Sui luoghi di Mazzucconi per scoprirne la vocazione

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Da Laorca a Rancio, tre ore di passeggiata sui luoghi del beato Giovanni Mazzucconi il missionario lecchese ucciso nel 1855 in Papua e del quale quest’anno ricorrono i duecento anni della nascita avvenuta il 1° marzo 1826. La camminata, promossa in collaborazione tra l’associazione “Giuseppe Bovara” e la comunità pastorale, è stata particolarmente partecipata. A guidarla, ieri pomeriggio, Francesco D’Alessio, Umberto Calvi e Carlo Polvara che hanno raccontato la storia dei luoghi e delle famiglie in qualche modo coinvolte nelle vicende delle località della parte alta della città e in primo piano naturalmente quella famiglia Mazzucconi, uno dei tanti rami Mazzucconi, che avrebbe appunto espresso il beato Giovanni. Con qualche aneddoto a dare brio al racconto.
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La partenza è stata dal sempre suggestivo cimitero di Laorca, perché proprio ai piedi della scalinata sorge ancora la casa che già nel Settecento era abitata dai “nostri” Mazzucconi. La famiglia del missionario, dunque, parte lì, da quella casa che guarda la montagna e sotto la quale corre la gradinata che collega la chiesa parrocchiale al cimitero. Era una delle tante famiglie della vallata dedite alla metallurgia e che aveva un forte legame con la comunità. I documenti ci dicono che Giuseppe Mazzucconi, bisnonno del missionario, nel 1735 si trasferì a Corio nel Biellese.  
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Curiosamente, per quegli strani incidenti della storia, tra il 1733 e il 1736 Lecco era finita ai Savoia, motivo per il quale i rapporti con il Piemonte in qualche modo si intensificarono ed è su quest’onda che Giuseppe vi si trasferì, morendovi in circostanze tragiche nel 1771: si era fatto carico di allestire un albero della cuccagna, ma nell’innalzarlo venne travolto.
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Il figlio Domenico, e cioè il nonno del beato, nel 1765 era intanto tornato a Laorca, ridiventata austriaca, per constatare quali affari si sarebbero potuti riprendere in mano. Non tornò nella vecchia casa alle porte del villaggio. Di fatto, sposatosi nella chiesa di Laorca, con Lucia Amiradi, andò ad abitare nella casa di lei e del suocero, proprio di fronte alla canonica.
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La visita alla chiesa ha permesso anche di “scoprire” la sacrestia ottagonale collegata direttamente alla canonica con un paesaggio sopra la strada. Attenzione particolare è stata data anche ai sette ritratti dei parroci dal 1630 (quando venne istituita la parrocchia) fino al 1836: una collezione che è una rarità, considerato che altrove molti ritratti sono andati dispersi. Quadri che avrebbero certo bisogno di un restauro e D’Alessio ha buttato lì l’idea che non si possa fare come si è fatto per Maggianico e come si sta facendo per San Giovanni
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Successivamente la famiglia Mazzucconi. il padre Domenico e il figlio Giacomo (padre del “nostro” don Giovanni) si spostava a Rancio in una casa che ancora esiste (davanti al vecchio collegio delle suore che ora ospita il complesso scolastico di Kolbe, Scola e liceo Leopardi). Ed è in quella casa che appunto nacque Giovanni. Intanto la famiglia si era convertita dalla metallurgia all’industria serica e accanto alla casa sorgeva un filatoio (oggi trasformato in appartamenti).

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I Mazzucconi continuarono inoltre a mantenersi generosi nei confronti della comunità, lo fece anche un altro Domenico Mazzucconi, il fratello del missionario, colui che prese in mano le redini della azienda paterna, considerato anche che dei dodici figli di Giacomo, tre morirono in tenera età, sette presero i voti (oltre al missionario ci furono altri due preti e quattro suore).
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Questo secondo Domenico Morazzone fece costruire il citato collegio delle suore di Maria Bambina che iniziò a ospitare fanciulle di famiglie benestanti per poi accogliere anche ragazze dei ceti inferiori. Nel massimo del suo splendore, vi operava una cinquantina di suore o ospitava 150 ragazze e, nei fine settimana, un’ottantina di ragazzi.
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I visitatori sono stati accolti dalla preside del liceo “Leopardi” Paola Perossi ed è stato così possibile indugiare negli ambienti del vecchio collegio, nel parco che una volta aveva una vigna, una fattoria e un allevamento di trote.
Il complesso sorge tra la via Quarto e la via Morazzone. Che non è però il beato, ma appunto il fratello Domenico, ricordato proprio per la beneficenza fatta al rione: oltre al collegio San Giuseppe, finanziò una scuola elementare, un asilo, l’oratorio e costruzione della nuova chiesa parrocchiale. Chiesa dove, su una parete, campeggia l’affresco che racconta del martirio di Giovanni Mazzucconi.
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È stata l’ultima tappa della passeggiata dopo avere toccato anche il cimitero con la tomba di famiglia dei Mazzucconi e il santuario di santa Maria Gloriosa con l’altare dedicato al beato. Al cimitero, inoltre, proprio l’altra sera è stata posizionata una lapide che don Giovanni chiese fossero incise sulla propria tomba: «Pregate pel sacerdote Giovanni Mazzucconi, di questa parrocchia, morto lontano.» Una lapide che ne riporta in vita una più vecchia andata smarrita negli anni Sessanta del secolo scorso, durante i lavori di sistemazione del cimitero.
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Tra le curiosità, la via Mazzucconi di Rancio che è intitolata a Domenico e non a Giovanni, anche se nei documenti ufficiali conservati in municipio si parla di padre Domenico Mazzucconi. All’epoca, evidentemente, qualcuno aveva fatto confusione.
La passeggiata - ha detto D’Alessio – ha voluto sottolineare come la vocazione del beato Mazzucconi sia stata anche il frutto di un ambiente famigliare favorevole proprio per i suoi legami con la comunità, le iniziative generose, l’attenzione per i più bisognosi, la sensibilità nei confronti dei problemi sociali e naturalmente la religiosità,
D.C.
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