Il regalo per l’anniversario dell’architetto Bruno Bianchi

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Un regalo di compleanno. Oggi, l’architetto Bruno Bianchi avrebbe cent’anni, compiuti il 19 maggio scorso. Per la ricorrenza, i figli Giovanni, Sara ed Elena hanno deciso di regalargli un libro: storie brevi e poesie che egli stesso aveva scritto e che erano rimaste come una sorta di eredità spirituale del padre, morto nell’ottobre del 2012.
Il libro è stato presentato ieri sera all’Officina Badoni, con l’intervento di alcuni amici dell’architetto che hanno portato i loro ricordi dell’uomo e del professionista.
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In apertura, è stato il figlio Giovanni a sintetizzare la vita del papà: la nascita a Lecco, l’impegno giovanile nell’oratorio, la laurea al Politecnico, la realizzazione di tanti edifici nel Lecchese, la stesura dei primi piani regolatori, quando, doppo anni di anarchia edilizia, la politiche decise che fosse venuto il momento che i Comuni si dessero linee guida. E poi le molte collaborazioni in Africa con la realizzazione di una chiesa e un ospedale in Ciad per l’associazione di cooperazione che egli stesso aveva fondato, l’Acra. E, ancora, la passione per la città e la profonda conoscenza della sua storia, la passione della musica con il pianoforte e l’organo imparati a suonare con il maestro Giuseppe Zelioli, i libri sulle opere d’arte della città, sul lago. «E poi – ha concluso Giovanni Bianchi – scriveva anche qualche poesia e qualche racconto che abbiamo voluto condividere con voi.»
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Giovanni, Sara ed Elena
Appunto attraverso la pubblicazione di questo libro «che è un regalo di compleanno – ha continuato Sara -. Scriveva storie e poesie al computer, li stampava e li distribuiva a noi figli. Prima erano semplici fogli A4, poi magari raccolte rilegate con la spirale in una veste un po’ più accurata. E man mano che scriveva trovava nuove ispirazioni. Sono cose scritte tra il 1956 e il 2011. Egli stesso le aveva prima ordinate come “Storie brevi” e poi 2° Zelbio e fuori. Scritti del Bruno quando era lontano dal paese”. È un titolo significativo. Perché aveva un legame profondo con Zelbio: era il paese dove trascorreva le vacanze da bambino, ma era il luogo dell’anima, un rifugio. Nel 2012 ne fece la versione definitiva lasciataci con un post-it: “Pieno di errori e ripetizioni ma non ho voglia di rileggere”. In realtà di errori e ripetizioni non ce n’erano, ma era una richiesta, un passaggio di testimone, invitarci a restare in contatto con il bambino che siamo stati, come ha fatto lui che non ha mai tradito quel bambino.»
«Ma se dovessimo raccontare tutto quello che ha fatto papà – ha aggiunto Elena, presentando gli ospiti -non basterebbe una serata intera. E allora abbiamo invitato come relatori alcuni amici che con lui hanno fatto un pezzo di strada.»
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Hanno quindi preso la parola lo studioso Gianfranco Scotti, gli storici Angelo Borghi, Francesco D’Alessio e Umberto Calvi, l’architetto Franco Parolari, il restauratore Giacomo Luzzana e il giornalista Fiorenzo Radogna.

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Di Bianchi, Scotti ha sottolineato il suo rifuggire dal protagonismo, la dedizione al lavoro, la passione della città della quale sapeva mettere in luce le bellezze ma anche gli affronti che subiva e dei quali si indignava. Scriveva che «abbiamo bisogno di osservare la nostra città, di guardarla con il terzo occhio, quello del cuore.» Ne ha ricordato l’importanza per la nostra città che è stato il libro “Opere d’arte a Lecco” ma anche un’altra pubblicazione significativa, “Lecco. Atlante di emozioni” in cui aveva raccolto alcune riflessioni come quella che , ai tre pilastri dell’urbanesimo, ne va aggiunto un quarto che è quello della musica: «Tra musica e architettura – ha detto Scotti - vedeva un legame strettissimo. Considerava le pause importanti quanto le note, proprio come i vuoti in architettura. Amava l’architettura al di là della professione. Considerava il costruire come una delle più nobili espressioni della creatività. Era un curioso, alla ricerca di sempre nuovi stimoli, mai pago. Era gentile e rispettoso del parere degli altri, ma quando si indignava sapeva tener testa a chiunque. Ha lasciato un’orma profonda»
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Borghi ne ha parlato come di un visionario, del poeta che ti diceva «le stelle brillano perché il nostro cuore le fa brillare.» Ha raccontato di quando assieme, un giorno degli anni Sessanta, andarono alla chiesa, allora ancora del tutto abbandonata, a cercare gli affreschi: «Scoprimmo un bellissimo prato. “Sediamoci ad ascoltare” disse lui: Ascoltava il Caldone che batteva contro la roccia, il venticello che spirava e gli uccelli che cantavano. Poi, guardando alla vecchia chiesa: “Questi non sono ruderi, ma segno di qualcosa che c’è ancora”, un’anima antica che resta nelle ricostruzioni. Poi andrmmo a grattare il muro e saltarono fuori un bambolotto che era sant’Egidio e i Re Magi e lui invitava ad ascoltare le voci dei viandanti che portavano doni in quella chiesina, un tempo appunto ospizio per viandanti. Ed era con queste piccole cose che univa passato e presente. Mi diceva che la pioggia e il vento hanno un vivere proprio con cui dovremmo essere in sintonia e colloquiare.» Borghi ha poi raccontato dei cantieri per il restauro della chiesa di Santa Marta, del frontone come mani tese a prendere il cielo – così diceva Bianchi – e sotto il portico per i poveri.
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D’Alessio ha parlato della grande generosità dell’architetto, disposto a perdere una mattina con uno sconosciuto come lui alla ricerca di informazioni storiche, ha ricordato la preziosa collaborazione con la rivista storica “Archivi di Lecco”, ha ricordato l’episodio della piazza e della chiesa di Castione sistemate grazie al Fai: non si capacitava del fatto che la gente del paese non capisse, chiedesse di teliminare la fontana e la inferriate ai portici della chiesa per poter parcheggiare più auto, S’arrabbiava, ma andava avanti col suo progetto.»
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Calvi ne ha evidenziato l’arguzia: «A volte sembrava un po’ assente, ma poi arrivava con una battuta fulminante. Lo ricordo mentre si gustava il suo gelato alla castagna, gli piaceva molto. È stato un passaggio di amicizia e di divertimento.
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Parolari si è concentrato sugli oltre quarant’anni di collaborazione con la parrocchia di San Nicolò: i lavori di restauro della basilica con i ritrovamenti archeologici e degli affreschi del battistero, della chiesa di Santa Marta, della canonica e poi il recupero della stessa dopo l’esplosione del giugno 1996, il cinema Impero diventato cinema Europa poi abbattuto perché si stava “aprendo” per via della presenza nelle fondamenta delle vecchie mura Del borgo e già ipotizzava la realizzazione di una cas di riposo poi fatta d’altri. Così come per l’area Faini immaginava il nuovo oratorio e intanto fece il centro Paolo VI in quello che era l’edificio più vecchio della fabbrica. «Per me – ha concluso – affiancare Bruno in molti interventi, è stata una scuola. Arrivavamo da esperienze differenti, con lui mi sono avvicinato ai beni storici e ho imparato che bisogna avvicinarsi con rispetto e studio, ricordando quello che hanno fatto gli altri prima di noi e soprattutto dialogare con tutti.»
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Stringato, il restauratore Luzzana che ha ricordato qualche intervento comune: la chiesa di Varigione, quella del Beato Serafino a Chiuso, la basilica e Santa Marta: «È stato un rapporto eccezionale. Bianchi è stata una di quelle quattro o cinque persone che ti cambiano la vita.»
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Infine, Radogna, «un intruso» come si è definito. Perché lui, l’architetto Bianchi non l’ha mai conosciuto. «Però – aveva detto in precedenza Elena Bianchi – ci ha aiutato molto nel mettere assieme il libro. E forse proprio non conoscendolo di persona – ha continuato Radogna – la lettura di suoi racconti è stata “vera”, da lettore puro: «Allora ho colto le parole che dall’elementare vanno al trascendente e lo stile fluido, l’assoluta valenza storica dei racconti con la poesia che a volte diventa prosa e viceversa.» 
D. C.
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