PAROLE CHE PARLANO/301
Oro
Chi conosce anche solo un po’ di chimica, sa che il simbolo che identifica questo metallo è Au. Tanti elementi chimici devono il loro simbolo alla lingua latina e il nostro oro non fa eccezione. Sappiamo infatti che i nostri antenati lo chiamavano aurum, la cui origine va fatta risalire al proto-indoeuropeo *aus- / *awes-, col significato di "brillare", "risplendere" o "luce dell'alba". Non è un caso che la stesa radice abbia generato l’aurora, proprio la luce dell’alba.
L’oro effettivamente risplende ed è così poco reattivo che si trova molto spesso puro, allo stato nativo, sotto forma di vene o pepite, che si fanno subito riconoscere all’occhio del cercatore.
Col tempo, il dittongo “au”, nel passaggio all’italiano, si è trasformato in “o” e l’aurum è diventato oro. Nonostante questo, in termini italiani come aureo e aureola, il dittongo si è mantenuto inalterato.
Esiste un altro termine che usiamo spesso: il verbo dorare (così come la variante indorare).
Si ritiene che sia un composto formato dalla preposizione intensiva de- e dal verbo aurāre ("coprire d'oro", derivato chiaramente da aurum).
Con il passare dei secoli, anche in questo caso, la vocale iniziale è caduta e il dittongo “au” si è contratto in “o”, portando alla forma moderna dorare cioè "ricoprire interamente d'oro" o "conferire il colore dell'oro".
Una curiosità.
Usiamo non di rado l'espressione “indorare la pillola”. Essa nasce da una pratica farmacologica reale, in uso dal Medioevo fino all'età moderna. I medici e gli speziali somministravano pillole composte da erbe e sostanze medicinali spesso amare e disgustose. Per convincere i pazienti (in particolare i bambini o i nobili) a ingerirle senza ritrarsi, le pillole venivano ricoperte da un velo di zucchero, d'argento o, nei casi più pregiati, da un sottilissimo strato d'oro. L'oro, essendo un metallo inerte, non alterava le proprietà del farmaco, ma ne mascherava il sapore e ne migliorava l'aspetto.
Oggi usiamo "indorare la pillola" per indicare l'atto di attenuare la durezza di una brutta notizia o di presentare un obbligo spiacevole o un sacrificio in modo da farlo sembrare un vantaggio o un'opportunità.





















