In viaggio a tempo indeterminato/451: pene d'amore sulla Pamir Highway
«L'amor che move il sole e l'altre stelle» scrive Dante alla fine del Paradiso nella Divina commedia. L'amore come forza motrice del cosmo è un'idea romantica che fa presa su una come me che piange per ogni film in cui i due protagonisti alla fine stanno insieme. Ma nemmeno il mio animo da inguaribile romantica si sarebbe aspettato che l'amore sarebbe stato il motore del nostro viaggio lungo la Pamir Highway, la seconda strada più alta del mondo e sicuramente una delle peggiori mai percorse.
E sinceramente mentre chiudevamo la tenda verde quella mattina, con l'Afghanistan di fronte e tanti km all'orizzonte, tutto mi sarei immaginata tranne che avremmo parlato d'amore.
Habib ci recupera a lato strada. Quando accosta, Paolo corre verso la cabina mentre io recupero gli zaini. Il camion è lunghissimo con addirittura due rimorchi. La nostra destinazione è Khorog e sono "solo" 240 km, il problema è che il navigatore indica 7 ore di viaggio. Fino ad ora la strada da Dushanbe era stata asfaltata, nuova e in perfette condizioni, "magari il navigatore non è aggiornato" pensiamo. Ci aggrappiamo a quel pensiero positivo che, però, si trasforma in una vana speranza pochi chilometri dopo.
Non solo sparisce l'asfalto ma la strada diventa una vera trappola mortale. Mentre ero seduta con le gambe incrociate nel posto dietro del camion, non so quante volte ho pensato che quello sarebbe stato il nostro ultimo viaggio.
Pessimista? Non troppo, soprattutto perché a un tratto la strada è praticamente sparita. Da un lato lo strapiombo sul fiume gelido, dall'altro la montagna franata. Il camion ci passava giusto giusto al millimetro. L'unica consolazione è che alla folle velocità a cui stavamo andando (10km/h) mi sarei goduta fino all'ultimo istante!
A parte gli scherzi, è stata un'esperienza che non rifarò mai più nella mia vita. Essere su un camion ti fa sentire che sei "il grosso" della situazione, nel bene e nel male.
Difficilmente ti farai qualcosa se qualcuno ti viene addosso ma allo stesso tempo lo spazio che occupi è talmente tanto che basta qualche centimetro e finisci sotto.
"Ma questo Habib chi lo conosce?" "E se non lo sa guidare sto camion e finiamo di sotto?" "Ma metti che è stanco e prende male una curva! Addìos!"

"Io penso positivo perché son vivo
E finché son vivo" cantava Jovanotti che evidentemente non ha mai percorso la Pamir Highway. I pensieri, le preghiere e le imprecazioni si rincorrono nella mente e vanno più veloci del camion su cui ci troviamo. Siamo partiti alle 5:30 e sono le 12 ma non siamo nemmeno a metà strada e poi Habib è concentrato alla guida ma sembra stanco. Parla poco con noi.
Ma appena il telefono gli indica che c'è segnale, chiama qualcuno. Parla qualche minuto. Poi attacca. Richiama. Ripete la stessa frase più e più volte. Sembra stia litigando ma noto che gli si illumina il viso ogni volta che dopo qualche squillo qualcuno dall'altra parte risponde. "Pene d'amore sulla Pamir Highway" sarebbe il titolo perfetto per un Harmony.
Il fiume è sempre alla nostra destra e l'Afghanistan dall'altro lato ci osserva. "Talebani" ci dice Habib indicando posti di blocco e gente in moto sull'altra sponda.
Dopo 10 ore di viaggio Paolo ha dolori al collo, io non sento più le gambe ma la strada è diventata meno ripida e non siamo più sull'orlo del precipizio. In compenso, però, Habib è sempre più stanco. Lo vediamo che gli si chiudono gli occhi. "Stop, stop, stop" gli urliamo a un tratto. Fingiamo di doverci sgranchire le gambe quando in realtà è a lui che serve una pausa.
Accosta. Scendiamo dal camion. Un gregge di pecore ci corre incontro e il pastore ci saluta. Dei bambini in bicicletta ci osservano curiosi. C'è un ristorante a pochi metri e decidiamo di mangiare qualcosa.
Una ragazza ci si avvicina "Di dove siete?" ci chiede in perfetto inglese. "Italia" rispondiamo noi "Ah, mia sorella vive lì. A Napoli. Ciao" e se ne va.
Dopo pranzo ripartiamo con Habib e le successive ore sembrano non passare mai. Quando arriviamo a destinazione sono le 19 e ci abbiamo impiegato 14 ore per fare quei 240km. Il navigatore era stato troppo ottimista! Troviamo una guesthouse a Khorogh, la prima della città. È piena e non ci sono stanze ma la gentile signora ci lascia mettere la tenda in giardino. Dormiamo 12 ore di fila quella notte e passeremo lì in quel prato i successivi 4 giorni per un'intossicazione alimentare che sembra la prassi per chiunque viaggi in questa zona del Tagikistan. Che mal di stomaco!
Con lo stomaco ancora sottosopra ma senza il costante stimolo verso il bagno, ripartiamo da Khorogh un sabato mattina.
Il confine con la Cina nel weekend è chiuso e dobbiamo tenere in considerazione questa informazione perché praticamente tutti i camion che viaggiano su questa strada sono diretti in Cina. Sono loro la nostra unica speranza per percorrere questo tratto della Pamir Highway che va fino a Murghab: 310 km e un'altitudine massima di 4000 metri.
È il tratto più breve tra le due città, ma non l'unico.
L'altra strada passa accanto al corridoio del Wakhan, quello creato da inglesi e russi durante il Great Game. Lì però fare autostop è praticamente impossibile perché quell'itinerario è percorso solo da turisti, niente camion o traffico locale.
Dopo un'ora di attesa a lato strada, il nostro traghettatore è Jamshed che rinominiamo subito Jesse per la sua inquietante somiglianza con il personaggio di Breaking Bad. Ricomincia l'avventura con le buche, la polvere, gli strapiombi. Il camion a un certo punto si rompe (come biasimarlo!) e ci fermiamo 1 ora per sistemarlo. Facciamo anche un'altra sosta a dei bagni termali davvero goduriosi, raggiungiamo un ristorante alle 8 di sera quando ormai non c'è più cibo e arriviamo a Murghab alle 23 freschi come due calzini dopo una maratona.
Il paesaggio fuori dal finestrino però è spettacolo puro per tutto il viaggio e in certi momenti sembra disegnato.
Ma quello che più mi colpisce succede dentro la cabina del camion.
Jesse, così come Habib (così come farà dopo anche Carlo), tra un po' di tabacco masticato e una bibita energetica, aspetta solo che il telefono abbia il segnale per chiamare la sua famiglia e sentirsi meno lontano. Gli cambia lo sguardo ogni volta che dall'altra parte qualcuno risponde. Sembra quasi che quell'amore, quello da cui è costretto a stare lontano per lungo tempo (i camionisti impiegano 4 giorni per arrivare in Cina e 3 per tornare indietro) sia il vero e unico motore che lo spinge ad affrontare quelle strade accidentate e follemente pericolose.
«L'amor che move il sole, l'altre stelle e i supereroi che viaggiano sulla Pamir Highway" avrebbe scritto Dante se al posto di Virgilio lo avessero traghettato I camionisti tagiki.
E sinceramente mentre chiudevamo la tenda verde quella mattina, con l'Afghanistan di fronte e tanti km all'orizzonte, tutto mi sarei immaginata tranne che avremmo parlato d'amore.
Habib ci recupera a lato strada. Quando accosta, Paolo corre verso la cabina mentre io recupero gli zaini. Il camion è lunghissimo con addirittura due rimorchi. La nostra destinazione è Khorog e sono "solo" 240 km, il problema è che il navigatore indica 7 ore di viaggio. Fino ad ora la strada da Dushanbe era stata asfaltata, nuova e in perfette condizioni, "magari il navigatore non è aggiornato" pensiamo. Ci aggrappiamo a quel pensiero positivo che, però, si trasforma in una vana speranza pochi chilometri dopo.
Non solo sparisce l'asfalto ma la strada diventa una vera trappola mortale. Mentre ero seduta con le gambe incrociate nel posto dietro del camion, non so quante volte ho pensato che quello sarebbe stato il nostro ultimo viaggio.
Pessimista? Non troppo, soprattutto perché a un tratto la strada è praticamente sparita. Da un lato lo strapiombo sul fiume gelido, dall'altro la montagna franata. Il camion ci passava giusto giusto al millimetro. L'unica consolazione è che alla folle velocità a cui stavamo andando (10km/h) mi sarei goduta fino all'ultimo istante!
A parte gli scherzi, è stata un'esperienza che non rifarò mai più nella mia vita. Essere su un camion ti fa sentire che sei "il grosso" della situazione, nel bene e nel male.
Difficilmente ti farai qualcosa se qualcuno ti viene addosso ma allo stesso tempo lo spazio che occupi è talmente tanto che basta qualche centimetro e finisci sotto.
"Ma questo Habib chi lo conosce?" "E se non lo sa guidare sto camion e finiamo di sotto?" "Ma metti che è stanco e prende male una curva! Addìos!"

"Io penso positivo perché son vivo
E finché son vivo" cantava Jovanotti che evidentemente non ha mai percorso la Pamir Highway. I pensieri, le preghiere e le imprecazioni si rincorrono nella mente e vanno più veloci del camion su cui ci troviamo. Siamo partiti alle 5:30 e sono le 12 ma non siamo nemmeno a metà strada e poi Habib è concentrato alla guida ma sembra stanco. Parla poco con noi.
Ma appena il telefono gli indica che c'è segnale, chiama qualcuno. Parla qualche minuto. Poi attacca. Richiama. Ripete la stessa frase più e più volte. Sembra stia litigando ma noto che gli si illumina il viso ogni volta che dopo qualche squillo qualcuno dall'altra parte risponde. "Pene d'amore sulla Pamir Highway" sarebbe il titolo perfetto per un Harmony.
Il fiume è sempre alla nostra destra e l'Afghanistan dall'altro lato ci osserva. "Talebani" ci dice Habib indicando posti di blocco e gente in moto sull'altra sponda.
Dopo 10 ore di viaggio Paolo ha dolori al collo, io non sento più le gambe ma la strada è diventata meno ripida e non siamo più sull'orlo del precipizio. In compenso, però, Habib è sempre più stanco. Lo vediamo che gli si chiudono gli occhi. "Stop, stop, stop" gli urliamo a un tratto. Fingiamo di doverci sgranchire le gambe quando in realtà è a lui che serve una pausa.
Accosta. Scendiamo dal camion. Un gregge di pecore ci corre incontro e il pastore ci saluta. Dei bambini in bicicletta ci osservano curiosi. C'è un ristorante a pochi metri e decidiamo di mangiare qualcosa.
Una ragazza ci si avvicina "Di dove siete?" ci chiede in perfetto inglese. "Italia" rispondiamo noi "Ah, mia sorella vive lì. A Napoli. Ciao" e se ne va.
Dopo pranzo ripartiamo con Habib e le successive ore sembrano non passare mai. Quando arriviamo a destinazione sono le 19 e ci abbiamo impiegato 14 ore per fare quei 240km. Il navigatore era stato troppo ottimista! Troviamo una guesthouse a Khorogh, la prima della città. È piena e non ci sono stanze ma la gentile signora ci lascia mettere la tenda in giardino. Dormiamo 12 ore di fila quella notte e passeremo lì in quel prato i successivi 4 giorni per un'intossicazione alimentare che sembra la prassi per chiunque viaggi in questa zona del Tagikistan. Che mal di stomaco!
Con lo stomaco ancora sottosopra ma senza il costante stimolo verso il bagno, ripartiamo da Khorogh un sabato mattina.
Il confine con la Cina nel weekend è chiuso e dobbiamo tenere in considerazione questa informazione perché praticamente tutti i camion che viaggiano su questa strada sono diretti in Cina. Sono loro la nostra unica speranza per percorrere questo tratto della Pamir Highway che va fino a Murghab: 310 km e un'altitudine massima di 4000 metri.
È il tratto più breve tra le due città, ma non l'unico.
L'altra strada passa accanto al corridoio del Wakhan, quello creato da inglesi e russi durante il Great Game. Lì però fare autostop è praticamente impossibile perché quell'itinerario è percorso solo da turisti, niente camion o traffico locale.
Dopo un'ora di attesa a lato strada, il nostro traghettatore è Jamshed che rinominiamo subito Jesse per la sua inquietante somiglianza con il personaggio di Breaking Bad. Ricomincia l'avventura con le buche, la polvere, gli strapiombi. Il camion a un certo punto si rompe (come biasimarlo!) e ci fermiamo 1 ora per sistemarlo. Facciamo anche un'altra sosta a dei bagni termali davvero goduriosi, raggiungiamo un ristorante alle 8 di sera quando ormai non c'è più cibo e arriviamo a Murghab alle 23 freschi come due calzini dopo una maratona.

Ma quello che più mi colpisce succede dentro la cabina del camion.
Jesse, così come Habib (così come farà dopo anche Carlo), tra un po' di tabacco masticato e una bibita energetica, aspetta solo che il telefono abbia il segnale per chiamare la sua famiglia e sentirsi meno lontano. Gli cambia lo sguardo ogni volta che dall'altra parte qualcuno risponde. Sembra quasi che quell'amore, quello da cui è costretto a stare lontano per lungo tempo (i camionisti impiegano 4 giorni per arrivare in Cina e 3 per tornare indietro) sia il vero e unico motore che lo spinge ad affrontare quelle strade accidentate e follemente pericolose.
«L'amor che move il sole, l'altre stelle e i supereroi che viaggiano sulla Pamir Highway" avrebbe scritto Dante se al posto di Virgilio lo avessero traghettato I camionisti tagiki.
Angela (e Paolo)




















