Tracce Libere/6: la divisa sulla pelle della questora Stefania Marrazzo

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Track #6 – “No hero” - Elisa


«Mi ricordo un Natale di tanti anni fa in cui dall'ufficio mi chiamarono per dirmi che c'era stato un omicidio. Salutai tutti velocemente e andai via, mentre sentivo che i parenti un po' si dispiacevano e un po’ non comprendevano del tutto quel cambio di programma. Ma mio padre no: lui disse solo "ha fatto bene, doveva andare". Lui era come me, sapeva cosa comportasse questo lavoro. Perché la divisa non è un pezzo di stoffa. La divisa sta sulla pelle».
Forse basterebbe quest'ultima frase per raccontare Stefania Marrazzo, questora di Lecco dal 2024. Quella divisa, prima ancora di indossarla, Stefania l'ha infatti respirata in casa: anche suo padre era questore e lei è cresciuta, come ammette sorridendo, “a pane e polizia”.
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Nata a Napoli e trasferitasi presto a Frosinone, ricorda soprattutto il modo in cui il padre parlava del proprio lavoro, e lo stesso senso di giustizia che animava entrambi. “Lo sentivo raccontare la sua professione con una passione e un amore che poi, inevitabilmente, mi hanno contagiata”. È lì che nasce l'idea che, forse, quella potrebbe essere anche la sua strada: “Se lo fa lui, perché non posso farlo io?”.
Non era però un’epoca in cui la risposta apparisse così scontata. Quando Stefania, dopo l’università, comincia a pensare al concorso in polizia, suo padre prova a dissuaderla: “Forse è un lavoro ancora un po’ destinato agli uomini, tu magari potresti insegnare”. Lei ascolta, pondera, ma decide comunque di presentare la domanda, senza dirgli nulla.
Vince il concorso ed entra in polizia nel 1994, giovanissima, in un ambiente ancora quasi tutto al maschile: una ragazza chiamata a dirigere agenti con il doppio dei suoi anni di servizio era, allora, un'eccezione. Stefania, però, non sceglie la strada della contrapposizione. “Ho sempre creduto che bisogna lavorare come vasi comunicanti: dove non arriva uno, deve saper arrivare l'altro”. Non la competizione, dunque, ma la collaborazione: un principio che, molti anni dopo, ritroveremo ancora nel suo modo di intendere il ruolo di questora.
Il primo incarico importante arriva a Prato, a soli 28 anni: dirigente dell'Ufficio Immigrazione, in una città segnata da una fortissima presenza della comunità straniera. È qui che incrocia uno dei lati più duri del mestiere: il mondo della prostituzione. Tra le persone che incontra c'è Alina, ragazza albanese che prova ad aiutare a uscirne. All'inizio è muta, chiusa; poi, dopo tante conversazioni, esplode di rabbia. “Tu che ne sai di cosa devono subire le mie connazionali? Che ne sai di cosa passo io?”. Stefania non si tira indietro, le chiede di spiegarglielo, vuole capire fino in fondo. Alina allora si solleva la gonna e mostra una cicatrice: un colpo di pistola alla gamba, ricevuto quando aveva provato a chiudersi quel mondo alle spalle. È il primo, vero incontro di Stefania con un tema che da lì non l'avrebbe più lasciata: la tutela delle donne. "Alina, alla fine, siamo riusciti a tirarla fuori", ricorda con orgoglio. Non sempre, però, va così: non tutte le "altre Aline" hanno la stessa sorte.
Da Prato torna a Frosinone: prima un breve passaggio alle Volanti, poi diciotto anni come Capo di Gabinetto della Questura, il “braccio destro” del questore. Sono anni di storie che si incidono addosso. Un padre che abusa della figlia. Una ragazza scomparsa dopo un litigio col fidanzato, ritrovata poi murata in un edificio, uccisa da lui. Una donna ridotta in coma a colpi di chitarra dal marito. Impara presto che la violenza non ha sempre la forma che ci si immagina, e che per molte donne riconoscerla, e uscirne, è tutt'altro che semplice. “Ho capito quante donne restano legate a certe relazioni anche per motivi economici” racconta. Le ferite più profonde, aggiunge, non sono sempre quelle visibili, “a volte fanno più male quelle psicologiche”. Per il suo impegno accanto alle donne che trovano il coraggio di denunciare, a Frosinone le viene conferito il titolo di Ambasciatrice del Telefono Rosa.
Poi arrivano Catania - dove lavora nella Divisione Anticrimine - e Milano, dove invece, cambia completamente prospettiva: diventa dirigente dell’Ufficio del Personale e si trova a gestire il benessere interno di circa quattromila persone. “Mi ha molto affascinato perché ho visto la polizia da un’altra angolazione” racconta. “Non ero più proiettata verso l’esterno, ma verso l’interno”. Dietro quelle migliaia di divise Stefania scopre migliaia di persone. E capisce che anche (e soprattutto) chi le indossa porta il peso di dover sembrare sempre forte, lucido, pronto: incapace di cedere. Il poliziotto, nell'immaginario comune, affronta tutto, protegge tutti, non ha paura. “Ma nessuno è un supereroe. Nemmeno chi porta una divisa” ammette.
È in questo capitolo della sua vita che emerge uno dei tratti più autentici di Stefania: l'empatia. Un'empatia che non ha mai dovuto lasciare fuori dalla porta per fare questo lavoro, né tanto meno indurire per "reggere" in un mondo ancora così maschile, come spesso si pensa debba fare una donna in divisa. È vero il contrario: è proprio quella sensibilità, quel bisogno di capire e aiutare, ad averla portata verso la polizia. E la sua storia racconta anche questo: che l'empatia delle donne non deve per forza restare confinata nei ruoli in cui viene da sempre immaginata – curare, insegnare, accudire – ma può abitare anche un mondo come quello delle forze dell'ordine, senza perdere nulla di sé.
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Nel 2024 inizia il periodo lecchese e qui ritrova, in qualche modo, la Stefania degli inizi. Tra i suoi funzionari a Lecco ci sono ragazzi giovanissimi, alcuni con pochi anni di servizio. Oggi le interessa soprattutto guidarli non con la distanza, ma con la presenza. Perché negli anni ha imparato che la polizia reale è molto diversa da quella che si vede in televisione. “Sullo schermo sembra tutto semplice, i casi si risolvono con una facilità incredibile” dice. “Nella realtà, invece, è molto più difficile e in più bisogna fare i conti anche con tutto ciò che sta fuori dal lavoro: fare la spesa, portare i figli a scuola, pensare ai genitori che invecchiano. È tutta un’altra storia, la realtà, ma forse proprio per questo è anche più affascinante della fiction”.
La sua storia dentro la Polizia resta inscindibile da quella delle donne che, negli ultimi decenni, hanno iniziato a occupare ruoli per molto tempo immaginati al maschile. Quando Stefania entra in polizia, le donne questore sono una rarità: nel 2016 sono appena 5 su 103 in tutta Italia. Oggi sono di più, ma restano una minoranza. "Quando sono arrivata a Lecco erano circa quattordici", racconta. "Ma le cose, piano piano, stanno cambiando".
E lei quel cambiamento lo ha visto da vicino. Le capita ancora oggi che colleghi più anziani le chiedano di parlare con le proprie figlie, magari laureate in giurisprudenza, tentate dal concorso in polizia. «Ti prego, convincila a lasciar perdere, non è adatto ad una donna» le hanno detto più volte, ricalcando le parole che suo padre le aveva rivolto anni prima. Lei ha sempre risposto allo stesso modo a quelle ragazze: “Se lo volete davvero, è l'unico lavoro che dovete fare”. E, spoiler: ce l'hanno fatta tutte.
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L’unico rimpianto è che c'è una persona che non ha fatto in tempo a vedere fin dove sarebbe arrivata quella bambina cresciuta a tavola, tra storie di polizia e giustizia. “Mio padre purtroppo è morto nel 2012. Penso che sarebbe stato il papà più felice del mondo nel vedere la figlia diventare questore”.
Quella domanda semplice, quasi ingenua, che una bambina si era fatta tanti anni prima – “se lo fa lui, perché non posso farlo io?” - ha trovato oggi la sua risposta. Una risposta che suo padre non ha potuto sentire, ma che Stefania continua comunque a dare, ogni giorno, a chiunque pensi che quello sia ancora un mestiere da uomini. Perché quella divisa, per Stefania, non è mai stata soltanto un pezzo di stoffa. È qualcosa che, da quasi tutta una vita, le sta sulla pelle.
Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna
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