Siena, il Palio di Stefanoni. E poi quel certo Goretti… Serata con l'associazione Bovara

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Il cencio che diventa palio e che ogni anno cambia, dipinto da questo o quell’altro artista. Solo senese per secoli e recentemente anche “forestiero”, di fama nazionale e internazionale. A dipingerlo nel 2006 fu il lecchese Tino Stefanoni.
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Se ne parla in uno dei due libri che Diego Consalves ha appunto dedicato agli artisti che dal 1980 al 2019 hanno dipinto il “drappellone”, così viene chiamato. Ci si riferisce – lo si sarà capito – al Palio di Siena.
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E se ne è parlato anche ieri sera all’Officina Badoni su iniziativa dell’Associazione “Giuseppe Bovara” nell’incontro intitolato “Un “cencio”…in Palio. Intrecci e legami d’arte lariani del Palio di Siena”. Sono intervenuti Susanna Stefanoni, la figlia del pittore scomparso nel 2017; lo storico lecchese Francesco D’Alessio; da remoto, Alessandro Benvenuti rettore della Contrada del Bruco e lo stesso Consalves. 
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Moderatore della serata Umberto Calvi che ha intervistato i relatori e ha spiegato come la scelta di avere ospite la Contrada del Bruco non sia stata casuale, ricorrendo i 150 anni da un’edizione particolare del Palio vinta dalla Contrada del Bruco. In quell’occasione, appunto nell’anno 1876, a dipingere il “drappellone” fu un artista senese a pieno titolo, ma le cui radici famigliari arrivano a noi, come avrebbe poi raccontato D’Alessio.
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Prima di entrare nel vivo dei lavori, il presidente dell’Associazione Bovara, Pietro Dettamanti, ha portato il suo saluto ricordando quando, giovane studente, arrivò a Siena ed entrò in città da una porta sulla campeggiava una scritta latina: «Siena – la traduzione – ti apre il cuore più grande questa porta». E allora - la morale – anche Lecco apre il suo cuore ai senesi. Un saluto è arrivato anche da Carlo Polvara, il lecchese che è luogotenente lombardo dell’Arciconfraternita di Parte Guelfa impegnata in una serie di interventi di valorizzazione dell’arte in tutta Italia e che, per quanto riguarda Lecco, è coinvolta nel progetto collettivo che ha consentito in questi due anni di aprire alle visite la Villa Ponchielli di Maggianico. Infine, Gianfranco Scotti ha letto una poesia dal poeta dialettale lecchese Luigi Manzoni, poesia proprio dedicata al Palio, sottolineando liricamente il filo sottile che ha legato le due città.
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E del resto, quando alla fine della serata, c’è stato spazio per gli interventi dal pubblico, ha preso la parola Paolo Ferraris, lecchese che da trent’anni segue il Palio e sostiene i colori della “Pantera” e ogni anno partecipa ai vari momenti rituali previsti dalla manifestazione. E nel 2006 per le strade di Siena si imbatte’ in Stefanoni. E, come si usa, «cosa ci fai qui?»
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Da parte sua, Benvenuti si è soffermato sul significato dell’appartenenza a una delle diciassette contrade di Siena e il “peso” che assume la conquista del “drappellone”: «Dietro il Palio ci sono un’organizzazione, una cultura, un modo di vivere che ci coinvolgono per l’intero anno. Le contrade senesi sono replicabili in città e noi cerchiamo di preservare la loro storia. Per noi, il Palio è la metafora della vita: ciascuno dà il meglio per ottenere un risultato, ma spesso conta molto la fortuna. E tutti lo sappiamo. Vincere il Palio, per una contrada, significa fissare un momento importante della vita, come un matrimonio o la nascita di un figlio.»
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D’Alessio ha tracciato i legami lecchesi, ricordando la famiglia Mazzucconi di Castione di Rancio che già nel Cinquecento commerciava in pannilana con la Toscana e un ramo si trasferì a Firenze. C’è poi l’episodio del 1674 quando un nobile senese, Bernardino Acciaiolo, consegnò ad Ambrogio Gerosa alcune reliquie concesse dal pontefice perché fossero portato nella chiesa di Castello a Lecco. E quindi l’anno 1876 e il Palio vinto dal Bruco. L’artista in quel caso fu un certo Goretti. Era un senese, come detto, «ma dov’è c’è un Goretti c’è Ballabio». Perché è un cognome appunto originario di Ballabio. Deriva della famiglia Cugnasca che già nel Tre e Quattrocento era attiva nei commerci. Un Gregoretto de Cugnasca, detto Goretto, fu il capostipite di una dinastia che mise radici ovunque: a Venezia, a Verona, a Ferrara.» Ed evidentemente anche a Siena.
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Diego Consalves ha spiegato come la contrada che vince il Palio riceve in premio un grande stendardo di seta. Ogni anno l’incarico di dipingerlo viene affidato ad artisti diversi: «In passato si trattava di artisti che avevano la loro bottega a Siena, ma nel corso del tempo il Comune ha cominciato a uscire dal microcosmo senese per affidare il compito ad artisti sempre più famosi.»
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E nel 2006 fu la volta di Tino Stefanoni. La figlia Susanna ha offerto al pubblico i suoi ricordi: «Grazie all’associazione “Bovara” ho potuto ripescare quest’avventura davvero emozionante. Papà ci teneva moltissimo. Già da due o tre anni era uscito il suo nome, ma poi non se n’era fatto niente. Poi è finalmente arrivata l’occasione. Di Siena gli piaceva quell’atmosfera festosa attorno al Palio con un coinvolgimento comunitario. E poi la bellezza: papà amava la bellezza. E non dimentichiamo che, nella storia della pittura italiana, tra Medioevo e Rinascimento fiorì quella scuola senese che si contrapponeva alla fiorentina. Decise di andare a Siena per captare più “segnali possibili”, di giorno e di notte. Di solito, succedeva che gli artisti consegnavano il loro lavoro e se ne andavano. Lui invece volle restare. E tutti noi vivemmo il Palio da senesi. Ci andammo in una comitiva famigliare, una decina di persone, e cercammo di essere il più senesi possibile. Lo riconoscevano per strada, gli facevano un sacco di feste e se ne schermiva, ci invitavano ovunque, a cene, a pranzo…»
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«Quando gli avevano consegnato il “cencio” – ha continuato - sapeva che nel dipinto dovevano d’obbligo essere presenti alcuni elementi come i colori di Siena o la Madonna. I colori sono il bianco e il nero e li mise alla base, poi dipinse stendardi con tutte le bandiere delle contrade e uno arancione dedicato ai sessant’anni dell’Unesco che ricorrevano proprio nel 2006. La torre simbolo non gli creò problemi, era nelle sue corde e lo stile è inconfondibile. Qualche problema lo ebbe con la Madonna. Lui non dipingeva figure umane. In aiuto gli venne la mamma che gli ricordò come la Madonna fosse una figura spirituale che irradia luce e dunque la pensasse proprio come luce. E così ha trovato la quadra. Non ha dipinto la corsa, ma l’attimo prima quando ci sono tensione e attesa, ha dipinto la calma innaturale di quei momenti. Lui, ha detto, l’avrebbe chiamato “La notte prima”.»
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Dipinto rigorosamente in segreto, come vogliono le regole, viene poi il momento in cui il Palio è scoperto e presentato alla città in una solenne cerimonia prima in Comune e poi in Duomo: «È un momento di grande emozione – ha proseguito Susanna Stefanoni - Alcuni Palii erano stati fischiati perché non graditi. Quando venne “scoperto” quello di papà, ci fu un momento di sospensione, qualche incertezza perché ci si chiedeva dove fosse la Madonna, poi la tensione scomparve all’esplodere dell’applauso.»
seratapalio__16_.JPG (55 KB)Per la cronaca, quel Palio venne vinto della Contrada della Selva. E in qualche modo – ha detto Consalves – nel dipinto di Stefanoni c’era una premonizione: di tutte le bandiere delle contrade, una sola, appunto quella della Selva, poggiava sui colori della città.»
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Infine, è stato ricordato come il prossimo anno ricorrano i dieci dalla scomparsa di Tino Stefanoni e i novanta dalla nascita. La Fondazione intitolata al pittore ha in programma una serie di iniziative, qualcosa anche a Lecco anche se per il momento non ci sono state anticipazioni. Ci sarà una mostra a Brescia, ma intanto ne è stata inaugurata una a Londra, alla Estorick Collection of Modern Italian Art, l’unico museo britannico interamente dedicato all’arte moderna italiana: sono esposte tredici opere di Stefanoni, disseminate nella galleria a dialogare con le opere della collezione permanente. Per chi volesse, la mostra è aperta fino al 20 dicembre.
D.C.
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