In viaggio a tempo indeterminato/446: a Tashkent uniamo i puntini
Tashkent significa letteralmente “Città di pietra”. Diciamo che non si vende bene fin dall'inizio e quando la vedi comparire all'orizzonte di una mega strada a 8 corsie ti viene da chiederti: dove sono le famose meraviglie uzbeke?
"Tashkent è la città più brutta del Paese. Non vale la pena dedicarci troppi giorni" avevo letto online mentre facevo ricerche sulla capitale.
Quelle frasi avevano sortito in me l'effetto contrario e la curiosità di scoprire se fosse una città cenerentola, aveva stranamente alzato le aspettative.
Scesi dall'autobus, il caldo soffocante però mi ha schiacciato e sciolto. Mi sono sentita come una pallina di cremoso e ipercalorico gelato ex-sovietico che si spiaccica sull'asfalto rovente due minuti dopo che hai comprato il cono.
Persino fare le scale per entrare in metro mi è apparsa un'impresa immensa, come se quel marmo sotto i piedi, così chiaro da sembrare ghiaccio, si prendesse gioco di me. Superato il metaldetector e dopo aver avuto il "lasciapassare prioritario" dalla guardia solo per il fatto di essere turisti, la realtà attorno a me è cambiata completamente.
I soffitti dipinti di bianco e azzurro a formare centinaia di cupole. I pilastri ricoperti da lastre di vetro verde. E quei due binari, uno di fronte all'altro, ognuno con il suo orologio rosso che non indica quando sarà il prossimo treno ma da quanto è passato l'ultimo. Come se lì sotto tutti fossimo sospesi in una dimensione fuori dal tempo, lontana dagli enormi palazzi e dal traffico della città sopra di noi.
La stazione della metro di Tashkent mi ha ridato il respiro e la certezza immediata che avrei trovato qualcosa di interessante.
Quando esploriamo una nuova città i punti che abbiamo messo sulla mappa ci fanno da guida. Proviamo ad unirli per scoprire l'immagine generale, come fosse un gioco della settimana enigmistica. Con Tashkent abbiamo usato la stessa strategia. Primo punto il mercato, il Chorsu bazar. In lingua la parola "chorsu" significa "quattro direzioni". Un nome perfetto per indicare un mercato che per secoli è stato un crocevia di mercanti, culture e rotte tra Cina, Persia, steppe e mondo islamico.
La parte centrale è sotto una cupola ricoperta da piastrelle azzurre e blu. Appena varcato l'ingresso, sono assalita da un forte odore di carne cruda. I macellai urlano, attirano l'attenzione dei clienti, tagliano rumorosamente pezzi di carne. Quella cupola, vista da dentro fa ancora più effetto. La geometria del soffitto, unita a quel forte odore di sangue e spezie, fa girare la testa.
Esco a prendere una boccata d'aria calda e mi accorgo che quello coperto è solo una minima porzione di mercato. Banchi di frutta e verdura si susseguono all'esterno della cupola azzurra. Non riesco a capire dove finiscano i venditori e inizi la vita senza contrattazioni della città. Camminiamo per qualche ora in mezzo a tutte quelle merci, affascinanti dal caos che prende il sopravvento sui tentativi di tenere tutto ordinato e preciso. Beviamo una bibita al kiwi che è di un colore più simile alla criptonite che al frutto e con quella dose eccessiva di zucchero in corpo, continuiamo la nostra esplorazione.
Il secondo puntino è una madrasa (una scuola islamica) dentro il quartiere storico di Tashkent.
Questa zona non c'entra davvero nulla con il resto della città. Case basse fatte di paglia e fango, vicoli stretti e bambini che giocano a pallone. Sembra non appartenga a questo luogo anche se era qui prima che tutto il resto esistesse.
Nel 1966, infatti, un forte terremoto distrusse buona parte della capitale. L’Unione Sovietica decise quindi di ricostruire Tashkent secondo il proprio stile, quindi grandi strade, edifici enormi, quartieri razionali e tanto spazio. Troppo spazio. Un'infinità di spazio. Come se agli architetti fosse stato dato un unico ordine: "la città deve essere pronta a ospitare 5 milioni di persone dall'oggi al domani". Cosa che poi non è mai realmente avvenuta, almeno non fino ad ora.

Il terzo punto sulla mappa è il circo. Non per entrarci, per ammirarlo da fuori in tutta la sua meravigliosa bruttezza.
Un misto tra un ufo, una tazza da tè capovolta e una yurta. Chi l'ha progettato doveva essere in preda a un'allucinazione da latte di cavalla fermentato, altrimenti non si spiega come un unico edificio possa combinare 3 oggetti così diversi tra loro. Il fondo scrostato delle fontane e la vernice azzurra scolorita, fanno pensare che questo luogo abbia avuto decisamente tempi migliori. Dei fasti del passato non resta che la scritta "sirk" nella parte alta, anche lei indecisa se crollare o resistere.

Ma Tashkent non è solo cemento, palazzi e cupole scrostate. Inaspettatamente è anche piena di alberi, parchi e giardini. La temperatura, all'ombra di quei bei bestioni pieni di foglie, scende magicamente. Ogni spazio verde è curato minuziosamente e non mancano nemmeno le fontane, fonte di refrigerio quando, per errore, il getto esce dalla vasca e va a bagnare l'asfalto e chi ci cammina. I sovietici forse avevano gusti discutibili in fatto di architettura, ma non si può dire che non abbiano pensato alle bollenti estati uzbeke.
Il quarto puntino da collegare sulla mappa è un hotel. Non un qualunque alloggio per viaggiatori stanchi, ma un vero e proprio simbolo della città.
Si tratta del famoso "Hotel Uzbekistan".
L'edificio fu costruito e inaugurato nel 1974, dopo quasi un decennio di progettazione. Il progetto era iniziato negli anni '60, quando Tashkent stava diventando una delle città più importanti dell'Unione Sovietica in Asia centrale. Questo hotel era destinato ad ospitare i visitatori stranieri a cui non era consentito alloggiare in altre strutture.
Appena lo vedi il primo aggettivo che ti viene in mente è: sobrio. Seguito da un "modesto".
Ok, basta ironia. Perché la facciata, curva e alta 17 piani, è un esempio affascinante dello stile chiamato brutalismo sovietico. La caratteristica più appariscente è sicuramente la gigantesca griglia davanti alle finestre.
A prima vista sembra quasi una decorazione geometrica, ma in realtà ha anche una funzione pratica: proteggere le camere dal sole fortissimo di Tashkent.
Questa struttura richiama i panjara, le tradizionali schermature decorative dell'architettura dell'Asia centrale. È un esempio interessante di come l'architettura sovietica abbia mescolato modernismo internazionale e riferimenti locali.
E per questo Tashkent è Patrimonio dell'Unesco. È così stupenda nel suo brutalismo.

Dopo aver unito i puntini della mappa di Tashkent, siamo tornati all'hotel prima che le suole delle scarpe ci si sciogliessero.
E con il fresco dell'aria condizionata, siamo riusciti finalmente a vedere il disegno generale.
Tashkent ha la forma di una cupola, mescola i colori azzurro e grigio in modo armonioso e riesce a trasformare un'imperfezione in un'attrazione.
Non sarà la città più bella dell'Uzbekistan, ma ha un suo carattere e una sua identità che la rendono interessante.
"Tashkent è la città più brutta del Paese. Non vale la pena dedicarci troppi giorni" avevo letto online mentre facevo ricerche sulla capitale.
Quelle frasi avevano sortito in me l'effetto contrario e la curiosità di scoprire se fosse una città cenerentola, aveva stranamente alzato le aspettative.
Scesi dall'autobus, il caldo soffocante però mi ha schiacciato e sciolto. Mi sono sentita come una pallina di cremoso e ipercalorico gelato ex-sovietico che si spiaccica sull'asfalto rovente due minuti dopo che hai comprato il cono.
Persino fare le scale per entrare in metro mi è apparsa un'impresa immensa, come se quel marmo sotto i piedi, così chiaro da sembrare ghiaccio, si prendesse gioco di me. Superato il metaldetector e dopo aver avuto il "lasciapassare prioritario" dalla guardia solo per il fatto di essere turisti, la realtà attorno a me è cambiata completamente.
I soffitti dipinti di bianco e azzurro a formare centinaia di cupole. I pilastri ricoperti da lastre di vetro verde. E quei due binari, uno di fronte all'altro, ognuno con il suo orologio rosso che non indica quando sarà il prossimo treno ma da quanto è passato l'ultimo. Come se lì sotto tutti fossimo sospesi in una dimensione fuori dal tempo, lontana dagli enormi palazzi e dal traffico della città sopra di noi.
La stazione della metro di Tashkent mi ha ridato il respiro e la certezza immediata che avrei trovato qualcosa di interessante.
Quando esploriamo una nuova città i punti che abbiamo messo sulla mappa ci fanno da guida. Proviamo ad unirli per scoprire l'immagine generale, come fosse un gioco della settimana enigmistica. Con Tashkent abbiamo usato la stessa strategia. Primo punto il mercato, il Chorsu bazar. In lingua la parola "chorsu" significa "quattro direzioni". Un nome perfetto per indicare un mercato che per secoli è stato un crocevia di mercanti, culture e rotte tra Cina, Persia, steppe e mondo islamico.
La parte centrale è sotto una cupola ricoperta da piastrelle azzurre e blu. Appena varcato l'ingresso, sono assalita da un forte odore di carne cruda. I macellai urlano, attirano l'attenzione dei clienti, tagliano rumorosamente pezzi di carne. Quella cupola, vista da dentro fa ancora più effetto. La geometria del soffitto, unita a quel forte odore di sangue e spezie, fa girare la testa.
Esco a prendere una boccata d'aria calda e mi accorgo che quello coperto è solo una minima porzione di mercato. Banchi di frutta e verdura si susseguono all'esterno della cupola azzurra. Non riesco a capire dove finiscano i venditori e inizi la vita senza contrattazioni della città. Camminiamo per qualche ora in mezzo a tutte quelle merci, affascinanti dal caos che prende il sopravvento sui tentativi di tenere tutto ordinato e preciso. Beviamo una bibita al kiwi che è di un colore più simile alla criptonite che al frutto e con quella dose eccessiva di zucchero in corpo, continuiamo la nostra esplorazione.
Il secondo puntino è una madrasa (una scuola islamica) dentro il quartiere storico di Tashkent.
Questa zona non c'entra davvero nulla con il resto della città. Case basse fatte di paglia e fango, vicoli stretti e bambini che giocano a pallone. Sembra non appartenga a questo luogo anche se era qui prima che tutto il resto esistesse.
Nel 1966, infatti, un forte terremoto distrusse buona parte della capitale. L’Unione Sovietica decise quindi di ricostruire Tashkent secondo il proprio stile, quindi grandi strade, edifici enormi, quartieri razionali e tanto spazio. Troppo spazio. Un'infinità di spazio. Come se agli architetti fosse stato dato un unico ordine: "la città deve essere pronta a ospitare 5 milioni di persone dall'oggi al domani". Cosa che poi non è mai realmente avvenuta, almeno non fino ad ora.

Il terzo punto sulla mappa è il circo. Non per entrarci, per ammirarlo da fuori in tutta la sua meravigliosa bruttezza.
Un misto tra un ufo, una tazza da tè capovolta e una yurta. Chi l'ha progettato doveva essere in preda a un'allucinazione da latte di cavalla fermentato, altrimenti non si spiega come un unico edificio possa combinare 3 oggetti così diversi tra loro. Il fondo scrostato delle fontane e la vernice azzurra scolorita, fanno pensare che questo luogo abbia avuto decisamente tempi migliori. Dei fasti del passato non resta che la scritta "sirk" nella parte alta, anche lei indecisa se crollare o resistere.

Ma Tashkent non è solo cemento, palazzi e cupole scrostate. Inaspettatamente è anche piena di alberi, parchi e giardini. La temperatura, all'ombra di quei bei bestioni pieni di foglie, scende magicamente. Ogni spazio verde è curato minuziosamente e non mancano nemmeno le fontane, fonte di refrigerio quando, per errore, il getto esce dalla vasca e va a bagnare l'asfalto e chi ci cammina. I sovietici forse avevano gusti discutibili in fatto di architettura, ma non si può dire che non abbiano pensato alle bollenti estati uzbeke.
Il quarto puntino da collegare sulla mappa è un hotel. Non un qualunque alloggio per viaggiatori stanchi, ma un vero e proprio simbolo della città.
Si tratta del famoso "Hotel Uzbekistan".
L'edificio fu costruito e inaugurato nel 1974, dopo quasi un decennio di progettazione. Il progetto era iniziato negli anni '60, quando Tashkent stava diventando una delle città più importanti dell'Unione Sovietica in Asia centrale. Questo hotel era destinato ad ospitare i visitatori stranieri a cui non era consentito alloggiare in altre strutture.
Appena lo vedi il primo aggettivo che ti viene in mente è: sobrio. Seguito da un "modesto".
Ok, basta ironia. Perché la facciata, curva e alta 17 piani, è un esempio affascinante dello stile chiamato brutalismo sovietico. La caratteristica più appariscente è sicuramente la gigantesca griglia davanti alle finestre.
A prima vista sembra quasi una decorazione geometrica, ma in realtà ha anche una funzione pratica: proteggere le camere dal sole fortissimo di Tashkent.
Questa struttura richiama i panjara, le tradizionali schermature decorative dell'architettura dell'Asia centrale. È un esempio interessante di come l'architettura sovietica abbia mescolato modernismo internazionale e riferimenti locali.
E per questo Tashkent è Patrimonio dell'Unesco. È così stupenda nel suo brutalismo.

Dopo aver unito i puntini della mappa di Tashkent, siamo tornati all'hotel prima che le suole delle scarpe ci si sciogliessero.
E con il fresco dell'aria condizionata, siamo riusciti finalmente a vedere il disegno generale.
Tashkent ha la forma di una cupola, mescola i colori azzurro e grigio in modo armonioso e riesce a trasformare un'imperfezione in un'attrazione.
Non sarà la città più bella dell'Uzbekistan, ma ha un suo carattere e una sua identità che la rendono interessante.
Angela (e Paolo)





















