In missione nel “Paese delle mille colline”: l’esperienza della calolziese Giulia Gandolfi
Studentessa di Calolzio al primo anno di architettura, Giulia Gandolfi ha deciso di trascorrere parte della sua estate in missione in Ruanda, “Il Paese delle mille colline”.
Un’esperienza indimenticabile, resa possibile dal Centro Missionario della Diocesi di Bergamo: la ventenne, partita con altre due ragazze e una coppia della provincia di Bergamo, è andata alla scoperta di uno stato meraviglioso, con paesaggi incantevoli e una cultura affascinante. Ma come funziona concretamente la vita in missione? In che modo viene riempito il proprio bagaglio culturale? Lo abbiamo chiesto direttamente, al suo rientro, a Giulia.
Perché hai scelto di partire?
È una domanda veramente difficile. In realtà, è un’esperienza che voglio fare da sempre, in me c’è sempre stata l’idea di partire. Una grande mano mi è stata data da mio fratello Matteo, che aveva già fatto questa esperienza e aveva i giusti contatti.
Quali erano le aspettative iniziali?
Prima di partire, mi ero imposta di non avere aspettative: volevo sentirmi libera, pronta a scoprire cose positive e negative, senza pregiudizi e senza paure, che secondo me avrebbero potuto rovinare la spontaneità dell’esperienza. Inoltre, il Ruanda è un Paese che non conoscevo, se non da alcune informazioni che ho trovato su internet. Alla fine, forse è uno dei motivi per cui il viaggio mi è piaciuto così tanto.
Che contesto hai trovato al tuo arrivo?
Sono arrivata in un paesino in collina, chiamato Kinihira, nel nord del paese; il Ruanda è uno stato molto collinare, infatti è chiamato “il paese delle mille colline”. L’organizzazione del posto è molto semplice: in cima alla collina è situata la parrocchia, dove abbiamo alloggiato, mentre le abitazioni sono sviluppate intorno ad essa, lungo i versanti. Più si scende, più si va verso una zona di povertà, fino alle valli dove si coltiva il tè, su cui è basata praticamente tutta l’economia del posto. Ci hanno spiegato che i guadagni maggiori arrivano nella stagione della pioggia, una delle due stagioni del Ruanda. Del Paese, mi ha colpito molto la dedizione alla fede che ho respirato: tantissime persone vanno a messa ogni giorno e con un largo anticipo. La religione è molto sentita e rappresenta un momento fondamentale della giornata.
Di cosa ti sei occupata concretamente?
Noi eravamo nel Patronage, una sorta di CRE ruandese. Abbiamo dato una mano sia come animatori lì, sia come “insegnanti”; ci siamo divisi nelle varie classi e abbiamo insegnato inglese, alcune basi di italiano e qualche gioco. Abbiamo insegnato ma anche imparato; anche i bambini hanno voluto spiegarci qualcosa di ruandese, che abbiamo scoperto essere una lingua piuttosto complicata. Mi ha stupito molto la loro abilità nell’imparare velocemente le lingue: se insegnavamo qualche parola, riuscivano a pronunciarla subito quasi perfettamente, al contrario di noi che facevamo più fatica.
Come si svolgeva una tua giornata tipo?
La sveglia era alle sei, mentre alle sei e un quarto c’era la messa. Alle sette facevamo colazione con i preti, poi iniziava il Patronage. Si teneva sempre un momento iniziale, di canti e giochi tipici ruandesi, che consistevano nel battere le mani in modo diverso e cantare canzoni, ovviamente senza la cassa che siamo abituati ad utilizzare in Italia. Ci dividevamo poi nelle classi e svolgevamo le attività con i bambini. Una volta finito Patronage, tornavamo a mangiare con i preti, mentre i pomeriggi erano sempre liberi, li abbiamo riempiti in vari modi: un giorno abbiamo dipinto con pennello e vernice le strisce del campo da basket e di pallavolo, un altro abbiamo realizzato un murales. Abbiamo avuto occasione di visitare anche le piantagioni di tè, dove ci ha accolto una famiglia con grande senso di ospitalità: nonostante una situazione di grave povertà ci hanno offerto tutto ciò che avevano. Siamo rimasti stupiti e abbiamo apprezzato molto. La giornata si concludeva con la cena e andavamo a letto presto, per caricare le batterie in vista della giornata successiva.
Qual è l’esperienza più significativa che hai vissuto?
Quando siamo arrivati nella capitale, mi ha colpito molto il memoriale del genocidio del 1994, dove ci ha portato il Don. Una volta arrivati nel paesino, invece, mi sono piaciuti in particolare due momenti legati all’accoglienza: al primo giorno di Patronage, i bambini ci hanno accolto dedicandoci alcune bellissime canzoni, ma è stato fantastico anche il momento della prima messa, per l’atmosfera di gioia che si respirava: i vestiti delle donne erano coloratissimi!
Cosa ti porti a casa dopo questa esperienza? La rifaresti?
Sicuramente la rifarei, forse in un luogo diverso per scoprire un’altra realtà. Mi porto a casa i sorrisi dei bambini, il loro umore e il senso di accoglienza generale che caratterizza il Paese. Un aspetto particolare è la calma delle persone: poteva succedere qualsiasi cosa ma nessuno si sarebbe stressato. È molto diverso rispetto all’Italia.





















