La cicatrice sovietica della Moldavia in un reportage: mostra alla Torre Viscontea
Un Paese sospeso tra due mondi, tra Oriente e Occidente, in un precario equilibrio tra l’eredità del passato sovietico e la spinta modernizzatrice verso un futuro europeo. È la Moldavia raccontata attraverso lo sguardo del fotoreporter di fama internazionale Alessandro Grassani, autore della mostra “Moldova. The Cold Divide 2023-2026”.
L’esposizione, in programma fino a 18 ottobre alla Torre Viscontea, è stata inaugurata sabato e ha aperto la 29ª edizione di Immagimondo, il festival promosso da Les Cultures Aps in collaborazione con il Comune e il Sistema Museale Urbano Lecchese.

La presentazione si è svolta nella sala conferenze di Palazzo delle Paure, alla presenza dell’autore e di Alberto Basciani, docente di Storia contemporanea e della Russia all’Università Roma Tre. La mostra propone un dialogo tra fotografia e ricerca storica, con l'obiettivo di andare oltre la cronaca e restituire la complessità di un Paese segnato dalle eredità del passato e dalle trasformazioni in corso.
Nel corso dell’incontro inaugurale, introducendo l’iniziativa, la vicepresidente di Les Cultures Maria Grazia Zanetti ha ricordato come Immagimondo nasca per «spostare lo sguardo dal già noto a ciò che invece non conosciamo», sottolineando la forza espressiva delle fotografie.
«Quello che vi proponiamo è un racconto complessivo, in cui lo sguardo del fotografo riesce a dare il peso del tempo, in un’epoca in cui le foto sono spesso deprivate di significato a causa del loro utilizzo “inflazionato” sul web. Qui abbiamo immagini cariche di significato perché risultato di una ricerca approfondita sul campo», ha spiegato.

Il progetto è nato dopo l'invasione russa dell'Ucraina del febbraio 2022. La scelta di Grassani è stata quella di allontanarsi dalla frenesia della cronaca per concentrarsi sulle conseguenze più profonde di quel conflitto e sul rapporto tra memoria, identità e territorio.
«Questo non è fotogiornalismo: il fotogiornalismo nasce dall'idea di raccontare un fatto o un momento. Questo progetto ha l'ambizione di raccontare ciò che è stato scatenato da un evento. Cercavo un luogo in cui parlare della guerra lontano dal fragore dei combattimenti e dalle notizie di prima pagina, per creare un racconto stratificato e complesso», ha raccontato Grassani.
Il fotoreporter ha quindi ripercorso la genesi del lavoro, nata da un incarico ricevuto dall’USAID, l’agenzia governativa statunitense per la cooperazione internazionale.
«Quattro anni fa ricevo questa chiamata dall’USAID, l’ente governativo statunitense che si occupa di portare aiuti in zone in cui ce n’è bisogno, tra le quali anche quelle in conflitto come l’Ucraina in quel momento. Mi chiedono di elaborare una storia umanitaria tra Kharkiv e Sumy, che si trovano nel nord dell’Ucraina. Rifletto un attimo e inizialmente rifiuto l’incarico: pur conoscendo e avendo già documentato la guerra, quelle dell’Europa orientale erano zone che non conoscevo bene. Subito dopo aver messo giù il telefono, però, mi sono detto: “Va beh, però ho un’opportunità di conoscere un posto e l’ho rifiutata”. Così, alla fine, ho accettato l’incarico e sono partito per la Moldavia».

La narrazione si sviluppa lungo la Security Zone, il territorio cuscinetto tra la Moldavia e la Transnistria, regione separatista filorussa al centro di un conflitto congelato dopo il cessate il fuoco del 1992. Il progetto attraversa inoltre la Gagauzia, regione autonoma caratterizzata da una forte identità filorussa, e incontra le nuove generazioni, sempre più orientate verso l’Europa.

Nel tracciare un quadro storico delle trasformazioni dell’area, lo storico Alberto Basciani ha evidenziato la peculiarità e la complessità di questa terra di confine: «Siamo abituati a un Occidente dove tutto è più definito. Quando ci avviciniamo al sud-est dell’Europa dobbiamo cambiare paradigma. La Seconda guerra mondiale è stata un momento di discrimine fondamentale, in cui da Mosca si capì di dover mettere in sicurezza perpetua la Moldavia, avviando una russificazione strisciante e un controllo capillare della storia e della memoria».
Una trasformazione che, secondo Basciani, si sarebbe consolidata soprattutto nel secondo dopoguerra, con l'inserimento della Moldavia nell'Unione Sovietica e la costituzione della Repubblica Socialista Sovietica Moldava.
Uno degli elementi stilistici più caratteristici del progetto è l’utilizzo di pellicole fotografiche scadute prima del 1989, anno della caduta del Muro di Berlino e dell’avvio della dissoluzione del blocco sovietico.
Le alterazioni cromatiche, le imperfezioni e la grana diventano così parte integrante del racconto, facendo della materia stessa della fotografia un richiamo al passato.

«Volevo fotografare con pellicole scadute prima del 1989 per includere, attraverso il mezzo fotografico, il tempo storico che non riuscivo a raccontare in altri modi», ha spiegato Grassani. «Ne è venuta fuori una serie di paesaggi e di vite sospese, circondate da solitudine. In Moldavia il tempo non è una linea: è un accumulo, un'interruzione, un ritorno».
Il lavoro del fotografo si è sviluppato anche attraverso il rapporto con gli abitanti e con le realtà locali. Un percorso non semplice, come ha raccontato lo stesso Grassani.
«Inizialmente bisogna farsi dei contatti nei luoghi del reportage. Io i primi dieci giorni di viaggio li ho passati cercando contatti tra addetti stampa, giornalisti locali e associazioni. Non è sempre facile instaurare un rapporto con gli abitanti dei luoghi che si vogliono documentare, ma in questo caso è stato particolarmente difficile, credo a causa della storia e della forza con cui l’ex sistema politico sovietico, segnato da violenze e mancanza di libertà di parola, sia riuscito a plasmare la società moldava insieme a tutte quelle dei Paesi del vecchio blocco comunista».

Grassani ha quindi raccontato l'incontro con diverse realtà del Paese, comprese quelle giovanili, soffermandosi anche sui temi sociali e culturali che continuano a dividere la società moldava.
«Sono comunque riuscito, alla fine, a conoscere diverse realtà del territorio moldavo, anche quelle giovanili, segnate, anche se non lo si direbbe, da una visione reazionaria della famiglia e dei propri valori culturali. In particolare, c’è un rapporto difficile con temi come l’omosessualità, non solo nelle campagne ma anche nella capitale Chișinău, un fenomeno che mi ha particolarmente sorpreso».
La mostra comprende 33 fotografie allestite all’interno delle sale della Torre Viscontea, accompagnate da interviste e altri materiali, oltre a quattro pannelli esterni in Piazza XX Settembre, pensati per offrire ai passanti uno sguardo immediato sul lavoro dell’autore.
L’esposizione, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 18 ottobre. Gli orari di apertura sono: giovedì dalle 10 alle 13; venerdì e sabato dalle 14 alle 18; domenica dalle 10 alle 18.
L’esposizione, in programma fino a 18 ottobre alla Torre Viscontea, è stata inaugurata sabato e ha aperto la 29ª edizione di Immagimondo, il festival promosso da Les Cultures Aps in collaborazione con il Comune e il Sistema Museale Urbano Lecchese.
La presentazione si è svolta nella sala conferenze di Palazzo delle Paure, alla presenza dell’autore e di Alberto Basciani, docente di Storia contemporanea e della Russia all’Università Roma Tre. La mostra propone un dialogo tra fotografia e ricerca storica, con l'obiettivo di andare oltre la cronaca e restituire la complessità di un Paese segnato dalle eredità del passato e dalle trasformazioni in corso.
Nel corso dell’incontro inaugurale, introducendo l’iniziativa, la vicepresidente di Les Cultures Maria Grazia Zanetti ha ricordato come Immagimondo nasca per «spostare lo sguardo dal già noto a ciò che invece non conosciamo», sottolineando la forza espressiva delle fotografie.
«Quello che vi proponiamo è un racconto complessivo, in cui lo sguardo del fotografo riesce a dare il peso del tempo, in un’epoca in cui le foto sono spesso deprivate di significato a causa del loro utilizzo “inflazionato” sul web. Qui abbiamo immagini cariche di significato perché risultato di una ricerca approfondita sul campo», ha spiegato.
Il progetto è nato dopo l'invasione russa dell'Ucraina del febbraio 2022. La scelta di Grassani è stata quella di allontanarsi dalla frenesia della cronaca per concentrarsi sulle conseguenze più profonde di quel conflitto e sul rapporto tra memoria, identità e territorio.
«Questo non è fotogiornalismo: il fotogiornalismo nasce dall'idea di raccontare un fatto o un momento. Questo progetto ha l'ambizione di raccontare ciò che è stato scatenato da un evento. Cercavo un luogo in cui parlare della guerra lontano dal fragore dei combattimenti e dalle notizie di prima pagina, per creare un racconto stratificato e complesso», ha raccontato Grassani.
«Quattro anni fa ricevo questa chiamata dall’USAID, l’ente governativo statunitense che si occupa di portare aiuti in zone in cui ce n’è bisogno, tra le quali anche quelle in conflitto come l’Ucraina in quel momento. Mi chiedono di elaborare una storia umanitaria tra Kharkiv e Sumy, che si trovano nel nord dell’Ucraina. Rifletto un attimo e inizialmente rifiuto l’incarico: pur conoscendo e avendo già documentato la guerra, quelle dell’Europa orientale erano zone che non conoscevo bene. Subito dopo aver messo giù il telefono, però, mi sono detto: “Va beh, però ho un’opportunità di conoscere un posto e l’ho rifiutata”. Così, alla fine, ho accettato l’incarico e sono partito per la Moldavia».
La narrazione si sviluppa lungo la Security Zone, il territorio cuscinetto tra la Moldavia e la Transnistria, regione separatista filorussa al centro di un conflitto congelato dopo il cessate il fuoco del 1992. Il progetto attraversa inoltre la Gagauzia, regione autonoma caratterizzata da una forte identità filorussa, e incontra le nuove generazioni, sempre più orientate verso l’Europa.
Nel tracciare un quadro storico delle trasformazioni dell’area, lo storico Alberto Basciani ha evidenziato la peculiarità e la complessità di questa terra di confine: «Siamo abituati a un Occidente dove tutto è più definito. Quando ci avviciniamo al sud-est dell’Europa dobbiamo cambiare paradigma. La Seconda guerra mondiale è stata un momento di discrimine fondamentale, in cui da Mosca si capì di dover mettere in sicurezza perpetua la Moldavia, avviando una russificazione strisciante e un controllo capillare della storia e della memoria».
Una trasformazione che, secondo Basciani, si sarebbe consolidata soprattutto nel secondo dopoguerra, con l'inserimento della Moldavia nell'Unione Sovietica e la costituzione della Repubblica Socialista Sovietica Moldava.
Uno degli elementi stilistici più caratteristici del progetto è l’utilizzo di pellicole fotografiche scadute prima del 1989, anno della caduta del Muro di Berlino e dell’avvio della dissoluzione del blocco sovietico.
Le alterazioni cromatiche, le imperfezioni e la grana diventano così parte integrante del racconto, facendo della materia stessa della fotografia un richiamo al passato.
«Volevo fotografare con pellicole scadute prima del 1989 per includere, attraverso il mezzo fotografico, il tempo storico che non riuscivo a raccontare in altri modi», ha spiegato Grassani. «Ne è venuta fuori una serie di paesaggi e di vite sospese, circondate da solitudine. In Moldavia il tempo non è una linea: è un accumulo, un'interruzione, un ritorno».
Il lavoro del fotografo si è sviluppato anche attraverso il rapporto con gli abitanti e con le realtà locali. Un percorso non semplice, come ha raccontato lo stesso Grassani.
«Inizialmente bisogna farsi dei contatti nei luoghi del reportage. Io i primi dieci giorni di viaggio li ho passati cercando contatti tra addetti stampa, giornalisti locali e associazioni. Non è sempre facile instaurare un rapporto con gli abitanti dei luoghi che si vogliono documentare, ma in questo caso è stato particolarmente difficile, credo a causa della storia e della forza con cui l’ex sistema politico sovietico, segnato da violenze e mancanza di libertà di parola, sia riuscito a plasmare la società moldava insieme a tutte quelle dei Paesi del vecchio blocco comunista».
Grassani ha quindi raccontato l'incontro con diverse realtà del Paese, comprese quelle giovanili, soffermandosi anche sui temi sociali e culturali che continuano a dividere la società moldava.
«Sono comunque riuscito, alla fine, a conoscere diverse realtà del territorio moldavo, anche quelle giovanili, segnate, anche se non lo si direbbe, da una visione reazionaria della famiglia e dei propri valori culturali. In particolare, c’è un rapporto difficile con temi come l’omosessualità, non solo nelle campagne ma anche nella capitale Chișinău, un fenomeno che mi ha particolarmente sorpreso».
La mostra comprende 33 fotografie allestite all’interno delle sale della Torre Viscontea, accompagnate da interviste e altri materiali, oltre a quattro pannelli esterni in Piazza XX Settembre, pensati per offrire ai passanti uno sguardo immediato sul lavoro dell’autore.
L’esposizione, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 18 ottobre. Gli orari di apertura sono: giovedì dalle 10 alle 13; venerdì e sabato dalle 14 alle 18; domenica dalle 10 alle 18.
T.P.





















