'La voce della montagna' torna a chiedere aiuto per i danni dei cinghiali

All’Alpe Tedoldo, nel comune di Bellano, si è svolto questa mattina un incontro dedicato ai danni provocati dai cinghiali e alla necessità di tutelare il territorio montano. A promuoverlo è stato Pietro Andrea Acerboni, ex sindaco di Vendrogno, che ha invitato la presidente della Provincia di Lecco Alessandra Hofmann, il sindaco di Bellano Antonio Rusconi e l'assessore all’Agricoltura e alla Forestazione della Comunità Montana Valsassina Matteo Manzoni a far visita direttamente ai pascoli devastati dagli ungulati.
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Nella piana di Tedoldo le incursioni hanno infatto pesantemente danneggiato le aree a verde, anche attorno alle baite che compongono il nucleo dell’alpeggio. 
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Presentandosi come "la voce della montagna", Acerboni ha rimarcato come le terre alte stiano piangendo per le problematiche che si susseguono. L’ex sindaco ha ricordato la situazione di cinquant’anni fa, quando questi luoghi erano maggiormente abitati e curati, mentre oggi molte persone si sono trasferite altrove per lavorare e sono rimasti in pochi a occuparsi della manutenzione del territorio. Una condizione che favorisce anche l’avanzata del bosco sui prati e sui pascoli, modificando progressivamente il paesaggio montano. 
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Alla perdita delle attività tradizionali si aggiunge la questione cinghiali, animali presenti da circa vent’anni e oggi responsabili, secondo quanto denunciato, di danni sempre più evidenti. Acerboni ha spiegato che il suo obiettivo non è ottenere un risarcimento economico, ma difendere concretamente il territorio, evitando che gli ungulati continuino a devastare i terreni e a compromettere anche le pozze d’acqua utilizzate per rinfrescarsi. Da qui la richiesta alle autorità presenti di intervenire per «fare qualcosa per recuperare l’ambiente». 
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Il sindaco di Bellano ha riconosciuto che si tratta di un problema di "difficile risoluzione", legato sia alle normative che regolano l’attività venatoria sia alla diminuzione del numero dei cacciatori e alle limitazioni imposte al loro operato. "È un problema importante che oggi ha visto la presenza della Provincia e della Comunità Montana, ma bisogna arrivare agli enti superiori", ha affermato, sottolineando l’importanza della prevenzione per ridurre i danni.
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Rusconi ha quindi annunciato l’intenzione del Comune di riproporre una convenzione con il Comprensorio alpino per incentivare il contenimento della specie. Il progetto prevede uno stanziamento di 20.000 euro all’anno per tre anni, attraverso una convenzione che sarà inserita nella variazione di bilancio prevista a inizio novembre. I contributi saranno destinati ai cacciatori per gli esemplari abbattuti, con particolare attenzione alle femmine, allo scopo di limitare la proliferazione dei cinghiali. 
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"Negli anni precedenti sembrava migliorata la situazione e negli ultimi tempi c’è uno scempio per il territorio", ha osservato il sindaco, spiegando che l’amministrazione intende rinnovare il proprio impegno economico. L’avvio della nuova iniziativa è previsto a partire da dicembre, con l’obiettivo di verificarne i risultati entro la metà del 2027. 
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"Il cinghiale è una specie che prolifera tantissimo e i danni che fa sono ingenti", ha dichiarato, davanti all'evidenza, la presidente sottolineando come la Provincia non può legiferare direttamente in materia di caccia e contenimento delle specie, pur potendo intervenire, nei limiti delle proprie competenze, anche attraverso deroghe relative alle distanze. 
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Matteo Manzoni, sindaco di Crandola, intervenuto in rappresentanza della Comunità Montana Valsassina, ha ribadito la necessità di portare le richieste dei territori all’attenzione della Regione Lombardia e degli enti nazionali. Manzoni ha richiamato le difficoltà incontrate dai cacciatori, anche a causa delle differenze normative tra le regioni. "In Lombardia il cinghiale non lo possono abbattere tutti, in altre regioni sì", ha osservato. L’obiettivo, ha spiegato, è trovare il modo di far arrivare le istanze dei Comuni e delle comunità montane "fino a Milano e Roma", affinché la difesa del territorio possa tradursi in interventi concreti. 
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In chiusura, Acerboni ha ribadito la necessità di individuare una soluzione condivisa, capace di conciliare le esigenze dei cacciatori con quelle di chi amministra e vive la montagna. Un richiamo alla tutela del paesaggio che ha trovato un’ulteriore espressione nel ricordo di un episodio raccontato nel suo libro: negli anni Trenta, la nonna sarebbe stata ripresa per aver raccolto alcuni rami secchi di ginestra, mentre oggi, negli stessi luoghi, il bosco ha preso il posto di terreni un tempo destinati allo sfalcio e al pascolo. Un cambiamento che, per Acerboni, rappresenta un simbolo della trasformazione della montagna e della necessità di intervenire per preservarne l’identità.
M.A.
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