Lecco: la Cisgiordania vista da dentro, incontro con una attivista

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Si è tenuto nei giorni scorsi alla Casa sul Pozzo l’incontro dal titolo “Cisgiordania: la violenza sconfinata”, appuntamento organizzato dall’Associazione di Solidarietà Internazionale Rete Radié Resch-gruppo di Lecco con la collaborazione di Il Coraggio della Pace Disarma e della Comunità di via Gaggio.
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Dalla voce di Elena Castellani, attivista di AssopacePalestina, volontaria di interposizione internazionale nonviolenta Faz’a e protagonista del pomeriggio, i presenti hanno potuto ascoltare delle testimonianze vere e dirette di ciò che è accaduto e che continua ad accadere nelle zone della Cisgiordania in cui l’ospite ha operato fino a qualche tempo fa, prima di essere destinataria del divieto di ingresso da parte del governo israeliano. Elena, negli ultimi due anni, ha infatti agito come sostenitrice dei gruppi di resistenza non violenta presso Nablus, nella Valle del Giordano e nella zona di Masafer Yatta, a sud di Hebron, e ha supportato progetti per l’infanzia e di empowerment femminile nei campi profughi Balata e New Askar.
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In rappresentanza dell’Associazione di Solidarietà Internazionale Rete Radié Resch, Manuela ha introdotto l'incontro ringraziando tutti i partecipanti e i presenti e raccontando del genocidio che sta avvenendo in Cisgiordania e di quanto sia importante organizzare questi incontri per far sentire la voce di coloro che non possono parlare.
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Dopo di lei hanno preso parola Antonio ed Elena Dell’Oro, che, sulle note del’arpa di Cecilia Moschetti, hanno dato voce alle testimonianze di detenuti e detenute palestinesi nelle carceri israeliane. Questi racconti sono stati raccolti dalle donne dell'associazione Palestinian Working Woman Society for Development, in stretto contatto con l'Associazione Solidarietà Internazionale Rete Radié Resch nel 2025. I carcerati hanno parlato di inferno, di sovraffollamento estremo, di forti restrizioni e di condizioni a dir poco disumane: "Dignità e onore sono tra le cose più importanti al mondo e uno prova anche vergogna a dire di essere stato sottoposto al rinunciarvi".
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Le donne, in particolare, hanno raccontato di violazioni estreme, fisiche e psicologiche, di botte, di insulti e di umiliazioni degradanti. Di condizioni igieniche e sanitarie inaccettabili: "Una volta da una ferita abbiamo visto uscire dei vermi" è stato detto…
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Elena Castellani ha poi iniziato a offrire ai presenti il suo raccoto. Operativa dal 2017, dopo un viaggio in cui ha visto delle scene che le hanno fatto capire di non poter più stare ferma e in silenzio ma di dover fare qualcosa, ha iniziato ad essere un'attivista e ad aiutare, per quanto potesse, i palestinesi, finché non le è stato impedito di raggiungere il Paese: "Un giorno mi è arrivata una mail in cui c'era scritto che mi era stato revocato il visto senza motivo. Ho provato a rispondere pretendendo spiegazioni, ma non ho mai ricevuto risposta. Non posso dunque più tornare in Cisgiordania". Elena ha raccontato delle diverse zone in cui vivono i palestinesi e della segregazione a cui sono sottoposti: "Gli israeliani, ad esempio, possono percorrere tutte le strade che vogliono, mentre invece i palestinesi hanno delle strade proprie e non possono accedere a tutte. Oltretutto, sulle strade si trovano tantissimi check point, ossia blocchi stradali. Mi è capitato anche di vedere delle donne incinte che hanno dovuto partorire di fronte a questi blocchi perché impossibilitate al raggiungimento dell'ospedale". 
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Gli stessi insediamenti degli israeliani sono sempre di più e vanno a formare sempre più colonie sul territorio. La loro formazione inizia dal fissaggio di una bandiera israeliana, che diventa poi una costruzione (nel corso di una notte) e infine una colonia intera. 
Uno dei modi principali che hanno per segregare i palestinesi è togliere loro l'acqua, attraverso dei sistemi che la veicolano verso le loro colonie. I palestinesi sono così costrette a comprarla a cifre esorbitanti, sia per vivere sia per irrigare i propri campi, che sono la loro principale fonte di sopravvivenza. Si vedono così zone molto rigogliose, appartenenti agli israeliani, e zone completamente aride, in cui la vita ha difficoltà a crescere per la mancanza di acqua, appartenenti ai pastori palestinesi.
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Insieme alle colonie continuano ad aumentare i cancelli, all'entrata di tutti i villaggi palestinesi, chiusi e aperti dagli israeliani a loro piacimento: "Anche questo è un modo per rendere loro la vita impossibile". 
Gli israeliani hanno diversi modi per peggiorare la vita dei palestinesi, è stato spiegato: una volta creato il loro insediamento, oltre a rubar loro l'acqua, entrano nei villaggi, uccidono le greggi e assalgono i pastori. 
Elena ha mostrato ai presenti delle immagini e dei video registrati proprio da lei durante il suo viaggio: coloni che attaccano i palestinesi e gli attivisti, senza freni e senza motivazione: "Noi andavamo lì proprio per il nostro privilegio: essendo internazionali i coloni non potevano attaccarci e noi ci frapponevamo tra loro e i palestinesi. Ora purtroppo non possiamo più fare neanche questo: i coloni non hanno remore neanche ad attaccare noi internazionali. È successo anche che uccidessero un'attivista americana, una venticinquenne che si era trovata contro i coloni e che avevo conosciuto nei miei viaggi. Per difendersi, i coloni si sono solo scusati, dicendo che 'pensavano fosse una palestinese', come se uccidere i palestinesi fosse invece giustificato".
Lo scenario peggiore sono i campi profughi, senza installazioni e senza infrastrutture, con tantissimi abitanti e pochissimi servizi: "Le persone vivono in case fatiscenti e non hanno un lavoro". 
Elena ha concluso la sua testimonianza invitando le persone ad aiutare la sua associazione a finanziare i Summer e i Winter Camp per i ragazzi dei campi profughi e a dare un sostegno alle donne.
G.I.
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