I Promessi Sposi e il cinema: il romanzo più girato in assoluto
“I Promessi Sposi” sono il romanzo italiano più trasposto in assoluto in film o sceneggiati televisivi. Forse perché, con il ritmo che Alessandro Manzoni ha dato al suo romanzo, già sembrava prefigurare il cinema che allora non era nemmeno immaginato, anche se sarebbe arrivato non molto tempo dopo, alla fine dell’Ottocento.

Così la storica del cinema Matilde Tortora ha introdotto il suo excursus sui “Promessi Sposi” cinematografici nella sua conferenza inaugurale del festival “Lecco città dei Promessi Sposi” ieri a Villa Manzoni.
La relatrice ha ricordato come già nel 1908 il regista Mario Maorais aveva diretto “I Promessi Sposi”, come nel 1909 Mario Caserini diresse un “Innominato” e di come nel 1911 ci furono “I Promessi Sposi” di Lucio D’Ambra.

Ma il grande evento fu nel 1913, quando furono addirittura due le versioni cinematografiche del romanzo manzoniano. All’inizio degli anni Dieci del Novecento – ha raccontato Tortora – Torino era fervida di produzioni cinematografiche che venivano esportate anche all’estero e pure negli Stati Uniti. Protagonista di quell’epoca fu Arturo Ambrosio: era stato in Germania a studiare fotografia e in Inghilterra ad acquistare macchine per il cinema e avrebbe insegnato a fare cinema anche ai russi. Ambrosio aveva una grande cerchia di attori su cui fare affidamento e aveva ampliato la sua sede di produzione arrivando a una struttura di mille metri quadri nella quale, già nel 1913, si potevano girare più film in contemporanea.
Nel 1913 ricorreva il quarantennale della morta di Alessandro Manzoni e Ambrosio affidò al regista Eluterio Rodolfi la direzione dei “Promessi Sposi” che vennero presentati nel settembre di quell’anno al lido di Venezia.
La rivoluzione di Ambrosio fu anche di uscire dagli studi cinematografici dove fino ad allora i film venivano registrati interamente. “I Promessi Sposi” furono il primo lungometraggio girato all’esterno, tra il Lecchese e il Monzese e una scena ambientata nella stessa chiesa di Pescarenico. Ne uscì una pellicola di 1835 metri e cioè 70 minuti di proiezione, oggi normali, ma allora tantissimi, se si considera che un film si svolgeva mediamente in 250 metri di pellicola.
Nello stesso tempo, anche il produttore Pasquali annunciò un film sui “Promessi Sposi” affidato alla regia di Ubaldo Maria Del Colle. Ne seguì un contenzioso giudiziario che si protrasse a lungo ed ebbe anche strascichi in America, dove si sarebbe dovuto decidere quale dei due film dovesse uscire prima nelle sale.
Il film prodotto da Ambrosio è andato perduto. Rimane, conservata alla cineteca nazionale, una riedizione del 1923 che è però una riduzione con tagli discutibili e una durata decisamente minore. E rimane una serie di cartoline ideate dallo stesso Ambrosio alle quali Matilde Tortora ha dato la caccia per anni, riuscendo infine a realizzare una collezione che ora ha deciso di donare ai musei lecchesi.
Intanto, la storia dei “Promessi sposi” in pellicola proseguiva. Nel 1922 usciva la versione diretta da Mario Bonnard e girata, più che altro per ragioni economiche, nei dintorni di Roma, tra Viterbo e Frascati.
Nel frattempo, il mondo del cinema era stato rivoluzionato. Dopo la prima guerra mondiale, si registro un’autentica debacle del cinema italiano lasciando spazio agli americani che cominciarono a produrre grandi opere che venivano vendute anche in Italia soppiantando quindi la produzione locale: si stavano già assestando – ha spiegato Tortora – quelle grandi major che ancora dominano il settore. E infatti il film di Mario Bonnard rispecchia lo spirito americano: la calata dei lanzichenecchi, per esempio, ha tutte le caratteristiche del colossal d’Oltreoceano.
Passarono circa vent’anni e nel 1941 arrivò davvero il colossal italiano: “I Promessi Sposi” diretti da Mario Camerini con 250 attori e 2000 comparse.
Nel 1963 arrivò poi il film di Mario Maffei, una produzione italo-spagnola che fu anche innovativo dal punto di vista tecnico. Fu girato in Spagna – spiegò il regista – perché la Lombardia era ormai talmente industrializzata che i paesaggi manzoniani erano completamente alterati, mentre in Spagna si poteva ancora trovare il Seicento.
Intanto era arrivata la televisione. E nel 1967 vi fu, nel progetto di alfabetizzazione voluto dalla Rai per avvicinare ai classici il grande pubblico, l’indimenticabile sceneggiato diretto da Sandro Bolchi che per i lecchesi è diventato ormai epopea.
Nel 1989 vi fu poi la discussa versione di Salvatore Nocita e nel 2004 la miniserie di Francesca Archibugi.
Matilde Torta ha inoltre ricordato come negli anni Sessanta vi furono altri tentativi poi rimasti sulla carta. Quello più interessante – secondo il parere della storica – è quello di Pier Paolo Pasolini che, con Ennio De Concini, scrisse una sceneggiatura di una storia dei “Promessi Sposi” che avrebbe dovuto cominciare vent’anni dopo la fine del romanzo manzoniano, quando la serenità di Renzo e Lucia, ormai trasferitisi nella Bergamasca, sarebbe stata rovinata da maldicenze e mormorii, tanto che i due sposi sono costretti ad andarsene. De Concini avrebbe poi raccontato che in quella fuga, Pasolini vedeva la propria storia, quando fu costretto a fuggire con la madre dal paese a cui era tanto legato, per lo scandalo dell’omosessualità.

Infine, anche negli Stati Uniti vi furono due progetti di “Promessi Sposi” cinematografici mai partiti: uno dopo il travolgente successo di “Via col vento” (1939) da parte della Lux Film e un altro negli anni Cinquanta da parte della Titanus che avrebbe voluto affidare la regia all’italiano Gianni De Santis, il quale avrebbe ambientato il romanzo proprio in quegli anni di immediato secondo dopoguerra in Sicilia, mettendo sotto i riflettori le lotte operaie e contadine (si era anche ipotizzato di far recitare il bandito Giuliano in persona).

L’ultima notizia è del 2022, quando la Rai ha annunciato una nuova versione dei “Promessi Sposi” ma fino a oggi non se n’è saputo ancora niente. «Chissà», la chiosa di Tortora.
Così la storica del cinema Matilde Tortora ha introdotto il suo excursus sui “Promessi Sposi” cinematografici nella sua conferenza inaugurale del festival “Lecco città dei Promessi Sposi” ieri a Villa Manzoni.
La relatrice ha ricordato come già nel 1908 il regista Mario Maorais aveva diretto “I Promessi Sposi”, come nel 1909 Mario Caserini diresse un “Innominato” e di come nel 1911 ci furono “I Promessi Sposi” di Lucio D’Ambra.
Ma il grande evento fu nel 1913, quando furono addirittura due le versioni cinematografiche del romanzo manzoniano. All’inizio degli anni Dieci del Novecento – ha raccontato Tortora – Torino era fervida di produzioni cinematografiche che venivano esportate anche all’estero e pure negli Stati Uniti. Protagonista di quell’epoca fu Arturo Ambrosio: era stato in Germania a studiare fotografia e in Inghilterra ad acquistare macchine per il cinema e avrebbe insegnato a fare cinema anche ai russi. Ambrosio aveva una grande cerchia di attori su cui fare affidamento e aveva ampliato la sua sede di produzione arrivando a una struttura di mille metri quadri nella quale, già nel 1913, si potevano girare più film in contemporanea.
Nel 1913 ricorreva il quarantennale della morta di Alessandro Manzoni e Ambrosio affidò al regista Eluterio Rodolfi la direzione dei “Promessi Sposi” che vennero presentati nel settembre di quell’anno al lido di Venezia.
Nello stesso tempo, anche il produttore Pasquali annunciò un film sui “Promessi Sposi” affidato alla regia di Ubaldo Maria Del Colle. Ne seguì un contenzioso giudiziario che si protrasse a lungo ed ebbe anche strascichi in America, dove si sarebbe dovuto decidere quale dei due film dovesse uscire prima nelle sale.
Il film prodotto da Ambrosio è andato perduto. Rimane, conservata alla cineteca nazionale, una riedizione del 1923 che è però una riduzione con tagli discutibili e una durata decisamente minore. E rimane una serie di cartoline ideate dallo stesso Ambrosio alle quali Matilde Tortora ha dato la caccia per anni, riuscendo infine a realizzare una collezione che ora ha deciso di donare ai musei lecchesi.
Nel frattempo, il mondo del cinema era stato rivoluzionato. Dopo la prima guerra mondiale, si registro un’autentica debacle del cinema italiano lasciando spazio agli americani che cominciarono a produrre grandi opere che venivano vendute anche in Italia soppiantando quindi la produzione locale: si stavano già assestando – ha spiegato Tortora – quelle grandi major che ancora dominano il settore. E infatti il film di Mario Bonnard rispecchia lo spirito americano: la calata dei lanzichenecchi, per esempio, ha tutte le caratteristiche del colossal d’Oltreoceano.
Passarono circa vent’anni e nel 1941 arrivò davvero il colossal italiano: “I Promessi Sposi” diretti da Mario Camerini con 250 attori e 2000 comparse.
Intanto era arrivata la televisione. E nel 1967 vi fu, nel progetto di alfabetizzazione voluto dalla Rai per avvicinare ai classici il grande pubblico, l’indimenticabile sceneggiato diretto da Sandro Bolchi che per i lecchesi è diventato ormai epopea.
Matilde Torta ha inoltre ricordato come negli anni Sessanta vi furono altri tentativi poi rimasti sulla carta. Quello più interessante – secondo il parere della storica – è quello di Pier Paolo Pasolini che, con Ennio De Concini, scrisse una sceneggiatura di una storia dei “Promessi Sposi” che avrebbe dovuto cominciare vent’anni dopo la fine del romanzo manzoniano, quando la serenità di Renzo e Lucia, ormai trasferitisi nella Bergamasca, sarebbe stata rovinata da maldicenze e mormorii, tanto che i due sposi sono costretti ad andarsene. De Concini avrebbe poi raccontato che in quella fuga, Pasolini vedeva la propria storia, quando fu costretto a fuggire con la madre dal paese a cui era tanto legato, per lo scandalo dell’omosessualità.
Infine, anche negli Stati Uniti vi furono due progetti di “Promessi Sposi” cinematografici mai partiti: uno dopo il travolgente successo di “Via col vento” (1939) da parte della Lux Film e un altro negli anni Cinquanta da parte della Titanus che avrebbe voluto affidare la regia all’italiano Gianni De Santis, il quale avrebbe ambientato il romanzo proprio in quegli anni di immediato secondo dopoguerra in Sicilia, mettendo sotto i riflettori le lotte operaie e contadine (si era anche ipotizzato di far recitare il bandito Giuliano in persona).
L’ultima notizia è del 2022, quando la Rai ha annunciato una nuova versione dei “Promessi Sposi” ma fino a oggi non se n’è saputo ancora niente. «Chissà», la chiosa di Tortora.
D.C.





















