L'ordine pubblico non è una proprietà privata
Quanto accaduto ieri a Lecco non può finire con un semplice “per fortuna non è successo nulla”. La temuta rivolta annunciata sui social non c’è stata: niente devastazioni né saccheggi. C’erano le forze dell’ordine a presidiare il centro e un gruppo di ultras che, raccogliendo un appello pubblico, si è autoproclamato difensore della città contro la minaccia di giovanissimi, in larga parte minorenni, che evocavano Milano e persino le rivolte francesi.
La rivolta non c’è stata. Ma questo non significa che non ci sia nulla da valutare. Nei video circolati e nei fatti riportati dalla stampa compaiono comportamenti che meritano attenzione: l’appello a radunarsi, i cori, le braccia alzate, la pretesa di proteggere la città e i riferimenti a possibili reazioni e contrattacchi. - Non spetta a me stabilire se siano stati commessi reati. Spetta alle autorità farlo. Per questo è doveroso chiedere agli organi competenti di esaminare le immagini, valutare le modalità della mobilitazione e verificare se sussistano i presupposti per accertamenti o provvedimenti. Non è un’accusa preventiva, ma una richiesta di responsabilità. Perché uno scontro evitato non significa rendere irrilevante ciò che lo ha preceduto o accompagnato.
L’ordine pubblico non può diventare una prerogativa di gruppi che decidono autonomamente chi rappresenti una minaccia e chi abbia il diritto di presidiare le strade. La sicurezza è compito delle istituzioni e delle forze dell’ordine, nel rispetto della legge, non di chi si autoproclama tutore della città. - C’è anche una responsabilità politica. Per due giorni si è alimentata la paura evocando scenari di devastazione che non si sono verificati. Lecco ha vissuto una giornata di allarme, tra famiglie preoccupate, attività chiuse e un importante dispiegamento di forze dell’ordine. A questo si è aggiunta una mobilitazione che non può essere considerata automaticamente innocua solo perché non è sfociata in uno scontro.
Un riconoscimento va al Sindaco e alle opposizioni che responsabilmente non ha alimentato questa psicosi collettiva. Ma l’invito è rivolto a lui e a tutte le forze politiche: non limitarsi a commentare, né considerare normale che qualcuno si attribuisca il ruolo di custode della città attraverso prove di forza e messaggi di contrapposizione. La Costituzione tutela le libertà, ma non autorizza nessuno a sostituirsi alle istituzioni. La convivenza civile richiede responsabilità da parte di tutti.
Non chiedo condanne sommarie. Chiedo che non ci siano zone franche né indulgenze selettive. Se ne ricorrono i presupposti, si proceda con accertamenti e provvedimenti; altrimenti, siano le autorità a stabilirlo. Ma non si archivi tutto con un sospiro di sollievo.
La sicurezza non si difende alimentando paure né improvvisandosi tutori dell’ordine pubblico. Si difende con le istituzioni, le regole e la responsabilità di farle rispettare. La città è di tutti. L’ordine pubblico non è di chi urla più forte. E il silenzio, davanti a comportamenti che meritano di essere valutati, non sarebbe prudenza: sarebbe una rinuncia al nostro dovere civico.
La rivolta non c’è stata. Ma questo non significa che non ci sia nulla da valutare. Nei video circolati e nei fatti riportati dalla stampa compaiono comportamenti che meritano attenzione: l’appello a radunarsi, i cori, le braccia alzate, la pretesa di proteggere la città e i riferimenti a possibili reazioni e contrattacchi. - Non spetta a me stabilire se siano stati commessi reati. Spetta alle autorità farlo. Per questo è doveroso chiedere agli organi competenti di esaminare le immagini, valutare le modalità della mobilitazione e verificare se sussistano i presupposti per accertamenti o provvedimenti. Non è un’accusa preventiva, ma una richiesta di responsabilità. Perché uno scontro evitato non significa rendere irrilevante ciò che lo ha preceduto o accompagnato.
L’ordine pubblico non può diventare una prerogativa di gruppi che decidono autonomamente chi rappresenti una minaccia e chi abbia il diritto di presidiare le strade. La sicurezza è compito delle istituzioni e delle forze dell’ordine, nel rispetto della legge, non di chi si autoproclama tutore della città. - C’è anche una responsabilità politica. Per due giorni si è alimentata la paura evocando scenari di devastazione che non si sono verificati. Lecco ha vissuto una giornata di allarme, tra famiglie preoccupate, attività chiuse e un importante dispiegamento di forze dell’ordine. A questo si è aggiunta una mobilitazione che non può essere considerata automaticamente innocua solo perché non è sfociata in uno scontro.
Un riconoscimento va al Sindaco e alle opposizioni che responsabilmente non ha alimentato questa psicosi collettiva. Ma l’invito è rivolto a lui e a tutte le forze politiche: non limitarsi a commentare, né considerare normale che qualcuno si attribuisca il ruolo di custode della città attraverso prove di forza e messaggi di contrapposizione. La Costituzione tutela le libertà, ma non autorizza nessuno a sostituirsi alle istituzioni. La convivenza civile richiede responsabilità da parte di tutti.
Non chiedo condanne sommarie. Chiedo che non ci siano zone franche né indulgenze selettive. Se ne ricorrono i presupposti, si proceda con accertamenti e provvedimenti; altrimenti, siano le autorità a stabilirlo. Ma non si archivi tutto con un sospiro di sollievo.
La sicurezza non si difende alimentando paure né improvvisandosi tutori dell’ordine pubblico. Si difende con le istituzioni, le regole e la responsabilità di farle rispettare. La città è di tutti. L’ordine pubblico non è di chi urla più forte. E il silenzio, davanti a comportamenti che meritano di essere valutati, non sarebbe prudenza: sarebbe una rinuncia al nostro dovere civico.
Paolo Trezzi




















