Tracce Libere/5: Gabrielle nata con una L in meno e una identità tenuta per 46 anni in un cassetto
Track #5 – “Free” - Florence + The Machine
Gabrielle nasce la Vigilia di Natale del 1978 a Besana. È una donna solare, energica, con due occhi azzurri profondissimi e un sorriso timido. Il suo nome ha origini francesi e le riporta alla mente una frase ascoltata tempo fa, forse in una canzone di cui non ricorda con esattezza il titolo, ma che diceva: "Toujours si belle, Gabrielle" – sei sempre bella, Gabrielle.
Quella frase, diventata quasi un mantra personale, è più di una carezza all'ego: è la celebrazione di una parte di sé rimasta a lungo sommersa - prima in una scatola di scarpe, poi in un beauty case, infine in una valigia. Perché Gabrielle non è sempre stata Gabrielle: le mancava qualcosa. Concretamente, si trattava di una parte enorme di sé. Formalmente, di una "L" in più nel suo nome. Per oltre quarant'anni, infatti, è stata Gabriele.

È così che nasce il primo embrione della personalità di Gabrielle, custodito in una scatola di scarpe poi trasformatasi in un beauty case: lì venivano nascosti i piccoli oggetti, gli indumenti, gli accessori sottratti di soppiatto alla madre – reggiseni, costumi da bagno, collant – indossati solo quando in casa non c'era nessuno. Erano gli unici istanti in cui Gabrielle poteva davvero respirare.
Ma quegli spiragli di luce restano spesso oscurati da un profondo senso di inadeguatezza che in seguito imparerà a riconoscere come incongruenza di genere. Gli anni scorrono e, fuori da quei rari momenti di libertà privata, davanti agli occhi di tutti c’è ancora Gabriele: il ragazzo che per venticinque anni pratica motocross agonistico, che diventa progettista di professione iniziando a girare il mondo per lavoro, che nel 2011 va a vivere da solo.
Eppure, in ogni istante, la sua vera identità sembra spingere per farsi spazio. Vivendo da sola, ciò che prima era un beauty case diventa una valigia e, con il tempo e l'indipendenza, un intero armadio – quello di un'altra persona, la donna che avrebbe voluto essere. “Quando indossavo quei vestiti o quelle scarpe, era come se la mia parte più intima uscisse fuori, era come se la mia anima si vedesse”.
Quella segreta, agognata "L" in più risuona per la prima volta in Francia, durante uno dei tanti viaggi di lavoro. "I colleghi locali che leggevano la mia firma erano convinti che fossi una donna: la 'E' finale dei nomi, in francese, indica il femminile" racconta divertita. "Per questo mi chiamavano Gabrielle. Ricordo che questa cosa mi toccava nell'intimo tutte le volte”.
Nonostante il supporto di una psicologa specializzata in incongruenza di genere, in questa fase, la sofferenza e il disagio provocate da questa condizione sembrano ingestibili, al punto da spingerla quasi a rinnegare del tutto la propria identità. "Ho riempito quattro scatoloni con tutti gli abiti da donna comprati negli anni e li ho regalati a Maria, una cara amica, moglie di un mio compagno di motocross" racconta. "Lei, ovviamente, sul momento è rimasta spiazzata, ma le ho detto: non farti domande, prendi quello che vuoi, regala o butta il resto".
Maria accetta, almeno inizialmente, di non fare domande, e per i sei mesi successivi Gabrielle – ancora senza "L" all'anagrafe e nella vita di tutti i giorni – prosegue il percorso psicologico per affrontare l'incongruenza di genere e le crisi d'ansia che ne derivano. Poi, qualcosa si incrina. "Dopo qualche mese, Maria mi richiama: le sono rimaste un paio di scarpe bianche con i brillantini che non riesce a dare a nessuno, mi chiede se deve buttarle. Le dico di no, di ridarmele, che le avrei regalate a qualcun altro. Inutile dire che, quando le ho re-indossate, è cambiato tutto: non a caso le chiamo ancora le scarpine della magia".

All'inizio non ne parla con nessuno, ma la crescita del seno e di altri tratti fisionomici femminili la spingono presto a confrontarsi con chi ancora non conosceva la sua vera identità, famiglia compresa. Si confida prima con la sorella, poi con i genitori, che sulle prime la trattano come se fosse solo una fase passeggera.
Ma non è affatto una fase: al contrario, più il tempo passa più Gabrielle continua a sbocciare e ad allargare la propria rete, per capire (e capirsi) di più, per confrontarsi, per mostrare a tutti la bellezza della sua anima ritrovata. È in questo momento che entra in contatto con alcune associazioni della zona, tra cui Liberamente Brianza e poi ancora Lecco Pride, dove aiuta a organizzare gruppi di auto-mutuo-aiuto per "persone T".
"Mi sono resa conto di quanto sia difficile, a volte, incontrare altre persone trans a livello associativo: spesso tendono a non partecipare perché il loro obiettivo è arrivare al genere desiderato senza essere etichettate, socialmente, come persone trans".
Ripensando al proprio percorso, non si dice pentita di aver rimandato per tanti anni il coming out: lei era pronta, ma la società in cui viveva allora non lo era ancora. "Quando ero Gabriele ho lavorato su piattaforme in mezzo al Mare del Nord, tra i ghiacci della Siberia, nel deserto di Abu Dhabi: se fossi stata una donna, probabilmente non avrei potuto fare niente di tutto questo" spiega. "Credo sia soprattutto un tema italiano: in Olanda, per esempio, c'erano già moltissime colleghe donne che in quegli anni facevano il mio stesso lavoro".

Oggi Gabrielle è serena, prosegue la terapia farmacologica per la transizione e a inizio novembre otterrà finalmente il via libera per il cambio dei documenti anagrafici, passaggio necessario per accedere all'intervento chirurgico. I tempi appaiono molto lunghi, ma non sembra preoccupata: quei documenti, ancora privi di una "L" in più, sono per lei solo una formalità, dopo anni passati ad averli pur sapendo che il nome su quella carta d'identità non le apparteneva davvero.
Un tempo quell'anima era rinchiusa in contenitori sempre più grandi e sempre meno capaci di contenerla. Oggi lo scenario si è capovolto. "Ho fatto gli scatoloni e ci ho buttato dentro tutta la mia roba maschile: non mi serve più" dice sorridente, ripensando a quella prima scatola di scarpe che oggi non è più una scatola, né un beauty case, né un armadio. È la sua intera, nuova esistenza.
Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna





















