Lecco: a passeggio e poi tutti a cena. La seconda giornata manzoniana
È cominciata in riva all’Adda ed è finita con le gambe sotto il tavolo, la seconda giornata del festival “Lecco città dei Promessi Sposi”. Quella dedicata al tema del festival: “Guerra, giustizia, libertà: le parole di Manzoni”. Sulle quali si è ragionato in serata a Villa Manzoni tra una zuppa della Perpetua e un risotto.

Al mattino l’appuntamento era a Pescarenico per “Manzoni en plein air” con le letture di brani del romanzo manzoniano da parte di Luca Radaelli e la visita guidata da Laura Valsecchi al borgo fino naturalmente al convento di fra’ Cristoforo e la conclusione in piazza Era.

Nel pomeriggio invece, si è partiti da Villa Manzoni per raggiungere Palazzo Belgiojoso a Castello per poi scendere verso il lago e arrivare al Ponte Vecchio, con le spiegazioni di Bianca Maria Fracassa sull’evoluzione di Lecco, dal vecchio castrum fino al borgo avviato a diventar città.

Infine, la “Locanda Manzoni” nella villa al Caleotto con il dialogo tra il direttore del festival Mauro Rossetto e la filologa Paola Italia e lo storico della filosofia Massimo Ferrari. Pubblico attovagliato per il menù curato da Daniele Salerno: appunto, la zuppa della Perpetua, un risotto mantecato e un gelato al cioccolato.
Prima e dopo cena, come detto, la riflessione sulle parole chiave del festival, con le letture di brani manzoniani da parte di Tommaso Rotella e Maria Alessandra Rizzone.

Guerra, giustizia e libertà, dunque. Con Paola Italia che ha effettuato una ricerca su quante volte queste parole siano state usato dal Manzoni nei “Promessi sposi”: ricerca facile – ha spiegato – la può fare chiunque, basta collegarsi al portale “Leggo Manzoni” dell’Università di Bologna. La parola “guerra”, per esempio, compare 44 volte, “pace” 42. E compare nelle primissime righe del romanzo, non nel celebre incipit di “quel ramo” ma nell’introduzione sul manoscritto ritrovato: «guerra illustre contro il tempo» che racchiude la riflessione manzoniana sulla storia che è un modo di vincere il tempo, riportando in vita personaggi scomparsi. In quanto alla guerra vera e propria – introdotta dalla lettura del brano sulla calata dei lanzichenecchi che tra l’altro portano la peste, righe in cui la guerra non viene nominata - il giudizio di Manzoni è netto: la guerra è una cosa atroce, è qualcosa che non ha nemmeno nome, che porta distruzione e morte. Perché la guerra – ha aggiunto Ferrari - non solo porta la peste, ma è peste essa stessa. E nella “Morale cattolica”, parlando della notte di San Bartolomeo, lo scrittore usa la definizione “infame”: la condanna della guerra in Manzoni è dunque evidente e il problema semmai è come dare conto della guerra: può anche essere in qualche modo giustificata ma il suo prezzo è troppo alto per essere sopportato.
Si innesta su questo la concezione del Manzoni che rinfaccia all’illuminismo la rimozione del male, la presenza del male nella vita umana.

Il punto di vista del Manzoni – ha ripreso Italia – è quello della persona singola di fronte agli eventi storici. Perché Manzoni – ha chiosato Ferrari – vuole guardare a chi subisce gli eventi, agli umili.
Ne consegue un atteggiamento ben definito sul concetto di giustizia (parola che compare 91 volte, ingiustizia solo due) che è al centro della riflessione manzoniana, testimoniato dalla storia della colonna infame che inizialmente era parte integrante del romanzo e non appendice finale. Al centro dei “Promessi Sposi” – ha detto Italia - non c’è dunque una storia sentimentale, bensì una riflessione sulla giustizia. E Manzoni – ha proseguito Ferrari – prende le distanze dall’illuminismo, dice che il male è ineliminabile, il male è radicato nelle persone e quindi quello della giustizia diventa un problema etico più che politico.
Al mattino l’appuntamento era a Pescarenico per “Manzoni en plein air” con le letture di brani del romanzo manzoniano da parte di Luca Radaelli e la visita guidata da Laura Valsecchi al borgo fino naturalmente al convento di fra’ Cristoforo e la conclusione in piazza Era.
Nel pomeriggio invece, si è partiti da Villa Manzoni per raggiungere Palazzo Belgiojoso a Castello per poi scendere verso il lago e arrivare al Ponte Vecchio, con le spiegazioni di Bianca Maria Fracassa sull’evoluzione di Lecco, dal vecchio castrum fino al borgo avviato a diventar città.
Infine, la “Locanda Manzoni” nella villa al Caleotto con il dialogo tra il direttore del festival Mauro Rossetto e la filologa Paola Italia e lo storico della filosofia Massimo Ferrari. Pubblico attovagliato per il menù curato da Daniele Salerno: appunto, la zuppa della Perpetua, un risotto mantecato e un gelato al cioccolato.
Prima e dopo cena, come detto, la riflessione sulle parole chiave del festival, con le letture di brani manzoniani da parte di Tommaso Rotella e Maria Alessandra Rizzone.
Guerra, giustizia e libertà, dunque. Con Paola Italia che ha effettuato una ricerca su quante volte queste parole siano state usato dal Manzoni nei “Promessi sposi”: ricerca facile – ha spiegato – la può fare chiunque, basta collegarsi al portale “Leggo Manzoni” dell’Università di Bologna. La parola “guerra”, per esempio, compare 44 volte, “pace” 42. E compare nelle primissime righe del romanzo, non nel celebre incipit di “quel ramo” ma nell’introduzione sul manoscritto ritrovato: «guerra illustre contro il tempo» che racchiude la riflessione manzoniana sulla storia che è un modo di vincere il tempo, riportando in vita personaggi scomparsi. In quanto alla guerra vera e propria – introdotta dalla lettura del brano sulla calata dei lanzichenecchi che tra l’altro portano la peste, righe in cui la guerra non viene nominata - il giudizio di Manzoni è netto: la guerra è una cosa atroce, è qualcosa che non ha nemmeno nome, che porta distruzione e morte. Perché la guerra – ha aggiunto Ferrari - non solo porta la peste, ma è peste essa stessa. E nella “Morale cattolica”, parlando della notte di San Bartolomeo, lo scrittore usa la definizione “infame”: la condanna della guerra in Manzoni è dunque evidente e il problema semmai è come dare conto della guerra: può anche essere in qualche modo giustificata ma il suo prezzo è troppo alto per essere sopportato.
Si innesta su questo la concezione del Manzoni che rinfaccia all’illuminismo la rimozione del male, la presenza del male nella vita umana.
Il punto di vista del Manzoni – ha ripreso Italia – è quello della persona singola di fronte agli eventi storici. Perché Manzoni – ha chiosato Ferrari – vuole guardare a chi subisce gli eventi, agli umili.
Ne consegue un atteggiamento ben definito sul concetto di giustizia (parola che compare 91 volte, ingiustizia solo due) che è al centro della riflessione manzoniana, testimoniato dalla storia della colonna infame che inizialmente era parte integrante del romanzo e non appendice finale. Al centro dei “Promessi Sposi” – ha detto Italia - non c’è dunque una storia sentimentale, bensì una riflessione sulla giustizia. E Manzoni – ha proseguito Ferrari – prende le distanze dall’illuminismo, dice che il male è ineliminabile, il male è radicato nelle persone e quindi quello della giustizia diventa un problema etico più che politico.
D.C.





















