In piazza per la Palestina: pochi, isolati, ma non intimiditi
Dopo lo stop imposto dalla Questura alla manifestazione del 7 ottobre, ieri sera alle 18 il presidio per la Palestina, contro il genocidio e il riarmo è tornato in piazza XX Settembre a Lecco. Cento forse centoventi persone.
E una domanda sulla libertà di manifestare e sul silenzio della politica.

Un presidio e successivo corteo numericamente contenuto - tra le cento e le centoventi persone appunto - ma dal significato politico che va ben oltre i numeri.
Dopo lo stop imposto dalla Questura all'iniziativa prevista per il 7 ottobre, motivato con ragioni che i promotori hanno anche ieri contestano radicalmente, tornare in piazza significava anche ribadire un principio: il diritto di manifestare non può essere subordinato alla convenienza politica del momento, né trasformarsi in una concessione revocabile attraverso l'esercizio dell'autorità.
Colpisce, in questa vicenda, il silenzio di partiti, istituzioni e gran parte dell'associazionismo locale.
Non si trattava necessariamente di condividere ogni parola o ogni posizione dei promotori, ma di difendere un diritto che riguarda tutti.
E invece, ancora una volta, il sostegno sembra misurato con il bilancino dell'opportunità.
Certo, oggi non c'erano le trecento persone viste nel recente presidio camminata antironde degli altri, sostenuto da una pluralità di partiti, sindacati e associazioni, oggi totalmente assenti.
Ma il confronto tra le presenze rischia di nascondere il punto essenziale: qui non si trattava di vincere una gara di partecipazione.
Si trattava di esserci, anche dopo un divieto contestato e nel timore fors'anche di conseguenze amministrative e penali, dentro decreti sicurezza e altri in divenire che il Potere e l'autoritarismo agitano come nuovi manganelli.

Intanto, le videocamere e gli obiettivi delle forze dell'ordine monitoravano, riprendevano e identificavano i partecipanti. Persone scese in piazza per dire che il genocidio, la violazione del diritto internazionale e la sofferenza di un popolo non possono diventare rumore di fondo, né tantomeno sparire dalla coscienza pubblica perché scomodi per gli equilibri diplomatici ed economici.
La Palestina, per chi era presente, non è una causa isolata. È anche il simbolo di una resistenza più ampia contro i soprusi, l'impunità dei poteri e gli interessi che prevalgono sui diritti in ogni dove.
Dalla testimonianza e azione di Vittorio Arrigoni alle altre lotte dei popoli oppressi, il filo conduttore è la convinzione che la dignità umana non possa essere graduata secondo la convenienza degli Stati e della finanza.
E che le conseguenze delle guerre, delle politiche di potenza e dell'economia degli armamenti ricadano anche sulla vita quotidiana di moltissime famiglie, aziende e lavoratori lecchesi, italiani e non solo.
CENTO persone non sono una piazza vuota. Sono una piazza che non si è lasciata svuotare.
Quando partiti e istituzioni scelgono il silenzio, quando la partecipazione si restringe e l'autorità e il suo fratello minore autoritarismo occupa il campo con i suoi strumenti di controllo, restare può diventare un gesto politico più forte di mille dichiarazioni.
Ieri sera, a Lecco, non c'erano folle oceaniche. C'erano persone che hanno scelto di esserci.
E che, tornando in piazza e in corteo, han ricordato a tutti che un diritto non smette di esistere quando diventa scomodo esercitarlo.
Erano in cento, forse. Ma non si sono fatti da parte
E una domanda sulla libertà di manifestare e sul silenzio della politica.

Un presidio e successivo corteo numericamente contenuto - tra le cento e le centoventi persone appunto - ma dal significato politico che va ben oltre i numeri.
Dopo lo stop imposto dalla Questura all'iniziativa prevista per il 7 ottobre, motivato con ragioni che i promotori hanno anche ieri contestano radicalmente, tornare in piazza significava anche ribadire un principio: il diritto di manifestare non può essere subordinato alla convenienza politica del momento, né trasformarsi in una concessione revocabile attraverso l'esercizio dell'autorità.
Colpisce, in questa vicenda, il silenzio di partiti, istituzioni e gran parte dell'associazionismo locale.
Non si trattava necessariamente di condividere ogni parola o ogni posizione dei promotori, ma di difendere un diritto che riguarda tutti.
E invece, ancora una volta, il sostegno sembra misurato con il bilancino dell'opportunità.
Certo, oggi non c'erano le trecento persone viste nel recente presidio camminata antironde degli altri, sostenuto da una pluralità di partiti, sindacati e associazioni, oggi totalmente assenti.
Ma il confronto tra le presenze rischia di nascondere il punto essenziale: qui non si trattava di vincere una gara di partecipazione.
Si trattava di esserci, anche dopo un divieto contestato e nel timore fors'anche di conseguenze amministrative e penali, dentro decreti sicurezza e altri in divenire che il Potere e l'autoritarismo agitano come nuovi manganelli.


La Palestina, per chi era presente, non è una causa isolata. È anche il simbolo di una resistenza più ampia contro i soprusi, l'impunità dei poteri e gli interessi che prevalgono sui diritti in ogni dove.
Dalla testimonianza e azione di Vittorio Arrigoni alle altre lotte dei popoli oppressi, il filo conduttore è la convinzione che la dignità umana non possa essere graduata secondo la convenienza degli Stati e della finanza.
E che le conseguenze delle guerre, delle politiche di potenza e dell'economia degli armamenti ricadano anche sulla vita quotidiana di moltissime famiglie, aziende e lavoratori lecchesi, italiani e non solo.
CENTO persone non sono una piazza vuota. Sono una piazza che non si è lasciata svuotare.
Quando partiti e istituzioni scelgono il silenzio, quando la partecipazione si restringe e l'autorità e il suo fratello minore autoritarismo occupa il campo con i suoi strumenti di controllo, restare può diventare un gesto politico più forte di mille dichiarazioni.
Ieri sera, a Lecco, non c'erano folle oceaniche. C'erano persone che hanno scelto di esserci.
E che, tornando in piazza e in corteo, han ricordato a tutti che un diritto non smette di esistere quando diventa scomodo esercitarlo.
Erano in cento, forse. Ma non si sono fatti da parte
Paolo Trezzi





















