PAROLE CHE PARLANO/298
Esausto
L’aggettivo esausto conserva una memoria molto concreta, quasi liquida. Giunge nell'italiano letterario attraverso il latino exhaustus, participio passato di exhaurire, un verbo composto dal prefisso ex- (“fuori da”, con valore di svuotamento completo) e dal verbo haurire, che significava originariamente “attingere”, “prosciugare” o “cavare acqua da un pozzo”.
In origine, dunque, non ci si riferiva a una sensazione soggettiva di fatica, ma a un'azione meccanica e completa (esaustiva): esausto era il recipiente svuotato fino all'ultima goccia, la cisterna prosciugata, e infine il terreno reso sterile da raccolti troppo intensi.
Con il passare dei secoli e il progressivo passaggio dal linguaggio materiale a quello figurato, la parola ha iniziato ad applicarsi al corpo umano e alla mente. Chi è esausto non è semplicemente stanco: è una persona che ha attinto fino al fondo dal “barile” delle proprie risorse vitali, rimanendo momentaneamente "a secco" di energie fisiche, emotive o cognitive.
È proprio in questa concezione di mancanza totale di carica e materia utile che si inserisce l'espressione contemporanea “pile esauste”.
Applicato alle batterie, l'aggettivo torna a sposare una sfumatura decisamente vicina al suo significato primordiale. Una pila non è semplicemente "scarica" o "rotta": al suo interno si è compiuta una reazione chimica che ne ha prosciugato la capacità di produrre tensione elettrica. I suoi reagenti si sono consumati; la sua energia latente è stata usata fino all'ultimo elettrone.
Così, in un perfetto cerchio linguistico, l'oggetto tecnologico per eccellenza dell'era moderna condivide il medesimo destino del pozzo romano da cui la parola ha preso vita: entrambi, una volta erogato tutto ciò che avevano da offrire, rimangono esausti, testimoni inerti di una riserva ormai del tutto prosciugata.





















