è tempo di vendemmia, di raccolta delle mele, di stupende investigazioni nei boschi tra ricci, foglie secche, verde scivoloso, sassi, balzi di roccia, per scovare il porcino che si mimetizza per sfuggire allo sguardo dell’occhio che cade sul fungo matto. Ci sono più funghi velenosi che quelli buoni. La ricerca del fungo buono, commestibile e bello è impetuosa; si scontra con la fatica, con la miopia, la leggera rugiada simile a una sottile e trasparente ragnatela, che lo nasconde.
L’immersione nel bosco tra castagni, betulle, pini, aceri e rumori di foglie, che si staccano, obbliga il corpo ad ascoltare la natura del terreno; il respiro si sofferma in attesa dell’evento, mentre il bastone sposta con attenzione certosina il fogliame e scaccia i vecchi ricci, secchi e spigolosi.
Cercare funghi è un rito che sa di magico e di sacro; le presenze del bosco sono tante. Gli gnomi guardiani sono lì, a controllare che le farfalle possano ancora volare. Qualche cerbiatto di scatto si presenta e poi scappa; il cinghiale, nel sentire il passo e il rumore del bastone, si allontana. Tutte le volte, andare nel bosco è un’avventura passionale che si intreccia con le sensazioni che si sprigionano tra esseri umani e vegetali; c’è uno scambio di energie, di forze empatiche. Si instaura una comunicazione extrasensoriale che sollecita l’abbracciare tra l’albero e l’umano che distoglie l’attenzione dal porcino.
La magia del bosco si spezza quando sul terreno si trovano funghi spezzati, schiacciati, maciullati dallo scarpone maledetto, che scarica tutta la sua nevrosi di impotente su quelle anime fragili; oppure quando il muschio è strappato, capovolto o quando un gruppo di pestatori di terra e di muschio gridano, si chiamano incuranti del luogo, come se fossero al Colosseo a Roma o in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.
In quel momento la dimensione urbana irrequieta e timorosa del bosco cerca di imporsi e di dominarlo. Gli urbani, quando si mettono gli scarponi, gli zaini in spalla e i bastoni in mano si tramutano in Titani pronti ad affrontare il dio Pan e temono le Ninfe, le Driadi.
Sono cresciuti in un bosco di cemento fatto di asfalto, abitato da suoni irruenti. Temono il silenzio e di perdersi tra un passaggio di un ruscello e una sponda di lato. L’urbano è incuriosito del bosco, ma ne è anche spaventato.
Per il cristiano, a livello archetipo, il bosco richiama il luogo del pericolo, del peccato, il luogo dell’incontro con Dio: infatti, gli eremiti, i mistici si ritirano nei boschi e in luoghi appartati. Se il deserto è il luogo della prova, il bosco è il posto della paura, delle tentazioni e pericoli.
Per i celtici, il bosco è un luogo sacro, un luogo rituale, è il luogo della trasformazione, dove l’eroe può incontrare esseri soprannaturali, ricevere conoscenza o perde orientamento. L’urbano grida e cerca il gruppo proprio perché, inconsciamente, l’archetipo di Pan e del mistero si fa sentire, alloro nasce il bisogno di proteggersi.
Nella tradizione ebraica, il bosco/foresta è un luogo selvaggio, pericolo di smarrimento, potenza della natura divina, giudizio e distruzione, nascondimento e solitudine, vita e fertilità.
Secondo la psicologia junghiana, il bosco rappresenta la soglia dell’inconscio: il luogo in cui l’individuo lascia il mondo conosciuto e incontra ciò che è stato rimosso, sconosciuto o spiritualmente non integrato.
Il bosco è dissacrato e aggredito quando il suono tonfo di un fucile rompe il silenzio e l’ossitocina, l’endorfina del solitario cercatore di funghi è inondata da una fontana di cortisolo, adrenalina.
Aver cura del bosco vuol dire avere cura della propria Sé, della propria anima come direbbe Jung. C’è bisogno di ascoltare la natura per evitare cataclismi. Quando si coglie un fungo, bisogna farlo con cura, perché anche in quella muffa si racchiude l’origine delle cose. “Smetti di imporre te stesso al mondo e ascolta ciò che già sta accadendo” (TAO)
L’immersione nel bosco tra castagni, betulle, pini, aceri e rumori di foglie, che si staccano, obbliga il corpo ad ascoltare la natura del terreno; il respiro si sofferma in attesa dell’evento, mentre il bastone sposta con attenzione certosina il fogliame e scaccia i vecchi ricci, secchi e spigolosi.
Cercare funghi è un rito che sa di magico e di sacro; le presenze del bosco sono tante. Gli gnomi guardiani sono lì, a controllare che le farfalle possano ancora volare. Qualche cerbiatto di scatto si presenta e poi scappa; il cinghiale, nel sentire il passo e il rumore del bastone, si allontana. Tutte le volte, andare nel bosco è un’avventura passionale che si intreccia con le sensazioni che si sprigionano tra esseri umani e vegetali; c’è uno scambio di energie, di forze empatiche. Si instaura una comunicazione extrasensoriale che sollecita l’abbracciare tra l’albero e l’umano che distoglie l’attenzione dal porcino.
La magia del bosco si spezza quando sul terreno si trovano funghi spezzati, schiacciati, maciullati dallo scarpone maledetto, che scarica tutta la sua nevrosi di impotente su quelle anime fragili; oppure quando il muschio è strappato, capovolto o quando un gruppo di pestatori di terra e di muschio gridano, si chiamano incuranti del luogo, come se fossero al Colosseo a Roma o in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.
In quel momento la dimensione urbana irrequieta e timorosa del bosco cerca di imporsi e di dominarlo. Gli urbani, quando si mettono gli scarponi, gli zaini in spalla e i bastoni in mano si tramutano in Titani pronti ad affrontare il dio Pan e temono le Ninfe, le Driadi.
Sono cresciuti in un bosco di cemento fatto di asfalto, abitato da suoni irruenti. Temono il silenzio e di perdersi tra un passaggio di un ruscello e una sponda di lato. L’urbano è incuriosito del bosco, ma ne è anche spaventato.
Per il cristiano, a livello archetipo, il bosco richiama il luogo del pericolo, del peccato, il luogo dell’incontro con Dio: infatti, gli eremiti, i mistici si ritirano nei boschi e in luoghi appartati. Se il deserto è il luogo della prova, il bosco è il posto della paura, delle tentazioni e pericoli.
Per i celtici, il bosco è un luogo sacro, un luogo rituale, è il luogo della trasformazione, dove l’eroe può incontrare esseri soprannaturali, ricevere conoscenza o perde orientamento. L’urbano grida e cerca il gruppo proprio perché, inconsciamente, l’archetipo di Pan e del mistero si fa sentire, alloro nasce il bisogno di proteggersi.
Nella tradizione ebraica, il bosco/foresta è un luogo selvaggio, pericolo di smarrimento, potenza della natura divina, giudizio e distruzione, nascondimento e solitudine, vita e fertilità.
Secondo la psicologia junghiana, il bosco rappresenta la soglia dell’inconscio: il luogo in cui l’individuo lascia il mondo conosciuto e incontra ciò che è stato rimosso, sconosciuto o spiritualmente non integrato.
Il bosco è dissacrato e aggredito quando il suono tonfo di un fucile rompe il silenzio e l’ossitocina, l’endorfina del solitario cercatore di funghi è inondata da una fontana di cortisolo, adrenalina.
Aver cura del bosco vuol dire avere cura della propria Sé, della propria anima come direbbe Jung. C’è bisogno di ascoltare la natura per evitare cataclismi. Quando si coglie un fungo, bisogna farlo con cura, perché anche in quella muffa si racchiude l’origine delle cose. “Smetti di imporre te stesso al mondo e ascolta ciò che già sta accadendo” (TAO)
Dr. Enrico Magni, Psicologo, criminologo, giornalista





















