Lecco: padre Kizito Sesana e il suo sogno per l'Africa
Cinquant’anni vissuti nell'Africa sud orientale, a fianco di bambini, ragazzi e famiglie che hanno conosciuto la strada e la povertà, ma anche percorsi di riscatto costruiti attraverso l’educazione, le relazioni e la comunità. È questa l’esperienza raccontata ieri a Lecco da Padre Renato Kizito Sesana, protagonista dell’incontro “Un sogno per l’Africa”, ospitato negli spazi del Centro Civico Pertini per iniziativa del progetto alCUBO³.

Accanto al missionario lecchese è intervenuta, in veste di moderatrice, la giornalista Anna Pozzi. La serata ha rappresentato anche l’occasione per inaugurare la mostra fotografica “Kibera vive! Il più grande slum dell’Africa fra degrado e voglia di riscatto”, con le immagini del fotografo Bruno Zanzottera che, corredate dai testi della stessa Pozzi, sono state esposte nei corridoi del centro sociale e nell’aula conferenze della struttura. Gli scatti rappresentano una vivida e recente immagine delle vie, delle abitazioni e dei cittadini di Nairobi, la capitale del Kenya che è protagonista delle decennali missioni del sacerdote comboniano.

Ad aprire la serata è stata proprio la giornalista Anna Pozzi, che ha introdotto il racconto della realtà di Kibera soffermandosi non soltanto sulle condizioni di degrado dello slum di Nairobi, ma anche sulle energie, sulla creatività e sulle forme di organizzazione nate al suo interno.

All’incontro hanno partecipato anche l’assessore comunale allo Sport e ai Giovani Lorella Cesana, il sindaco di Lecco Filippo Boscagli, Andrea Salvalaggio e Riccardo Bassani in rappresentanza dei giovani appartenenti alle associazioni che fanno capo al progetto alCUBO³, e il presidente delle ACLI Provinciali di Lecco Giuseppe Elia.

Proprio Elia ha ricordato il rapporto costruito negli anni con Padre Kizito. L’assessore Cesana ha dichiarato: «Due parole per ringraziare intanto alCUBO³, perché oggi siamo in un luogo che è stato dall'amministrazione dedicato proprio ai giovani, e quindi la co-progettazione che abbiamo in corso con loro riesce a darci la dimensione di quello che sanno fare. E questa mostra, che ci insegna anche grazie a Padre Kizito quelle che sono proprio le potenzialità che i giovani, anche in contesti molto fragili e diversi dal nostro, possono portarci, parla proprio qua e ha un significato particolare».

Il sindaco Boscagli ha concluso così il suo saluto: «Noi ci tenevamo a essere presenti proprio per il fatto che sappiamo quanto sia importante raccontare questo spaccato di mondo anche all'interno della comunità lecchese, all'interno di questa mostra, all'interno di un contesto di co-progettazione con un mondo di giovani che viva e che si sviluppi».

Nel suo intervento Padre Kizito ha ripercorso alcune delle tappe principali della propria esperienza africana, iniziata cinquant’anni fa tra Zambia e Kenya. A Nairobi, a partire dalla fine degli anni Ottanta, il missionario ha iniziato a lavorare con i bambini e i ragazzi di strada, dando vita a percorsi di accoglienza e accompagnamento attraverso la comunità Koinonia.

Una parte del racconto è stata dedicata alle storie di alcuni dei giovani incontrati nel corso degli anni: ragazzi cresciuti nella strada che, attraverso l'inserimento nelle comunità e il percorso scolastico, sono riusciti a proseguire gli studi e a costruirsi un futuro professionale. Tra le vicende ricordate anche quella di Jack, cresciuto nella comunità e diventato successivamente operatore sociale, molto attivo e presente tra le strade di Nairobi per aiutare i suoi concittadini; per questo preferisce definirsi un “operatore di strada”.

«Dopo 25-30 anni che vengo in Africa non finisco mai di meravigliarmi che vedo la gente, incontro la gente, e la gente sorride. La gente in situazioni che a me sembrano disperate ha il sorriso, ha dentro questa voglia di vita, questa voglia di vivere. E da dove viene? Cosa c'è? C'è una convinzione profonda, c'è una spiritualità profonda che sostiene questo amore per la vita».

Un lavoro che ha riguardato anche giovani madri e famiglie in condizioni di particolare fragilità, attraverso la realizzazione di case-famiglia e strutture di accoglienza: «Una delle prime case che è stata aperta sulle colline fuori Nairobi è stata creata grazie alla solidarietà di tanti lecchesi: è la Casa Anita, composta adesso da tre case. Abbiamo fatto una prima casa con altri aiuti, poi c'è stato un gruppo di lecchesi che ci ha aiutato ad aprire la seconda casa nel 2001», racconta il sacerdote. E continua dicendo: «Tra l'altro questa casa non è un centro, sono case-famiglia. Quindi è anche un'esperienza di accoglienza che si sta evolvendo: ci sono famiglie keniote, con i loro figli, che però si fanno carico di 6-7 bambine che vengono dalla strada».

Al centro della riflessione anche il concetto africano di Ubuntu, sintetizzato da Padre Kizito nell'espressione «Noi siamo, quindi io sono». Una concezione nella quale l'identità della persona è strettamente legata alla comunità e alle relazioni con gli altri: «Per noi occidentali lo slogan che rappresenta la nostra visione culturale è "Cogito ergo sum", quindi la razionalità: "Io penso, dunque sono". Qui c’è l’individuo al centro di tutto; l'individuo si vede al centro di tutto. In Africa è l'opposto. In Africa il motto fondamentale della cultura africana è: "Noi siamo, quindi io sono". Cioè, io sono generato dalla comunità, io prendo vita dalla comunità e non vivo se non sono parte della comunità».

Dalla strada all'arte, infine, il racconto è arrivato al Kibera Art District, realtà nata all'interno dello slum di Nairobi dove diversi giovani artisti lavorano con pittura, scultura e materiali di recupero. Un altro esempio, secondo quanto raccontato durante la serata, di come anche in un contesto segnato dalla povertà possano svilupparsi iniziative autonome e forme di espressione capaci di coinvolgere la comunità.

La serata si è conclusa con l'apertura della mostra “Kibera vive!”, che resterà allestita negli spazi di alCUBO³, in via dell'Eremo 28, fino al 4 dicembre.
L'esposizione sarà visitabile dal lunedì al giovedì dalle 14 alle 18 e il venerdì dalle 16 alle 18. Sono inoltre possibili visite guidate curate dai volontari di Amani ETS, prenotabili scrivendo all'indirizzo lecco@acli.it
Accanto al missionario lecchese è intervenuta, in veste di moderatrice, la giornalista Anna Pozzi. La serata ha rappresentato anche l’occasione per inaugurare la mostra fotografica “Kibera vive! Il più grande slum dell’Africa fra degrado e voglia di riscatto”, con le immagini del fotografo Bruno Zanzottera che, corredate dai testi della stessa Pozzi, sono state esposte nei corridoi del centro sociale e nell’aula conferenze della struttura. Gli scatti rappresentano una vivida e recente immagine delle vie, delle abitazioni e dei cittadini di Nairobi, la capitale del Kenya che è protagonista delle decennali missioni del sacerdote comboniano.
Ad aprire la serata è stata proprio la giornalista Anna Pozzi, che ha introdotto il racconto della realtà di Kibera soffermandosi non soltanto sulle condizioni di degrado dello slum di Nairobi, ma anche sulle energie, sulla creatività e sulle forme di organizzazione nate al suo interno.
All’incontro hanno partecipato anche l’assessore comunale allo Sport e ai Giovani Lorella Cesana, il sindaco di Lecco Filippo Boscagli, Andrea Salvalaggio e Riccardo Bassani in rappresentanza dei giovani appartenenti alle associazioni che fanno capo al progetto alCUBO³, e il presidente delle ACLI Provinciali di Lecco Giuseppe Elia.
Proprio Elia ha ricordato il rapporto costruito negli anni con Padre Kizito. L’assessore Cesana ha dichiarato: «Due parole per ringraziare intanto alCUBO³, perché oggi siamo in un luogo che è stato dall'amministrazione dedicato proprio ai giovani, e quindi la co-progettazione che abbiamo in corso con loro riesce a darci la dimensione di quello che sanno fare. E questa mostra, che ci insegna anche grazie a Padre Kizito quelle che sono proprio le potenzialità che i giovani, anche in contesti molto fragili e diversi dal nostro, possono portarci, parla proprio qua e ha un significato particolare».
Il sindaco Boscagli ha concluso così il suo saluto: «Noi ci tenevamo a essere presenti proprio per il fatto che sappiamo quanto sia importante raccontare questo spaccato di mondo anche all'interno della comunità lecchese, all'interno di questa mostra, all'interno di un contesto di co-progettazione con un mondo di giovani che viva e che si sviluppi».
Nel suo intervento Padre Kizito ha ripercorso alcune delle tappe principali della propria esperienza africana, iniziata cinquant’anni fa tra Zambia e Kenya. A Nairobi, a partire dalla fine degli anni Ottanta, il missionario ha iniziato a lavorare con i bambini e i ragazzi di strada, dando vita a percorsi di accoglienza e accompagnamento attraverso la comunità Koinonia.
Una parte del racconto è stata dedicata alle storie di alcuni dei giovani incontrati nel corso degli anni: ragazzi cresciuti nella strada che, attraverso l'inserimento nelle comunità e il percorso scolastico, sono riusciti a proseguire gli studi e a costruirsi un futuro professionale. Tra le vicende ricordate anche quella di Jack, cresciuto nella comunità e diventato successivamente operatore sociale, molto attivo e presente tra le strade di Nairobi per aiutare i suoi concittadini; per questo preferisce definirsi un “operatore di strada”.
«Dopo 25-30 anni che vengo in Africa non finisco mai di meravigliarmi che vedo la gente, incontro la gente, e la gente sorride. La gente in situazioni che a me sembrano disperate ha il sorriso, ha dentro questa voglia di vita, questa voglia di vivere. E da dove viene? Cosa c'è? C'è una convinzione profonda, c'è una spiritualità profonda che sostiene questo amore per la vita».
Un lavoro che ha riguardato anche giovani madri e famiglie in condizioni di particolare fragilità, attraverso la realizzazione di case-famiglia e strutture di accoglienza: «Una delle prime case che è stata aperta sulle colline fuori Nairobi è stata creata grazie alla solidarietà di tanti lecchesi: è la Casa Anita, composta adesso da tre case. Abbiamo fatto una prima casa con altri aiuti, poi c'è stato un gruppo di lecchesi che ci ha aiutato ad aprire la seconda casa nel 2001», racconta il sacerdote. E continua dicendo: «Tra l'altro questa casa non è un centro, sono case-famiglia. Quindi è anche un'esperienza di accoglienza che si sta evolvendo: ci sono famiglie keniote, con i loro figli, che però si fanno carico di 6-7 bambine che vengono dalla strada».
Al centro della riflessione anche il concetto africano di Ubuntu, sintetizzato da Padre Kizito nell'espressione «Noi siamo, quindi io sono». Una concezione nella quale l'identità della persona è strettamente legata alla comunità e alle relazioni con gli altri: «Per noi occidentali lo slogan che rappresenta la nostra visione culturale è "Cogito ergo sum", quindi la razionalità: "Io penso, dunque sono". Qui c’è l’individuo al centro di tutto; l'individuo si vede al centro di tutto. In Africa è l'opposto. In Africa il motto fondamentale della cultura africana è: "Noi siamo, quindi io sono". Cioè, io sono generato dalla comunità, io prendo vita dalla comunità e non vivo se non sono parte della comunità».
Dalla strada all'arte, infine, il racconto è arrivato al Kibera Art District, realtà nata all'interno dello slum di Nairobi dove diversi giovani artisti lavorano con pittura, scultura e materiali di recupero. Un altro esempio, secondo quanto raccontato durante la serata, di come anche in un contesto segnato dalla povertà possano svilupparsi iniziative autonome e forme di espressione capaci di coinvolgere la comunità.
La serata si è conclusa con l'apertura della mostra “Kibera vive!”, che resterà allestita negli spazi di alCUBO³, in via dell'Eremo 28, fino al 4 dicembre.
L'esposizione sarà visitabile dal lunedì al giovedì dalle 14 alle 18 e il venerdì dalle 16 alle 18. Sono inoltre possibili visite guidate curate dai volontari di Amani ETS, prenotabili scrivendo all'indirizzo lecco@acli.it
T.P.





















