Lecco: dopo 25 anni, il G8 di Genova interroga ancora il presente. Serata con Guadagnucci
A venticinque anni dal G8 di Genova, la domanda non riguarda soltanto ciò che accadde nel luglio 2001, ma anche quello che è cambiato da allora. Le responsabilità riconosciute nei processi, le violazioni dei diritti fondamentali, il rapporto tra forze dell’ordine e cittadini, ma anche le ragioni di un movimento che immaginava un modello di società diverso: sono stati questi alcuni dei temi al centro dell’incontro promosso giovedì sera al Salone Di Vittorio della Camera del Lavoro di Lecco, in occasione della presentazione del libro «Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova» di Lorenzo Guadagnucci, pubblicato da Altreconomia.

Una serata di memoria e confronto, organizzata da Alleanza Verdi e Sinistra Lecco e Sinistra Italiana in collaborazione con La Libreria Volante, che ha riunito voci ed esperienze diverse. Accanto all’autore, giornalista che visse in prima persona l’irruzione delle forze dell’ordine alla scuola Diaz, sono intervenuti Enrico Zucca, già pubblico ministero nel processo relativo a quei fatti, ed Enrica Bartesaghi, presidente del comitato «Verità e giustizia per Genova». A moderare il confronto Alberto Anghileri.

Ad aprire la serata è stato Emanuele Manzoni, segretario provinciale di Sinistra Italiana, che ha richiamato il significato del titolo del libro. «Chiedo scusa se vi parlo del G8» è una formula che rimanda, secondo Manzoni, alle tante occasioni in cui chi prova a mettere in discussione il modello economico dominante si trova quasi a dover giustificare le proprie convinzioni. Parlare di Genova, ha osservato, significa tornare a interrogarsi sulla possibilità di cambiare un sistema che non è inevitabile, perché costruito dagli esseri umani e dunque modificabile.
Manzoni ha ricordato anche il movimento che si mobilitò nel 2001 e la sospensione dei diritti che segnò quelle giornate, collegando quella vicenda alle discussioni attuali sulla gestione delle piazze e delle manifestazioni.

Un richiamo condiviso da Barbara Cortinovis, che ha portato i saluti della Cgil e sottolineato il valore della Camera del Lavoro come luogo di tutela non soltanto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche delle libertà universali e della democrazia.

Il tema dell’attualità è tornato con forza nell’intervento di Alberto Anghileri. «Perché, dopo 25 anni, parlare ancora di Genova?», si è chiesto, richiamando episodi recenti nei quali, a suo giudizio, la libertà di manifestazione è stata messa in discussione. Il riferimento è stato anche a Lecco, dove il divieto di una manifestazione Pro Pal il 7 ottobre ha suscitato interrogativi sulla possibilità di limitare un’iniziativa per il timore di eventuali tensioni con i suoi oppositori.
Anghileri, che nel 2001 partecipò alle mobilitazioni di Genova, ha ricordato la presenza lecchese di allora: due pullman pieni e un gruppo partito in bicicletta per raggiungere il Forum. Un’esperienza che, a distanza di un quarto di secolo, conserva per lui un significato politico. «Io penso che avevamo ragione allora e abbiamo ragione oggi», ha affermato, sostenendo che una sconfitta non debba essere considerata definitiva e che le ragioni di quel movimento meritino ancora di essere discusse.

Particolarmente personale la testimonianza di Enrica Bartesaghi, che ha ricondotto il tema dei diritti alla propria esperienza familiare. «I diritti non sono mai acquisiti per sempre», ha detto, ricordando quanto accaduto alla figlia durante le manifestazioni del 2001. Per molti giovani, ha spiegato, partecipare a una protesta significava esercitare un diritto che si riteneva garantito. Le violenze alla Diaz, i maltrattamenti nella caserma di Bolzaneto e gli episodi avvenuti nelle strade mostrarono invece quanto quelle garanzie potessero essere fragili.
Bartesaghi ha ripercorso anche il lungo cammino del comitato «Verità e giustizia per Genova», soffermandosi sul senso di solitudine vissuto durante gli anni dei processi e sulle promozioni ottenute da funzionari condannati. Un passaggio che, nella sua lettura, continua a porre una questione difficile: come conservare la fiducia nelle istituzioni quando emergono responsabilità così gravi da parte di chi dovrebbe tutelare i cittadini?
La presidente del comitato ha poi allargato lo sguardo alle proteste studentesche in Francia, richiamando le parole di una docente secondo cui non si può pretendere che i giovani imparino ad amare la Repubblica attraverso la repressione. Una riflessione che ha riportato il confronto al valore del dissenso come componente della vita democratica.

Sul piano giudiziario, il contributo di Enrico Zucca ha approfondito le responsabilità emerse dai processi e le questioni che, secondo l’ex magistrato, restano ancora aperte. Le sentenze relative alla Diaz e a Bolzaneto hanno riconosciuto la gravità delle violenze commesse, ma una parte degli episodi non è arrivata a un accertamento giudiziario, anche per la vastità dei fatti e le difficoltà delle indagini.
Per Zucca, il rischio è considerare Genova una parentesi eccezionale, una pagina voltata senza interrogarsi fino in fondo su ciò che accadde e sulle condizioni che resero possibili quelle violenze. «Si è voltato pagina», è una formula che, nella sua ricostruzione, non può bastare: occorre spiegare che cosa sia cambiato davvero nelle forze dell’ordine e nei meccanismi di responsabilità e controllo.
L’ex magistrato ha richiamato la fragilità della democrazia e la necessità di esercitarla ogni giorno, senza dare per scontate le libertà conquistate. Anche il rapporto tra sicurezza e diritto di manifestare va affrontato a partire da questo equilibrio: una legittima operazione di ordine pubblico, ha sottolineato, non può diventare una giustificazione per violare la legge. Il principio che deve restare fermo è che nessuno, nemmeno chi opera per lo Stato, può sottrarsi alle regole dello Stato di diritto.
Zucca ha inoltre ricordato come, dopo i fatti di Genova, la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia richiamato l’Italia sulla necessità di disporre di strumenti adeguati per prevenire e punire le violazioni, a partire dalla possibilità di sanzionare efficacemente la tortura. Un tema che continua a interrogare il Paese e che, secondo l’ex pubblico ministero, non può essere considerato risolto soltanto perché si sono concluse alcune vicende giudiziarie.

A raccogliere e ampliare queste riflessioni è stato Lorenzo Guadagnucci, che nel libro ha scelto di tornare sui fatti di Genova non soltanto per ricostruire le violenze subite dai manifestanti, ma per interrogarsi sulle ragioni politiche di quella stagione. Il titolo è volutamente provocatorio: chiedere scusa per parlarne significa richiamare il disagio che ancora oggi accompagna il tentativo di riaprire una vicenda che molti preferirebbero considerare conclusa.
Per Guadagnucci, però, tornare su Genova non è un’ossessione personale. È una necessità condivisa, maturata anche attraverso gli incontri con lettori e persone che continuano a interrogarsi su quanto accadde. Il giornalista, che era presente alla scuola Diaz e subì direttamente la violenza dell’irruzione, ha insistito su un punto: quanto avvenne non può essere spiegato soltanto come il gesto di singoli agenti fuori controllo. Occorre interrogarsi sulle responsabilità più ampie e sulle condizioni che resero possibile quell’operazione.
A distanza di venticinque anni, ha osservato, manca ancora una piena presa di distanza istituzionale. Le sentenze hanno accertato responsabilità, ma, nella sua lettura, non è seguita una rottura netta con le pratiche e con la cultura che emersero in quei giorni. Il rischio è che la vicenda venga archiviata nella memoria pubblica come un incidente isolato, senza affrontare le domande che pone sul funzionamento delle forze di polizia e sulla loro responsabilità.
Per comprendere il G8, ha sostenuto Guadagnucci, è però necessario tornare anche al movimento che si era sviluppato nei mesi precedenti. Quello che arrivò a Genova non era soltanto un insieme di manifestanti riuniti contro un vertice internazionale, ma una realtà composita, capace di mettere in relazione associazioni, sindacati, organizzazioni non governative, ambienti religiosi e forze politiche. Al centro c’era la critica alla globalizzazione neoliberista e a un modello economico considerato dominante e privo di alternative.
«Un movimento largamente propositivo»: è così che Guadagnucci ha restituito il senso di quell’esperienza, ricordando come le mobilitazioni fossero accompagnate da forum, seminari e momenti di elaborazione politica. Non soltanto proteste, dunque, ma occasioni di studio e di confronto su un modello di sviluppo che, secondo i partecipanti, concentrava ricchezza e potere, lasciando ai margini intere popolazioni e trascurando le conseguenze sociali e ambientali della globalizzazione.
La risposta politica, nella ricostruzione dell’autore, non fu un confronto adeguato con quelle idee. Il movimento venne progressivamente descritto come una realtà violenta e priva di contenuti, mentre la gestione delle manifestazioni finì per assumere un carattere sempre più repressivo. Anche la militarizzazione di Genova, con la zona rossa e i controlli che modificarono la vita della città, viene letta da Guadagnucci come il risultato di una precisa scelta politica.
In questo quadro l’autore ha richiamato anche i fatti di Napoli del marzo 2001, precedenti al G8 di Genova, indicandoli come un passaggio utile a comprendere le modalità con cui vennero affrontate alcune mobilitazioni contro la globalizzazione. Ha ricordato inoltre una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa ai maltrattamenti denunciati da un manifestante arrestato durante quelle proteste. Il collegamento tra Napoli e Genova, nella sua lettura, suggerisce che alcune criticità non possano essere ricondotte soltanto al governo in carica in un determinato momento, ma vadano esaminate anche alla luce delle pratiche e dei controlli interni alle forze di polizia.
L’autore si è soffermato quindi sulla scuola Diaz, dove si trovava durante l’irruzione. Ha richiamato le falsificazioni emerse nel procedimento, le ricostruzioni contestate e le responsabilità accertate in sede giudiziaria. A suo giudizio, la mancanza di una piena revisione istituzionale di quanto accaduto rappresenta una delle eredità più problematiche del G8: senza un riconoscimento chiaro degli errori e delle responsabilità, diventa difficile impedire che simili dinamiche si ripetano.
Il discorso è così tornato al presente e al modo in cui viene affrontato il tema della sicurezza. Guadagnucci ha messo in guardia da quella che ha definito «una grande trappola»: una concezione della sicurezza ridotta sempre più al controllo delle strade e delle manifestazioni, che finisce per lasciare sullo sfondo altre dimensioni essenziali, come il lavoro, il reddito, la casa e la protezione sociale.
In questa prospettiva, ha invitato a distinguere tra i dati relativi alla criminalità e la percezione di insicurezza, sostenendo che quest’ultima sia diventata uno strumento centrale del dibattito politico. Quando la sicurezza viene identificata quasi esclusivamente con l’ordine pubblico, il rischio è che il conflitto sociale venga trattato come un problema da contenere, anziché come una parte della vita democratica da ascoltare e affrontare.

Ma il libro guarda anche oltre la repressione. Guadagnucci ha ricordato come alcune delle questioni sollevate dal movimento del 2001 siano rimaste aperte: il peso della finanza sull’economia, la crisi climatica, le disuguaglianze e il ricorso sempre più frequente alla guerra. Temi che, secondo l’autore, confermano l’importanza di recuperare la capacità di immaginare alternative al modello dominante. Per questo, ha sostenuto, la memoria di Genova non dovrebbe restare confinata al passato, ma diventare un riferimento per chi oggi cerca nuove forme di partecipazione e cambiamento.
La discussione con il pubblico ha riportato al centro anche la dimensione personale di quei giorni. Tra i racconti è emersa l’esperienza di chi partecipò alle manifestazioni e si trovò a vivere momenti di paura, con conseguenze che hanno continuato a pesare negli anni successivi. Guadagnucci ha richiamato in questo senso gli studi sul trauma psicopolitico legato a Genova: una ferita che non riguarda soltanto chi subì direttamente le violenze, ma anche familiari e persone vicine, e che può incidere sulla fiducia nelle istituzioni e sulla percezione della possibilità di esercitare liberamente i propri diritti.
È proprio qui che il titolo del libro ritrova il suo significato. Tornare a parlare di Genova non è, nelle intenzioni dell’autore, un esercizio di nostalgia, ma un modo per interrogare il presente e recuperare le ragioni di una stagione che aveva provato a immaginare un mondo diverso. Una riflessione che, a venticinque anni di distanza, continua a chiamare in causa la memoria collettiva, le responsabilità delle istituzioni e il valore della partecipazione democratica.

Una serata di memoria e confronto, organizzata da Alleanza Verdi e Sinistra Lecco e Sinistra Italiana in collaborazione con La Libreria Volante, che ha riunito voci ed esperienze diverse. Accanto all’autore, giornalista che visse in prima persona l’irruzione delle forze dell’ordine alla scuola Diaz, sono intervenuti Enrico Zucca, già pubblico ministero nel processo relativo a quei fatti, ed Enrica Bartesaghi, presidente del comitato «Verità e giustizia per Genova». A moderare il confronto Alberto Anghileri.

Ad aprire la serata è stato Emanuele Manzoni, segretario provinciale di Sinistra Italiana, che ha richiamato il significato del titolo del libro. «Chiedo scusa se vi parlo del G8» è una formula che rimanda, secondo Manzoni, alle tante occasioni in cui chi prova a mettere in discussione il modello economico dominante si trova quasi a dover giustificare le proprie convinzioni. Parlare di Genova, ha osservato, significa tornare a interrogarsi sulla possibilità di cambiare un sistema che non è inevitabile, perché costruito dagli esseri umani e dunque modificabile.
Manzoni ha ricordato anche il movimento che si mobilitò nel 2001 e la sospensione dei diritti che segnò quelle giornate, collegando quella vicenda alle discussioni attuali sulla gestione delle piazze e delle manifestazioni.

Un richiamo condiviso da Barbara Cortinovis, che ha portato i saluti della Cgil e sottolineato il valore della Camera del Lavoro come luogo di tutela non soltanto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche delle libertà universali e della democrazia.

Il tema dell’attualità è tornato con forza nell’intervento di Alberto Anghileri. «Perché, dopo 25 anni, parlare ancora di Genova?», si è chiesto, richiamando episodi recenti nei quali, a suo giudizio, la libertà di manifestazione è stata messa in discussione. Il riferimento è stato anche a Lecco, dove il divieto di una manifestazione Pro Pal il 7 ottobre ha suscitato interrogativi sulla possibilità di limitare un’iniziativa per il timore di eventuali tensioni con i suoi oppositori.
Anghileri, che nel 2001 partecipò alle mobilitazioni di Genova, ha ricordato la presenza lecchese di allora: due pullman pieni e un gruppo partito in bicicletta per raggiungere il Forum. Un’esperienza che, a distanza di un quarto di secolo, conserva per lui un significato politico. «Io penso che avevamo ragione allora e abbiamo ragione oggi», ha affermato, sostenendo che una sconfitta non debba essere considerata definitiva e che le ragioni di quel movimento meritino ancora di essere discusse.

Particolarmente personale la testimonianza di Enrica Bartesaghi, che ha ricondotto il tema dei diritti alla propria esperienza familiare. «I diritti non sono mai acquisiti per sempre», ha detto, ricordando quanto accaduto alla figlia durante le manifestazioni del 2001. Per molti giovani, ha spiegato, partecipare a una protesta significava esercitare un diritto che si riteneva garantito. Le violenze alla Diaz, i maltrattamenti nella caserma di Bolzaneto e gli episodi avvenuti nelle strade mostrarono invece quanto quelle garanzie potessero essere fragili.
Bartesaghi ha ripercorso anche il lungo cammino del comitato «Verità e giustizia per Genova», soffermandosi sul senso di solitudine vissuto durante gli anni dei processi e sulle promozioni ottenute da funzionari condannati. Un passaggio che, nella sua lettura, continua a porre una questione difficile: come conservare la fiducia nelle istituzioni quando emergono responsabilità così gravi da parte di chi dovrebbe tutelare i cittadini?
La presidente del comitato ha poi allargato lo sguardo alle proteste studentesche in Francia, richiamando le parole di una docente secondo cui non si può pretendere che i giovani imparino ad amare la Repubblica attraverso la repressione. Una riflessione che ha riportato il confronto al valore del dissenso come componente della vita democratica.

Sul piano giudiziario, il contributo di Enrico Zucca ha approfondito le responsabilità emerse dai processi e le questioni che, secondo l’ex magistrato, restano ancora aperte. Le sentenze relative alla Diaz e a Bolzaneto hanno riconosciuto la gravità delle violenze commesse, ma una parte degli episodi non è arrivata a un accertamento giudiziario, anche per la vastità dei fatti e le difficoltà delle indagini.
Per Zucca, il rischio è considerare Genova una parentesi eccezionale, una pagina voltata senza interrogarsi fino in fondo su ciò che accadde e sulle condizioni che resero possibili quelle violenze. «Si è voltato pagina», è una formula che, nella sua ricostruzione, non può bastare: occorre spiegare che cosa sia cambiato davvero nelle forze dell’ordine e nei meccanismi di responsabilità e controllo.
L’ex magistrato ha richiamato la fragilità della democrazia e la necessità di esercitarla ogni giorno, senza dare per scontate le libertà conquistate. Anche il rapporto tra sicurezza e diritto di manifestare va affrontato a partire da questo equilibrio: una legittima operazione di ordine pubblico, ha sottolineato, non può diventare una giustificazione per violare la legge. Il principio che deve restare fermo è che nessuno, nemmeno chi opera per lo Stato, può sottrarsi alle regole dello Stato di diritto.
Zucca ha inoltre ricordato come, dopo i fatti di Genova, la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia richiamato l’Italia sulla necessità di disporre di strumenti adeguati per prevenire e punire le violazioni, a partire dalla possibilità di sanzionare efficacemente la tortura. Un tema che continua a interrogare il Paese e che, secondo l’ex pubblico ministero, non può essere considerato risolto soltanto perché si sono concluse alcune vicende giudiziarie.

A raccogliere e ampliare queste riflessioni è stato Lorenzo Guadagnucci, che nel libro ha scelto di tornare sui fatti di Genova non soltanto per ricostruire le violenze subite dai manifestanti, ma per interrogarsi sulle ragioni politiche di quella stagione. Il titolo è volutamente provocatorio: chiedere scusa per parlarne significa richiamare il disagio che ancora oggi accompagna il tentativo di riaprire una vicenda che molti preferirebbero considerare conclusa.
Per Guadagnucci, però, tornare su Genova non è un’ossessione personale. È una necessità condivisa, maturata anche attraverso gli incontri con lettori e persone che continuano a interrogarsi su quanto accadde. Il giornalista, che era presente alla scuola Diaz e subì direttamente la violenza dell’irruzione, ha insistito su un punto: quanto avvenne non può essere spiegato soltanto come il gesto di singoli agenti fuori controllo. Occorre interrogarsi sulle responsabilità più ampie e sulle condizioni che resero possibile quell’operazione.
A distanza di venticinque anni, ha osservato, manca ancora una piena presa di distanza istituzionale. Le sentenze hanno accertato responsabilità, ma, nella sua lettura, non è seguita una rottura netta con le pratiche e con la cultura che emersero in quei giorni. Il rischio è che la vicenda venga archiviata nella memoria pubblica come un incidente isolato, senza affrontare le domande che pone sul funzionamento delle forze di polizia e sulla loro responsabilità.
Per comprendere il G8, ha sostenuto Guadagnucci, è però necessario tornare anche al movimento che si era sviluppato nei mesi precedenti. Quello che arrivò a Genova non era soltanto un insieme di manifestanti riuniti contro un vertice internazionale, ma una realtà composita, capace di mettere in relazione associazioni, sindacati, organizzazioni non governative, ambienti religiosi e forze politiche. Al centro c’era la critica alla globalizzazione neoliberista e a un modello economico considerato dominante e privo di alternative.
«Un movimento largamente propositivo»: è così che Guadagnucci ha restituito il senso di quell’esperienza, ricordando come le mobilitazioni fossero accompagnate da forum, seminari e momenti di elaborazione politica. Non soltanto proteste, dunque, ma occasioni di studio e di confronto su un modello di sviluppo che, secondo i partecipanti, concentrava ricchezza e potere, lasciando ai margini intere popolazioni e trascurando le conseguenze sociali e ambientali della globalizzazione.
La risposta politica, nella ricostruzione dell’autore, non fu un confronto adeguato con quelle idee. Il movimento venne progressivamente descritto come una realtà violenta e priva di contenuti, mentre la gestione delle manifestazioni finì per assumere un carattere sempre più repressivo. Anche la militarizzazione di Genova, con la zona rossa e i controlli che modificarono la vita della città, viene letta da Guadagnucci come il risultato di una precisa scelta politica.
In questo quadro l’autore ha richiamato anche i fatti di Napoli del marzo 2001, precedenti al G8 di Genova, indicandoli come un passaggio utile a comprendere le modalità con cui vennero affrontate alcune mobilitazioni contro la globalizzazione. Ha ricordato inoltre una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa ai maltrattamenti denunciati da un manifestante arrestato durante quelle proteste. Il collegamento tra Napoli e Genova, nella sua lettura, suggerisce che alcune criticità non possano essere ricondotte soltanto al governo in carica in un determinato momento, ma vadano esaminate anche alla luce delle pratiche e dei controlli interni alle forze di polizia.
L’autore si è soffermato quindi sulla scuola Diaz, dove si trovava durante l’irruzione. Ha richiamato le falsificazioni emerse nel procedimento, le ricostruzioni contestate e le responsabilità accertate in sede giudiziaria. A suo giudizio, la mancanza di una piena revisione istituzionale di quanto accaduto rappresenta una delle eredità più problematiche del G8: senza un riconoscimento chiaro degli errori e delle responsabilità, diventa difficile impedire che simili dinamiche si ripetano.
Il discorso è così tornato al presente e al modo in cui viene affrontato il tema della sicurezza. Guadagnucci ha messo in guardia da quella che ha definito «una grande trappola»: una concezione della sicurezza ridotta sempre più al controllo delle strade e delle manifestazioni, che finisce per lasciare sullo sfondo altre dimensioni essenziali, come il lavoro, il reddito, la casa e la protezione sociale.
In questa prospettiva, ha invitato a distinguere tra i dati relativi alla criminalità e la percezione di insicurezza, sostenendo che quest’ultima sia diventata uno strumento centrale del dibattito politico. Quando la sicurezza viene identificata quasi esclusivamente con l’ordine pubblico, il rischio è che il conflitto sociale venga trattato come un problema da contenere, anziché come una parte della vita democratica da ascoltare e affrontare.

Ma il libro guarda anche oltre la repressione. Guadagnucci ha ricordato come alcune delle questioni sollevate dal movimento del 2001 siano rimaste aperte: il peso della finanza sull’economia, la crisi climatica, le disuguaglianze e il ricorso sempre più frequente alla guerra. Temi che, secondo l’autore, confermano l’importanza di recuperare la capacità di immaginare alternative al modello dominante. Per questo, ha sostenuto, la memoria di Genova non dovrebbe restare confinata al passato, ma diventare un riferimento per chi oggi cerca nuove forme di partecipazione e cambiamento.
La discussione con il pubblico ha riportato al centro anche la dimensione personale di quei giorni. Tra i racconti è emersa l’esperienza di chi partecipò alle manifestazioni e si trovò a vivere momenti di paura, con conseguenze che hanno continuato a pesare negli anni successivi. Guadagnucci ha richiamato in questo senso gli studi sul trauma psicopolitico legato a Genova: una ferita che non riguarda soltanto chi subì direttamente le violenze, ma anche familiari e persone vicine, e che può incidere sulla fiducia nelle istituzioni e sulla percezione della possibilità di esercitare liberamente i propri diritti.
È proprio qui che il titolo del libro ritrova il suo significato. Tornare a parlare di Genova non è, nelle intenzioni dell’autore, un esercizio di nostalgia, ma un modo per interrogare il presente e recuperare le ragioni di una stagione che aveva provato a immaginare un mondo diverso. Una riflessione che, a venticinque anni di distanza, continua a chiamare in causa la memoria collettiva, le responsabilità delle istituzioni e il valore della partecipazione democratica.
Gloria Draghi





















