Le parole del Manzoni: in Villa la 'passeggiata' con Gambarotta

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Chiusura d’atmosfera, ieri sera a Villa Manzoni, per il festival “Lecco città dei Promessi sposi” con tanta musica e le riflessioni dello scrittore e giornalista Bruno Gambarotta sui vocaboli di questa edizione della rassegna; “Guerra, giustizia, libertà: le parole di Manzoni”. È’ stata una sorta di conferenza-concerto itinerante tra il cortile d’onore, la sala delle grisaglie, il parco e le scuderie.
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Nonostante l’età, Gambarotta non ha perso il piglio da monellaccio esordendo con «devo parlare del Manzoni, non me l’avevano detto», ma dimostrando poi una profonda conoscenza dello scrittore: «È un macigno. Un uomo di cultura italiano non può certo girarci attorno. E infatti tutti gli scrittori italiani hanno passato la vita a leggere il Manzoni. Perché leggi e rileggi, ogni volta scopri cose nuove. Era tormentato, il suo modo d’essere era una revisione continua, un continuo arrovellarsi tra paure e momenti di angoscia. E continua a essere attuale: ha ambientato “I Promessi Sposi” nel periodo della Guerra dei trent’anni. E adesso noi siamo in una nuova Guerra dei trent’anni. Se guardiamo al genocidio di Gaza, possiamo pensare all’Adelchi manzoniano, alla guerra tra longobardi e franchi con in mezzo i latini, i poveri, il popolo.»
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A proposito di musica, visto che il tema era anche il rapporto tra Manzoni e la musica come ha sottolineato il direttore artistico Mauro Rossetto, il giornalista piemontese ha detto che merito involontario di Manzoni è l’aver “convinto” Verdi a scrivere la Messa da Requiem per i suoi funerali e anche Ennio Morricone che ha scritto la colonna sonora dei “Promessi Sposi” di Salvatore Nocita, nel quale ci sono la guerra e la giustizia, ma manca la Provvidenza e quella sono proprio le musiche di Morricone, un capolavoro.»
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Durante le tappe della “passeggiata” in villa, Gambarotta ha poi approfondito le parole guida del festival di quest’anno. 
La guerra: Manzoni non era un guerrafondaio né un pacifista ma ha messo in luce come le vittime delle guerre siano quelli che le guerre non le fanno e cioè i poveri, la gente comune.
La giustizia: era pessimista sulla giustizia umana, la vera giustizia è quella divina e lo ha espresso nella Storia della colonna infame, evidenziando come per rispettare la legge si siano condannati due innocenti.
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La libertà: non deve essere divisa dalla responsabilità, non è una fare ciò che si vuole; don Rodrigo è libero, anche di fare il male, l’Innominato è libero a suo modo, ma la libertà più importante è quella di fra’ Cristoforo che prima era Ludovico e ha ucciso un uomo ed ecco il nuovo concetto che introduce il Manzoni, nipote di quel Beccaria il cui libro sui delitti e le pene aveva girato l’Europa: la libertà di non essere prigioniero di quello chi si è stati. Pensate quanto significhi anche per la società di oggi: niente ergastolo, ma la possibilità di redimersi, ma la libertà te la devi meritare, non c’è libertà senza responsabilità.
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Ad accompagnare musicalmente la serata sono stati docenti e allievi della scuola civica di musica Zelioli: Giorgio Costa (pianoforte), Elena Cornacchia (flauto), Elena Spotti (arpa), Chiara Ballabio (violino), Maria Antonietta Puggioni (violoncello), Luca Bonasnto (chitarra), Massimo Bonassi (harmonium).
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Al termine, l’assessore comunale alla cultura Cinzia Bettega ha portato il suo saluto, parlando del successo del festival che ha dimostrato come i lecchesi abbiano dimostrato ancora una volta la grande passione che hanno per la propria città. Ed è per questo – ha concluso – che l’indirizzo del proprio mandato amministrativo è quello di coinvolgere il più possibile tutte le associazioni presenti sul territorio.

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La rassagna ora prosegue con le iniziative del “fuori festival”: domani e dopo sono previsti laboratori didattici, mentre venerdì vi sarà la cena manzoniana alla Taverna ai Poggi di Acquate. Sabato la premiazione del romanzo storico, domenica prossima la Camminata manzoniana, il 18 ottobre la “belle époque” a Villa Ponchielli. Fino al 25 ottobre in mostra a Villa Manzoni le cartoline dei “Promessi Sposi” di Eleuterio Rodolfi, film muto del 1913, donate ai musei civici dalla storica del cinema Matilde Tortora proprio in apertura di questa edizione del festival lecchese.
D.C
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