Lecco: cento giorni senza idee. Mancano i visionari del passato

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Si fa quello che si pote. Dall’elezione di Filippo Boscagli Sindaco (9 giugno 2026) sono passati ormai 105 giorni e nulla si muove sotto il cielo del Resegone. A parte lo svolgimento burocratico e formale delle cariche assessorili e commissariali, dopo le ingenti erbacce delle mucillaggini lasciate a bagnomaria, le acque dell’Adda scorrono tranquille.

Tuttavia, la ciclo pedonabile, dopo l’Addio Monti, a Pescarenico, è ancora bloccata; così, i silenziosi maratoneti e ciclisti di Pescarenico-Rivabella, sono ancora costretti a precorrere il tour, tra auto e camion, per raggiungere il Centro sportivo. A differenza del Sindaco di Pescate, che, come sempre, si lamenta e minaccia incursioni marziane per la sistemazione del suo santo parco, qui tutti tacciono. 

Dopo petardi, sparati in tutti gli angoli del borgo prima delle elezioni, si fatica a cogliere un programma per la città. Si ripetono le solite litanie promesse: ma nella sostanza nulla. Compaiono i soliti proclami sulla sicurezza, le buone intenzioni, le solite accuse rivolte alla precedente amministrazione. La barca è ancora ancorata.

Al posto del Sindaco, qualcuno, abituato a farsi fotografare per un qualsiasi nonnulla, si ritrova bel fresco sul solito giornale di fiducia, con i ripetuti noiosi commenti. Se il Sindaco precedente era considerato un presenzialista, un promotore d’immagini, l’attuale si propone con un cipiglio da passista silenzioso: anzi, forse troppo silenzioso.

Altri, del suo gruppo, invece, amano farsi fotografare con la fascia tricolore. Eppure sono già passati cento giorni. Tutto tace sotto il matitone.

In un passato, non molto lontano, dopo i cento giorni canonici, si poteva intravvedere un indirizzo specifico e caratteristico della politica del Sindaco. Ogni sindaco aveva un suo ‘pallino’, una sua idea, indipendente dal partito o dal gruppo di riferimento. Non serve ripercorre gli annali comunali di Lecco.

Il borgo, in sostanza, ha subito tre trasformazioni: è passato da una città industriale, con migliaia di operai (Badoni, Caleotto, Arlenico, Bonaiti e altre), a una città terziaria con uffici, professionisti vari, fino a diventare una piccola città universitaria.

Non è ancora una città di servizi allargati, è più una cittadella di welfare State con la sanità pubblica, l’istruzione di base, con servizi alle famiglie. Manca una politica dell’abitare diversa e articolata. E, non è per nulla culturalmente e per la ristorazione varia - basta leggere i menu - una città turistica con una sua specificità.

L’on. Pierluigi Polverari, del Partito Socialista Italiano, quando era vicesindaco, immaginava una città- giardino. C’era, in quella visione post operai, una città con tanto verde, con spazi urbani vivibili per tutte le generazioni.

C’era chi aveva immaginato una funivia che portava ai Piani Resinelli. C’era una voglia immaginifica che andava oltre la gestione dell’esistente di questo borgo incallito, invecchiato.

L’attraversamento, con tutti i suoi limiti, è stato il frutto delle politiche degli anni sessanta/settanta. Si immaginava una città liberata dal grande traffico con la ferrovia sotterranea, con il traforo dello Spluga e con il binario per Lugano.

Gli storici locali, quelli veri, saprebbero raccontare meglio le molteplicità trasformative immaginifiche di questo borgo, che rischia di diventare un dormitorio, un centro per pensionati, con un turismo minimalista di passaggio.

Non ci sono spazi ludici sufficienti per i bambini e i ragazzi. Ci si accontenta di quei quattro parchetti. L’Università non ha una ricaduta sociale: è soltanto una ‘fabbrica specialistica’, affiancata alle altre brutte ‘fabbriche’ scolastiche, che vivono in un isolamento permanente. Non c’è una ricaduta culturale sociale. Tutto è chiuso in un mondo autoproteico. Prometeo è aggrappato al Resegone e assalito dalla Grigna.

La precedente squadra amministrativa forse aveva un’idea ‘postmoderna’ di città. Invece, dopo cento giorni di questa nuova Amministrazione, non si denota un’idea se non solo del ’buon senso’. È ora che il Sindaco batta un colpo.
Dr. Enrico Magni, Psicologo, criminologo, giornalista
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