L'Arcivescovo al territorio lecchese: coltiviamo speranza, amabilità e amicizia

banner bglobohomebig-29264.jpg
Una comunità, una città, un territorio che sa sperare, accogliere e camminare insieme.  È questo lo sguardo con cui l’Arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini ha accompagnato i tanti fedeli della Comunità pastorale Madonna del Rosario di Lecco e della Zona Pastorale III che lo hanno incontrato e ascoltato, giovedì 15 ottobre, al Santuario della Beata Vergine della Vittoria, in una serata di dialogo e riflessione sui temi della lettera pastorale 2026/2027 dal titolo “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?”. 
delpinivittoria1.jpg (121 KB)
L’Arcivescovo ha invitato tutti alla speranza, all’amabilità e all’amicizia: «Non voglio insegnarvi come agire – ha sottolineato monsignor Delpini -, ma incoraggiarvi a guardare a un animo grande, capace di accogliere le sfide del nostro tempo senza lasciarsi scoraggiare. Dobbiamo custodire, in tutto quello che facciamo, alcuni atteggiamenti fondamentali: speranza, amabilità e amicizia ci devono guidare ogni giorno». 
Il dialogo tra l’Arcivescovo e i fedeli si è aperto con la lettura da parte dell’attore Fabio Sarti, della pagina manzoniana della Notte dell’Innominato. Poi, a rivolgere le domande a monsignor Delpini sono stati alcuni fedeli – a nome di tutta la comunità: Virginio Brivio, già sindaco e presidente della Provincia di Lecco, oggi nel ruolo di presidente dell’impresa sociale Girasole e presidente Uneba Lecco; Pietro, giovane insegnante impegnato all’oratorio San Luigi di Lecco e membro del consiglio pastorale; Martina Locatelli, sposa e mamma di due bimbi, responsabile del Rifugio notturno della Casa della Carità e la coppia Tina e Arash, giovani ingegneri iraniani, attivisti per i diritti umani nel loro Paese, che vivono a Lecco e hanno iniziato da un anno percorso da catecumeni per diventare cristiani.
 delpinivittoria3.jpg (139 KB)
Come camminare nella stessa direzione e superare le differenze tra le diverse realtà della comunità cristiana; come sollecitare tutti all’accoglienza e all’apertura verso gli altri; come accogliere al meglio negli oratori i ragazzi più fragili e i giovani appartenenti ad altre religioni; come restituire agli altri, nella vita di tutti i giorni, l’accoglienza ricevuta nella comunità cristiana. Sono queste alcune delle domande rivolte a monsignor Mario Delpini, che ha risposto con la lettura di autori e testi particolarmente significativi: padre David Maria Turoldo e la sua “Ballata della speranza”; un brano del capitolo XXII dei Promessi sposi, che richiama la carità inesauribile del Cardinal Borromeo; un brano tratto da I Miserabili di Victor Hugo sulla forza rivoluzionaria del sapere accogliere l’altro e una lettera di Charles de Foucauld a un amico. 
«La domanda che attraversa tutte le testimonianze – ha ribadito l’Arcivescovo - è come diventare comunità capaci di non lasciare sole le persone, soprattutto quelle che vivono situazioni di fragilità, incertezza o smarrimento. Non si tratta soltanto di organizzare servizi o proporre iniziative, ma di costruire uno stile di vita comunitario, che renda visibile una speranza concreta.  Dobbiamo custodire, in tutto quello che facciamo, atteggiamenti fondamentali: sperare tutti insieme, perché abbiamo bisogno di una speranza condivisa, capace di unire persone e realtà diverse; coltivare l’amabilità, per costruire relazioni nelle quali ciascuno possa sentirsi riconosciuto e accolto; essere una casa amica, capace di accogliere chi è smarrito e di diventare un luogo in cui la vita può cambiare, riscoprire l’amicizia come prima forma di missione, attraverso la bontà, la tenerezza, la stima e la vicinanza concreta. Abbiamo bisogno di sperare, tutti insieme». 
delpinivittoria2.jpg (102 KB)
Monsignor Bortolo Uberti, Prevosto di Lecco, che ha introdotto la serata ricordando come la lettera pastorale trovi nelle pagine dei Promessi Sposi, e in particolare proprio nella Notte tormentata dell’Innominato, le parole che danno il titolo alla proposta della Diocesi, sottolinea: «Non potevamo non raccogliere questo invito e ritrovarci per riflettere insieme, su come le intuizioni della Lettera pastorale possano ricadere nella vita concreta delle nostre comunità, della città e dell’intero territorio lecchese. L’Innominato, che Manzoni definisce un “tormentato esaminator di se stesso”, è un uomo ingolfato nell’esame della propria vita. La sua inquietudine è anche quella del nostro tempo, che ci logora, disorienta e sconforta. Pensiamo alle tante solitudini che abitano la nostra città e i nostri paesi, all’incertezza sul futuro e alle domande che attraversano la vita delle persone. È significativo, però, che proprio durante quella notte risuoni un suono di festa, che gli fa intravedere un’alternativa alla solitudine disperata. È una voce che, in qualche modo, richiama quella dei nostri campanili. In questo tempo lacerato c’è una buona notizia, che possiamo continuare a portare. L’incontro con l’Arcivescovo ci ha spiazzati e provocati alla riflessione. Ci ha offerto l’occasione per confrontarci e interrogarci su uno stile di vita che, attraverso i testi richiamati e le esperienze condivise, può raggiungere ciascuno di noi».
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.