Tra gli Agudio e Arnaldo Pomodoro: con il FAI alla scoperta di Malgrate. Successo di partecipazione
Malgrate e alcuni suoi gioielli al centro dell’attenzione, nel fine settimana appena trascorso, per le Giornate d’autunno del Fai (il Fondo per l’ambiente). Guardando con un occhio particolare, naturalmente, alla Malgrate degli Agudio e a uno dei suoi più illustri rappresentanti, il canonico del duomo milanese Giuseppe Candido che nel Settecento fece della residenza malgratese affacciata sul lago un cenacolo letterario, punto di ritrovo per l’Accademia dei Trasformati di cui egli stesso faceva parte con, tra gli altri, i “nostri” Giuseppe Parini e Francesca Manzoni.

Il palazzo di Candido Agudio costituiva, del resto, il richiamo più forte nella due giorni del Fai, trattandosi di una dimora privata e pertanto interdetta al pubblico. In questo caso, è stato invece possibile entrare e visitarne almeno una piccola parte: lo scalone e una stanza al secondo piano, con l’accompagnamento quali ciceroni degli studenti del liceo “Medardo Rosso”, alcuni dei quali hanno impersonato i personaggi storici che frequentavano la magione. È stato così possibile vedere alcuni degli affreschi che decorano soffitti e pareti.

Gli Agudio in origine erano una semplice famiglia di pescatori che in seguito aprì un’osteria (dove ora sorge una gelateria proprio accanto al palazzo residenziale) e poi si dedicò a commerci a largo raggio, avviò una filanda, s’arricchì al punto da diventare la famiglia più importante del paese.

E perché le fosse consentito l’accesso all’aristocrazia era necessaria la costruzione di un palazzo che fu appunto quello realizzato sul lungolago. Che rimase agli Agudio fino al 1902 quando passò alla famiglia Consonni che lo possiede ancora oggi e che, negli ultimi anni, ha effettuato intervento di attento restauro.

Anna Maria Consonni, per esempio, ha voluto recuperare l’antico colore delle persiane, quel blu pavone che, essendo colore particolarmente costoso, in qualche modo ostentava le possibilità economiche dei proprietari ed era quindi ulteriore attestato di nobiltà.
Ai visitatori, è stato infine consegnato un segnalibro con un pensiero della stessa Consonni: «I miei figli dicono che il Palazzo Agudio è il mio terzo figlio. Probabilmente hanno ragione. Come guardando gli occhi e le espressioni di un bimbo si cerca di scoprire la storia, coglierne l’anima e i pensieri, così guardando i particolari e di dettagli io cerco di scoprire la storia del Palazzo.»

L’itinerario del Fai portava poi a un altro Palazzo Agudio, quello che ormai da una settantina d’anni ospita il Comune. Naturalmente il ceppo originario è lo stesso, ma in questo caso si tratta di un altro ramo della famiglia.

L’edificio la cui costruzione fu avviata verso il 1770 venne poi completata con il tempo secondo i progetti dell’architetto Giuseppe Bovara, l’archistar lecchese dell’epoca, come lo ha definito l’accompagnatore del Fai.

Lasciato quest’altro palazzo e risalendo la strada (che, naturalmente, è via Agudio) si passava davanti alla cappelletta dei morti di peste appena restaurata e inaugurata proprio nei giorni scorsi.
Si proseguiva poi alla chiesa parrocchiale di San Leonardo che fu realizzato su un edificio originario del XIV secolo poi ristrutturato su disegno ancora dell’architetto Bovara.

Nel cimitero di dirimpetto, la “narratrice” del Fai (così si chiamano per via di questioni burocratiche sull’appellativo ufficiale di guida turistica) indicava una tomba con una scultura di Arnaldo Pomodoro.
Tra i tesori nascosti, anche la piccola chiesa di Sant’Antonio voluta dalla famiglia Maggi – altro importante casato malgratese – nel XV secolo, anche se l’attuale architettura risale al tardo Seicento.

Sul portale d’ingresso lo stemma dei Maggi che l’arcivescovo Carlo Borromeo ingiunse di togliere perché profano, senza però ottenere soddisfazione. All’interno, effetti trompe-l’oeil: finte colonne e porte e finestre.
A chiudere il cerchio la visita malgratese si è conclusa nella Quadreria, ricavata nella vecchia filanda Reina attiva fino al 1924 e poi utilizzata per altre lavorazioni industriali. Quarant’anni fa è stata riconvertita in appartamenti residenziali. In occasione delle giornate Fai, inoltre, all’interno della Quadreria, è stata allestita una mostra dell’incisore lecchese Bruno Biffi.
Guardando alla frequenza delle visite e al numero di partecipanti, si può infine dire che questa giornate malgratesi del Fai lecchesi siano state un indubbio successo.
Il palazzo di Candido Agudio costituiva, del resto, il richiamo più forte nella due giorni del Fai, trattandosi di una dimora privata e pertanto interdetta al pubblico. In questo caso, è stato invece possibile entrare e visitarne almeno una piccola parte: lo scalone e una stanza al secondo piano, con l’accompagnamento quali ciceroni degli studenti del liceo “Medardo Rosso”, alcuni dei quali hanno impersonato i personaggi storici che frequentavano la magione. È stato così possibile vedere alcuni degli affreschi che decorano soffitti e pareti.
Gli Agudio in origine erano una semplice famiglia di pescatori che in seguito aprì un’osteria (dove ora sorge una gelateria proprio accanto al palazzo residenziale) e poi si dedicò a commerci a largo raggio, avviò una filanda, s’arricchì al punto da diventare la famiglia più importante del paese.
E perché le fosse consentito l’accesso all’aristocrazia era necessaria la costruzione di un palazzo che fu appunto quello realizzato sul lungolago. Che rimase agli Agudio fino al 1902 quando passò alla famiglia Consonni che lo possiede ancora oggi e che, negli ultimi anni, ha effettuato intervento di attento restauro.
Anna Maria Consonni, per esempio, ha voluto recuperare l’antico colore delle persiane, quel blu pavone che, essendo colore particolarmente costoso, in qualche modo ostentava le possibilità economiche dei proprietari ed era quindi ulteriore attestato di nobiltà.
L’itinerario del Fai portava poi a un altro Palazzo Agudio, quello che ormai da una settantina d’anni ospita il Comune. Naturalmente il ceppo originario è lo stesso, ma in questo caso si tratta di un altro ramo della famiglia.
L’edificio la cui costruzione fu avviata verso il 1770 venne poi completata con il tempo secondo i progetti dell’architetto Giuseppe Bovara, l’archistar lecchese dell’epoca, come lo ha definito l’accompagnatore del Fai.
Lasciato quest’altro palazzo e risalendo la strada (che, naturalmente, è via Agudio) si passava davanti alla cappelletta dei morti di peste appena restaurata e inaugurata proprio nei giorni scorsi.
Nel cimitero di dirimpetto, la “narratrice” del Fai (così si chiamano per via di questioni burocratiche sull’appellativo ufficiale di guida turistica) indicava una tomba con una scultura di Arnaldo Pomodoro.
Sul portale d’ingresso lo stemma dei Maggi che l’arcivescovo Carlo Borromeo ingiunse di togliere perché profano, senza però ottenere soddisfazione. All’interno, effetti trompe-l’oeil: finte colonne e porte e finestre.
Guardando alla frequenza delle visite e al numero di partecipanti, si può infine dire che questa giornate malgratesi del Fai lecchesi siano state un indubbio successo.
D.C.




















