In viaggio a tempo indeterminato/448: 'campeggio' dal sindaco

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Siamo entrati in Tagikistan pensando "avremo fatto bene a venirci?" che non è mai un bel pensiero da fare quando stai per visitare un Paese. E a posteriori, sapendo tutto quello che è successo, forse quel dubbio doveva essere il nostro campanello d'allarme. Se poi il buongiorno si vede dal mattino, anche il fatto che già la seconda notte fossimo finiti a dormire a casa del sindaco, o meglio nel suo giardino, era un chiaro segnale che l'universo ci stava lanciando.
Poco curanti di tutti gli avvertimenti, però, eccoci attraversare il confine Uzbekistan-Tagikistan. Pochi minuti, due timbri in più sul passaporto e... che caos!

Merce in vendita sui marciapiedi, gente ovunque, tantissime macchine, impossibile fare una scheda SIM e missione complicatissima anche prelevare soldi dall'ATM.
"Helloooo, svegliaaaa" il destino urlava in ogni modo "andatavene!" ma noi sordi e noncuranti continuavamo imperterriti.
Frastornati da quella città di confine così viva, caotica e rumorosa ci siamo detti "andiamo tra i monti". Detto fatto, dopo poco eravamo su un pulmino condiviso, temperatura 40 gradi, ma in dotazione un bel ventaglio salvavita.
Il viaggio dura 2 ore, la strada è sterrata e il van è talmente carico di merci sul tetto da arrancare a ogni salita ripida. Veniamo letteralmente scaricati a 10 km da quella doveva essere la nostra destinazione: il parco dei sette laghi, o meglio, la sponda del primo dei 7 laghi.
"E ora?" "Camminiamo!".
Zaini in spalla, già belli impolverati ci mettiamo in marcia sotto lo sguardo curioso di alcuni bambini che sono accorsi per salutarci e batterci il cinque.
Non facciamo nemmeno 100 metri che si ferma un pick-up. Buttiamo gli zaini nel cassone (è lì che abbandoneremo anche la nostra borraccia rosa!) e saliamo a bordo. A darci il passaggio sono dei ragazzi che lavorano nella miniera d'oro che si trova in quella zona. Uno di loro parla perfettamente inglese e ci spiega che di oro da estrarre ce n'è parecchio e quindi molte persone sono occupate dall'azienda cinese che gestisce tutto.
Mentre chiacchieriamo, fuori dal finestrino il paesaggio si fa sempre più brullo, le montagne più alte e la strada sempre più ripida e stretta.
Quando arriviamo al primo lago, il blu scuro dell'acqua ci fa sentire finalmente a nostro agio. Tiriamo un sospiro di sollievo e solo in quel momento realizziamo di esserci infilati in un'avventura enorme.
Ci accampiamo al secondo lago, scopriamo di non avere più la borraccia e di aver quasi finito anche l'acqua nell'altra bottiglia. 
Ottimo! Alla fine bere acqua non è poi così importante... 
"Angela e Paolooo, avete colto il messaggio?!?" sembrava sussurrare il vento. Ma noi, resilienti e incoscienti, pensavamo solo a come superare quel problemino. Fatta bollire l'acqua del lago e montata la tenda, ci chiudiamo nei nostri sacchi a pelo e la notte passa fredda e silenziosa.
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Il giorno dopo lasciamo la tenda montata, ci mettiamo dentro tutto quello che abbiamo e proseguiamo a piedi fino al sesto lago. 
Faremo in tutto 30 km quel giorno ma all'alba, mentre bevevamo il caffè aspettando di vedere il sole superare la cima delle montagne, ancora non lo sapevamo.
Il sentiero che collega i diversi laghi è circondato da un paesaggio spettacolare che ti fa dimenticare ogni fatica. 
Qua e là compare qualche casa costruita in fango e pietra, finché non si palesa un intero villaggio che sembra uscito da un documentario dal titolo "Vita isolata tra i monti dell'Asia Centrale".
Quando raggiungiamo il lago sei, la stanchezza inizia a farsi sentire. Ci sediamo su una roccia a contemplare quella bellezza mentre davanti a noi sventola la bandiera del Tagikistan. I colori ci sono familiari, la disposizione è diversa. Sa un po' di Italia e tanto di Iran.
Il settimo lago è troppo lontano e così decidiamo di tornare indietro. Mentre ci incamminiamo si alza un vento forte che crea mulinelli di sabbia. La tenda è piantata a SOLI 9 km da lì e il dubbio che volerà via, insieme agli zaini, ci tormenta i pensieri.
Paolo decide di accelerare il passo e si mette letteralmente a correre, mentre io già mi immagino i nostri vestiti galleggiare sulle acque blu del lago due. 
Non ho mai visto Paolo camminare a una velocità tale, io non riesco a stargli dietro e dopo poco lo vedo sparire all'orizzonte.
Ci vogliono due ore per fare quei 9 km, tempo ideale per farsi un elenco mentale delle cose assolutamente da ricomprare e per chiedersi "avremo fatto bene a venire in questo Paese?". Nonostante il vento forte che si è alzato, però, la tenda ha miracolosamente retto, anche senza i picchetti piantati nel terreno.
Trovo Paolo seduto lì accanto, con le gambe a penzoloni sull'acqua del lago, intento a contemplare tutto quel blu e sapendo che mancano ancora 10 km prima di tornare al punto di partenza dove ci ha lasciato il pulmino.
Ci mangiamo un pezzo di pane con del formaggio affumicato e restiamo in silenzio, un po' per goderci quel momento, un po' perché non sappiamo dove troveremo le forze per continuare.
Rifocillati, chiudiamo la tenda e ci rimettiamo gli zaini in spalla. Non c'è traffico su quella strada e sperare di trovare un passaggio ci sembra chiedere troppo al destino. 
Così camminiamo. Mancano 9 km.
Scendiamo da una serie ripida di tornanti e un ragazzino a cavallo del suo asino ci saluta.
Mancano 8 km.
Passiamo su un ponte e l'acqua del fiume scorre così veloce e  limpida da portarsi via per un attimo la nostra stanchezza.
Mancano 7 km.
Lungo il sentiero compaiono delle case e un venditore di vestiti e scarpe stende la sua merce su un telo.
Mancano 6 km.
Chiediamo a una signora dove troviamo dell'acqua da bere e lei ci indica il fiume che in effetti sembra davvero pulito.
Mancano 5 km.
Vediamo una macchina. Si ferma. Saliamo e a bordo c'è un ragazzo indiano. Penso a quanto sia simpatico l'accento indiano che fa suonare Italy come idly (piatto tipico indiano).
In pochi minuti torniamo al punto dove il giorno prima ci aveva lasciato il pulmino e scopriamo che non ci saranno mezzi fino alla mattina dopo alle 6.
Ora...se avessimo letto tutti i segnali e avessimo ascoltato gli avvertimenti, a quel punto avremmo preso un taxi e ce ne saremmo andati dal Tagikistan.
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E invece no, eccoci seduti su un muretto a sgranocchiare semi di girasole e a imparare da alcuni bambini i numeri in tagiko.
"Dü" è due e "nöf" è nove e a me sembra quasi di parlare bergamasco.
Tra un applauso e una risata, dai bambini impariamo anche che la lingua parlata tra quei monti, a differenza dell'uzbeko e del kirghiso, deriva dal persiano e non dal turco.
Finita la lezione ci mettiamo a cercare un posto per piantare la tenda.
È tutto terra e sassi, non esattamente il fondo migliore per accamparsi. L'unica oasi verde è il giardino davanti a quello che sembra il municipio. Siamo talmente stremati da non avere più filtri e così Paolo entra nel comune a chiedere se possiamo mettere la tenda lì.
Torna dopo 10 minuti, con un sorriso stampato e pronuncia una sola frase: "andiamo a stare dal sindaco".
In altre circostanze gli avrei fatto mille domande: "ma in che senso? ma sei sicuro? ma vi siete capiti? ma dai non è possibile..."
In questo caso mi limito a dire: "ah, fantastico!" come se fosse normale che il sindaco di un minuscolo paesino sperduto tra i monti invitasse a casa sua due perfetti sconosciuti.
Possiamo dormire nel posto dove si beve tè, sopra una struttura rialzata con dei materassini e, dopo la giornata infinita, a me quello sembra un vero lusso.
Ma non è tutto perché la famiglia del sindaco non ci dà solo un posto dove riposare, ci riempie di cibo manco fossimo parenti venuti in visita per le feste di Natale: plov, pane, frutta secca, anguria, patatine fritte, yogurt e litri di chai. Come tutte le riunioni di famiglia che si rispettino, non può mancare una partita a scacchi. Paolo perde miseramente, ma almeno non roviniamo i rapporti diplomatici tra Tagikistan e Italia. 
Ci addormentiamo circondati dalle montagne, con la pancia piena, il cuore gonfio di riconoscenza e il cielo stellato a farci da coperta.
Siamo entrati in Tagikistan pensando "avremo fatto bene a venirci?" e in effetti i primi giorni sono stati subito una salita estrema, premonitori di quello che sarebbe arrivato dopo.
Ma in quel momento, accampati nel giardino del sindaco, l'unica cosa che riuscivamo a pensare è: ma quanta gente meravigliosa c'è in ogni angolo di questo Pianeta?
Angela (e Paolo)
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