“Ripartirei altre 300 volte”: l’esperienza del calolziese Daniele Lanfranchi in missione in Bolivia

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Alla ricerca di un’esperienza indimenticabile, Daniele Lanfranchi, 20 anni e studente al secondo anno di ingegneria aerospaziale, ha deciso di partire per la Bolivia in missione: tre settimane che hanno contribuito ad un arricchimento umano e ad un allargamento dei propri orizzonti non indifferente e che hanno cambiato la sua concezione della vita.
Tra paesaggi mozzafiato, colori e l’affetto delle persone, Daniele, calolziese attivo tra le fila dell'oratorio, ci ha raccontato la sua esperienza in Amazzonia, di cui ha amato, in particolare, il patrimonio umano.
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Come è nata l’idea di partire?
La mia decisione è arrivata un po’ tardi, ci ho pensato verso Natale; mi sono detto che in estate avrei voluto buttarmi in qualcosa di più grande di una semplice vacanza. Ho sondato un po’ di opportunità e, ricordandomi che alcuni miei amici erano andati in missione, ho scritto ad uno di loro. Mi ha dato il contatto del Centro Missionario della Diocesi di Bergamo e, informandomi anche online, ho pensato che partire sarebbe stata una bella idea. Non avevo mai viaggiato fuori dall’Europa, e l’idea di scoprire una nuova cultura in Bolivia mi piaceva. Era anche un modo per mettermi alla prova.
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Come descriveresti il luogo in cui hai vissuto?
Colorato. La prima cosa che vedi una volta arrivato è la terra rossa, non c’è asfalto. Sopra il cielo è di un azzurro intenso, dovuto al caldo e alla forte umidità. Ci sono fiumi lunghi 300 metri e la foresta, visibili dall’aereo. I colori sono la prima cosa che ti colpisce quando arrivi. Si sente molto anche l’odore della benzina, dovuto alle numerose moto utilizzate dagli abitanti. Le case, soprattutto in periferia, hanno i tetti in lamiera e non hanno il pavimento. Anche i tramonti erano spettacolari; in generale, mi ha colpito la natura del luogo.
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Che impressione ti hanno lasciato le persone conosciute in questa esperienza?
Quando ho conosciuto quel popolo, sono rimasto sorpreso. Quando parlavo con i ragazzi, ho capito che dopotutto non sono tanto diversi da noi. Anche loro hanno dei sogni; desiderano viaggiare, scoprire il mondo e diventare avvocati. Hanno una cultura leggermente diversa; il cattolicesimo è alla base di tutto, tutti credono e non è mai in discussione. Sono un popolo che lavora tantissimo, sia uomini che donne e molto ospitale. Sono molto generosi e vivono con poco, ma sono felici.
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Che cosa facevi concretamente?
Sono stato via tre settimane, ma una l’ho praticamente persa con i viaggi.  Per due settimane sono stato a Riberalta. Nella prima ci hanno portato ovunque: abbiamo visitato la città e abbiamo persino dormito in barca, sul fiume al confine tra Bolivia e Brasile. Abbiamo poi raggiunto una delle duecento comunità del Pando, la regione boliviana dove abbiamo alloggiato e siamo stati con i bambini, che ci hanno accolti con balli e canti. Organizzavamo le attività del doposcuola al mattino e nel pomeriggio aiutavamo le maestre con i compiti e nei giochi. Quando siamo tornati, abbiamo raggiunto una cittadina ancora più povera, Puerto Rico, dove abbiamo visitato la comunità e aiutato a pitturare la scuola o spaccare la legna. In generale, abbiamo trascorso tanto tempo con la comunità, collaborando soprattutto con la Chiesa e i monaguillos, i chierichetti. Abbiamo girato tantissimo e ci siamo confrontati con varie realtà. 
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Come è stato rapportarsi con una realtà così nuova?
Sinceramente, pensavo di sentire molto di più la lontananza rispetto all’Italia. Ho trovato la difficoltà maggiore nella lingua: parlavano spagnolo e non capivo, mi sono affidato ai miei compagni. Quando ho iniziato a capire, è stato bello poter parlare con loro, conoscerli e confrontarmi con i loro punti di vista. La natura della missione impone di non cercare di cambiarli, nonostante alcuni comportamenti che in Italia sarebbero discutibili. Bisogna sempre considerare il confronto con una cultura che è completamente diversa.
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Le tue aspettative sono state rispettate?
Sono partito più con domande che con aspettative. Mi aspettavo di fare fatica e mi preoccupava l’approccio con un contesto così diverso, a 10 mila chilometri da casa. Adesso posso dire di essere soddisfatto per come ho gestito l’esperienza. I primi giorni mi dicevo che avrei voluto lavorare di più, ma più andavo avanti più mi accorgevo che, nel mio piccolo, stavo dando una grande mano alle comunità e che anche i piccoli gesti potevano cambiare la vita delle persone. Sono partito con tante domande: non tutte hanno trovato risposta, ma sono assolutamente soddisfatto. Ripartirei altre 300 volte.

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Cosa ti porti a casa da questa esperienza?
Mi porto a casa le persone che ho conosciuto, dai volontari a tutti i ragazzi. Poter entrare nelle loro vite e parlare con loro mi ha dato una prospettiva sul fatto che qua abbiamo una routine, mentre in Bolivia c’è un’altra vita che ho potuto conoscere. I sorrisi e la gioia dei bambini e dei ragazzi, i loro abbracci e il loro amore sono stati incredibili. Anche i piccoli gesti per loro erano importantissimi e ricambiavano con un sentimento fortissimo, che ho apprezzato veramente.
D.L.
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