In viaggio a tempo indeterminato/450: tenda con vista Afghanistan

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Non voglio essere ipocrita e dire una frase tipo: "sognavamo da sempre di percorrere questa strada leggendaria." 
La realtà è che fino all'ultimo istante eravamo convinti che non ci avremmo mai messo piede.
Un po' perché ci spaventava l'idea di ritrovarci a piedi sulla seconda strada internazionale più alta del mondo. Un po' perché sapevamo, dai racconti di altri viaggiatori, quanto sarebbe stata difficile e faticosa quell'esperienza.
"Forse avremmo dovuto cambiare idea" penso costantemente mentre sono seduta con le gambe incrociate sulla cuccetta del gigantesco camion che ci sta scarrozzando lungo la Pamir Highway. Il precipizio da un lato. La montagna dall'altro.
Non so bene cosa sia stato a farci decidere di percorrere quei chilometri. Sicuramente la voglia di scoprire cosa ci fosse di così estremo in una strada, ha giocato un grande ruolo. Ma credo che la colpa principale sia stata di Dushanbe. La capitale ci è sembrata così moderna, mastodontica e monumentale da farci pensare che per vedere il vero Tagikistan ci saremmo dovuti spingere oltre. Oltre quella che viene comunemente chiamata la "zona di comfort". Così abbiamo iniziato a informarci seriamente, a raccogliere più dettagli possibile, a prepararci richiedendo permessi.
Quando eravamo finalmente pronti a partire, però, avevamo le idee più confuse che mai.

Per lasciare Dushanbe non ci sono mezzi pubblici, solo taxi. I prezzi sono parecchio alti per i nostri standard: 50€ a persona per percorrere soltanto un terzo della strada.
Così decidiamo di spezzettare il viaggio in piccole tappe e provare a fare autostop.
Partiamo la mattina presto e una signora per strada ci regala un melone. Per uscire dalla città troviamo presto un taxi condiviso. 3 ore di viaggio che iniziano con la preghiera del passeggero del posto davanti, e veniamo lasciati in un paesino che è praticamente un mercato. I volti delle persone sono cambiati. Occhi verde chiaro, lineamenti europei. Ci osservano scettici mentre cerchiamo un modo per continuare il nostro viaggio.
Ci sono 40 gradi e neanche qui ci sono autobus.
Ci sediamo demoralizzati sui nostri zaini a lato strada sperando in un intervento divino. 
Inizio a pensare che nella vita precedente io e Paolo siamo stati davvero brave persone, perché in questa ci siamo reincarnati con una grande fortuna.
Tempo 15 minuti, infatti, e ci si avvicina un ragazzo che parla perfettamente inglese.
È tagiko ma vive da 10 anni a Cipro. Sta tornando a trovare la sua famiglia dopo 2 anni che non li vede. Va proprio nel paesino dove siamo diretti noi. Riusciamo a percepire nelle sue parole quell'emozione che abbiamo provato anche noi spesso. La voglia di riabbracciare le persone che ami si mescola alla consapevolezza che non sei più la stessa persona che è partita. 
Condividiamo un taxi ma ci chiede di pagare una somma bassissima. 
La strada è asfaltata e tornante dopo tornante sale sempre di più finché, ad un tratto, non compare un fiume.
"Di là c'è l'Afghanistan." Ci dice il nostro nuovo amico.
Quello è il fiume Panj che segna uno dei confini storicamente più complessi del mondo. Guardo al di là, a pochi metri dalla strada che stiamo percorrendo c'è un Paese incredibilmente affascinante e complesso.
L'Afghanistan sembra così vicino, eppure è infinitamente lontano. Quanti libri ho letto su quel Paese. Quante storie. Quante realtà. Quanto vorrei andarci.
"È vicino ma è un altro mondo" dice il nostro amico che sembra leggermi nel pensiero. La strada al di là del fiume è strettissima e completamente sterrata. Ogni tanto vedo passare qualche moto, intravedo dei posti di blocco e qualche casa in fango.
Non riesco a togliere lo sguardo dall'altra spomda. Quando arriviamo a Kalaikhum, la nostra destinazione, è ormai sera.
Abbiamo con noi la tenda, quindi ci mettiamo subito a cercare un posto dove piantarla. Mentre attraversiamo il villaggio, dei bambini per strada ci regalano delle patatine ma un signore ci ferma e ci mette in guardia: "State attenti a dove campeggiate perché di notte sparano..."
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Diciamo che quella non è esattamente la frase che vorresti sentirti dire quando stai per passare la notte in una tenda verde fluo che si vede probabilmente anche dallo spazio.
Non ci facciamo prendere dal panico (cioè io sì, ma per fortuna c'è Paolo che è in questi momenti è più razionale!) e troviamo uno spiazzo appena dopo l'ultima casa del paesino di Kalaikhum. Un signore ci ha consigliato di metterci qui per la notte, "dovrebbe essere sicuro" ha aggiunto.
Ma allora perché quella frase? Faccio una rapida ricerca online e riesco a trovare una notizia in inglese.
Qualche settimana prima hanno sparato dei colpi dall'Afghanistan. Uno dei proiettili ha colpito una donna dentro casa sua. Da quel momento è scattato lo stato di allerta, l'aeroporto è stato chiuso e il presidente tagiko ha richiamato all'ordine i talebani del Paese accanto.
Certe volte è meglio non saperle le cose, penso mentre piantiamo la tenda con vista Afghanistan.
Finito di sistemare tutto, mi fermo a osservare il mondo davanti a me.
Al di là del fiume c'è un piccolo villaggio. Alcune donne sono sedute in riva al fiume e riesco a vederle distintamente. Una moto passa tra le viette sterrate. C'è un grande edificio diroccato che dovrebbe essere l'ospedale.
Dei bambini corrono da una casa all'altra.
Sto guardando l'Afghanistan e non mi sembra vero.
E c'è un pensiero che mi martella costantemente in testa. "È tutta solo fottutamente questione di fortuna!". 
Nasci al di là del fiume e sei costretto a vivere sotto un regime violento e autoritario. Nasci qualche metro al di qua del fiume e, anche se la tua vita non è esattamente rose e fiori, puoi pensare di avere un futuro anche all'estero come il ragazzo che vive a Cipro.
Due destini. Un fiume in mezzo.
Lo stesso popolo.
Sì perché questo confine qualche secolo fa nemmeno esisteva. Sono stati i russi e gli inglesi a crearlo durante quello che è stato chiamato il "Great Game", il grande gioco. L'Impero Russo si stava espandendo ed era arrivato fino all'attuale Tagikistan. Dall'altro lato l'Impero Inglese, controllava tutti i territori dell'attuale India e Pakistan. I due giganti erano pericolosamente vicini e così decisero a tavolino di utilizzare l'Afghanistan come stato cuscinetto e siccome in alcune zone i due imperi avrebbero confinato, aggiunsero un pezzetto all'Afghanistan: il cosiddetto "Corridoio del Wakhan".
Basta guardare la mappa per accorgersi che quel territorio non c'entra nulla con l'Afghanistan.
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Ma torniamo a noi.
La notte è bella fresca ma passa tranquilla e senza colpi di scena. Alle 5 siamo già svegli, colazione con avena e frutta secca, smontiamo tutto e ci mettiamo in strada per provare a fare autostop.
Pochi minuti di attesa e si ferma un camion. Habib ci dà un passaggio, il più lungo di sempre (fino a quel momento!). Ed è lì che inizia la parte più adrenalinica e folle del viaggio, ma anche quella più lenta. 20 km all'ora che per non cascate in quel famoso fiume mi sembrano anche un ottimo compromesso.

(continua…)
Angela (e Paolo)
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