Lecco: inaugurato la mostra di un artista 'senza etichetta', Paolo Schiavocampo

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Ci sono artisti che attraversano il proprio tempo seguendo le correnti e altri che scelgono di attraversarle senza lasciarsi definire da nessuna. Paolo Schiavocampo appartiene a questa seconda categoria: pittore, scultore, disegnatore, sperimentatore instancabile, ha costruito in quasi un secolo di vita un percorso personale, libero da etichette e classificazioni. É a questa ricerca che Palazzo delle Paure dedica «Paolo Schiavocampo. Vedere lo spazio e misurare il vuoto», la mostra inaugurata giovedì 8 ottobre e visitabile fino al 22 novembre, con oltre settanta opere che raccontano le tappe fondamentali della sua carriera. 
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Nato a Palermo nel 1924 e scomparso a Milano nel 2022, Schiavocampo ha attraversato quasi un secolo di storia italiana, dal dopoguerra alle trasformazioni artistiche e sociali dei decenni successivi. Ha frequentato alcuni dei principali ambienti della cultura italiana, viaggiato negli Stati Uniti e incontrato artisti e movimenti che hanno segnato il Novecento, senza però aderire mai completamente a un linguaggio precostruito. Una libertà che, più che un dettaglio biografico, è diventata la cifra distintiva della sua opera.
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«Paolo era una persona straordinaria e un grande artista», ha raccontato Simona Bartolena, curatrice della mostra, ricordandolo non soltanto attraverso le sue opere, ma anche attraverso il carattere e la curiosità che lo hanno accompagnato fino alla fine. «Era un uomo che guardava sempre avanti e anche nella sua arte è stato così. Non si è mai fermato».
Un’immagine restituita anche da un ricordo personale: poco prima della pandemia, Schiavocampo l’aveva contattata per immaginare una mostra in Sicilia da realizzare negli anni successivi. Non un bilancio, dunque, ma un nuovo progetto. «Si proiettava nel futuro come farebbe un ragazzino», ha sottolineato Bartolena. È forse proprio in questa capacità di continuare a interrogarsi, senza considerare mai conclusa la propria ricerca, che si trova una delle chiavi per entrare nella mostra lecchese.
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Il percorso espositivo, allestito al primo piano di Palazzo delle Paure, raccoglie oltre settanta opere tra disegni, dipinti e sculture. Non pretende di esaurire una produzione vastissima, sviluppata lungo decenni di sperimentazioni, ma sceglie alcune tappe significative per restituire la complessità di un artista che ha fatto della ricerca continua il proprio metodo.
«Quando mi sono trovata di fronte alla sua produzione, ho capito che raccontare una vita così lunga e una produzione così ampia sarebbe stato difficilissimo», ha spiegato la curatrice. La soluzione è stata costruire il racconto attraverso opere provenienti da collezionisti che non si sono limitati ad acquistare i suoi lavori, ma hanno seguito da vicino il suo percorso. «Sono opere che sono state amate, protette e talvolta tenute di riguardo negli anni. Raccontano l’evoluzione di Schiavocampo».
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Il risultato è una mostra nella quale le diverse forme espressive non vengono separate rigidamente, ma messe in dialogo. Pittura e scultura appartengono a un unico universo, così come figurazione e astrazione non costituiscono per l’artista due mondi inconciliabili. La realtà viene osservata, indagata e progressivamente sintetizzata, mentre il segno costruisce lo spazio invece di dissolverlo. É per questo che secondo che, secondo Bartolena, attribuirgli un’identità precisa rischia di diventare limitante. «Mi fa fatica dargli un’identità certa. Perché lui stesso questa identità l’ha sempre voluta sfuggire: ha sempre voluto stare libero, senza un contenitore in cui infilarsi». Né soltanto scultore né soltanto pittore, né esclusivamente astratto e figurativo: Schiavocampo ha mantenuto una propria autonomia anche quando il panorama artistico intorno a lui era attraversato da correnti ben riconoscibili. Una scelta che, come ha osservato la curatrice, può avere anche un prezzo: «Questa autonomia in arte spesso è molto pericolosa, perché si tende poi a essere un po’ dimenticati». Ma la sua personalità ha lasciato un segno riconoscibile per chi sa guardare oltre le categorie: «Quando si ha carattere come Paolo Schiavocampo, chi è attento all’arte certo non se lo dimentica».
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A contribuire in maniera importante a questa prima parte dell’esposizione è Banco BPM, che ha concesso in prestito 23 opere del proprio patrimonio: 22 disegni e una terracotta. Il nucleo fu acquistato direttamente dall’artista il 2 gennaio 1987 e comprende lavori che restituiscono anche uno spaccato della città tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta, tra scorci urbani, scene di vita e sperimentazioni formali. «Il patrimonio di una banca deve essere anche questo», ha spiegato Diana Vaccaro, responsabile del patrimonio artistico di Banco BPM, ricordando come la raccolta dell’istituto comprenda circa 20mila beni artistici distribuiti negli edifici della banca in tutta Italia. Un patrimonio vasto ed eterogeneo, spesso conservato in luoghi non accessibili quotidianamente al pubblico, che attraverso collaborazioni e prestiti può essere restituito alla collettività. «Qual è il senso di essere proprietari di tutta questa meraviglia, se non quello di condividerlo con le proprie collettività per poterlo rendere visibile?», ha osservato Vaccaro. 
Un’occasione che consente anche di approfondire la conoscenza delle opere, studiarle e metterle in relazione con altri lavori, ricostruendo aspetti meno noti della produzione dell’artista. La verità delle tecniche presenti nel nucleo, dalla matita al carboncino, dell'acquerello al collage fino alla terracotta, restituisce già una parte della sua versatilità. E alla domanda se Schiavocampo fosse soprattutto pittore o scultore, Vaccaro ha risposto con una definizione semplice «Io direi artista».
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Il suo lavoro nello spazio pubblico è stato richiamato anche dall’assessora alla Cultura e al Turismo Cinzia Bettega, che ha offerto un nuovo spunto di riflessione sul rapporto tra arte e memoria industriale, particolarmente significativo per una città come Lecco. «Noi abbiamo un’identità industriale e culturale molto specifica, abbiamo il compito, il dovere di preservarla, di preservare quegli edifici, quei luoghi che fanno parte della nostra identità», ha sottolineato Bettega, spiegando come la scoperta di questo intervento le abbia fatto intravedere possibili spunti per approfondire il tema della conservazione della storia e della memoria del territorio.

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Il titolo della mostra, «Vedere lo spazio e misurare il vuoto», riassume uno dei nuclei più importanti della ricerca di Schiavocampo. Nelle sue sculture lo spazio non è un semplice contenitore nel quale collocare una forma, ma una componente attiva dell’opera. Le strutture si sviluppano attraverso forze contrapposte e forme in continuo movimento: per comprenderle, non basta osservarle frontalmente, ma occorre girarci intorno, seguirne i cambiamenti e scoprirne le diverse prospettive. Il vuoto non rappresenta ciò che manca, ma diventa parte della composizione, luogo di tensione e possibilità. Una concezione che attraversa le diverse fasi del lavoro dell’artista e che riaffiora anche nella pittura degli ultimi anni, quando il colore torna al centro della ricerca, inteso soprattutto come luce.
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La mostra è stata resa possibile dal lavoro congiunto di istituzioni, curatori, organizzatori e prestatori. Nicolò Donati, conservatore del Sistema Museale Urbano Lecchese, ha ricordato come le esposizioni di Palazzo delle Paure vogliano affiancare proposte di richiamo internazionale a mostre dedicate ad artisti legati al territorio, senza stabilire gerarchie tra le diverse esperienze culturali. Il sindaco Filippo Boscagli ha espresso soddisfazione per la qualità della proposta culturale lecchese, sottolineando come il catalogo della mostra, che documenta le opere anche nel loro allestimento a Palazzo delle Paure, rappresenti un motivo d’orgoglio e uno strumento per far conoscere l’offerta culturale della città anche a chi arriva da fuori. Ha quindi ringraziato il SiMUL e tutti coloro che contribuiscono alla realizzazione di iniziative di questo livello.
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Fabio Sanvito, managing director di ViDi cultural, ha a sua volta evidenziato il lavoro svolto dalla curatrice Simona Bartolena e da Armando Fettolini di Ponte43 nella ricerca delle opere, nella costruzione del catalogo e nell’allestimento. 
Il risultato è un percorso che non pretende di racchiudere Schiavocampo in una definizione definitiva, ma offre al pubblico gli strumenti per avvicinarsi alla sua ricerca, seguendone trasformazioni, intuizioni e ritorni.
G.D.
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