SCAFFALE LECCHESE/164: la guida 'turistica' a due voci per vagabondare sul Lario

In questa estate in cui sembra che il Lario non riesca a reggere quel po’ po’ di turismo che si è riversato sulle sue sponde, è curioso leggere di un libro scritto anche per «il desiderio di creare un nuovo originale e valido richiamo turistico – rivolto a un pubblico il più vasto possibile – a favore di una delle più incantevoli regioni italiane» quale è appunto il lago di Como. Evidentemente, di questa valorizzazione si sentiva il bisogno una cinquantina d’anni fa. Quando, peraltro, almeno il ramo comasco del nostro lago poteva già gloriarsi di una non indifferente tradizione risalente fino all’epoca dei primi viaggiatori europei del Grand Tour. I quali, in effetti, per oltre due secoli hanno però fatto tappa nei soliti due o tre luoghi trascurandone altri che pure avrebbero meritato qualche attenzione. Per non parlare del ramo lecchese che da quella tradizione non è nemmeno stato toccato. Una cinquantina d’anni fa, il mondo andava cambiando: anche le famiglie meno abbienti cominciavano a poter spendere, e la villeggiatura e il viaggio diventavano a poco a poco possibili per tutti. In quegli anni, inoltre, l’automobile non era più un lusso e consentiva di allargare gli orizzonti delle “scampagnate”.


Si era nel 1968, anno turbolento e autunno caldo, quando l’editore comasco Cairoli pubblicava “Il Lario”. Probabilmente un libro-strenna, essendo stato licenziato dalla topografia in novembre, a ridosso dunque del periodo natalizio. Primo volume di una collana intitolata “Acque e terre”, raccoglieva i disegni in sanguigna del pittore Franco Belluschi accompagnati dai testi di Giuseppe Ghielmetti, testi che non erano propriamente una descrizione dei luoghi ma una sorta di volo poetico con tanto spazio concesso al leggendario e all’immaginazione, lasciando briglia sciolta a suggestioni e fantasia. Su questa sponda del Lario, l’uno e l’altro non sono conosciuti ma a Como godevano di una certa reputazione, come la poetessa dialettale Gisella Azzi che firmava l’introduzione definendo l’opera «una validissima “guida a due voci” per un felice vagabondaggio lungo le rive del Lario. (…) La matita e la penna si completano a vicenda, così come un’ispirata voce cantante, la quale si valga di un sensibile ed esperto accompagnatore».


Casa Maggi a Malgrate e casa Stoppani

Se il libro – come si annuncia nel risposto di copertina - voleva essere «un sincero omaggio al Lario e alla terra che lo circonda» oltre che “manifesto turistico”, c’era anche l’ambizione di salvare la memoria di taluni luoghi: «La gran parte degli scorci “narrati” dal Belluschi e dal Ghielmetti sono infatti destinati ben presto a scomparire, vittime della nostra “civiltà” fatta di plastica e di cemento armato, di amore per il nuovo a ogni costo e – purtroppo – di nessun rispetto per le vestigia del passato. Il volume assume perciò anche il significato di un’ideale raccolta di “bei posti”, di autentici angoli lariani, colti e fissati nell’istante in cui, tristemente, stanno per essere perduti per sempre».


Laghetto di Colico

Il lettore di mezzo secolo dopo potrebbe prendersi la briga di andare a verificare quanti di quei “bei posti” siano rimasti, quanti siano stati trasformati, quanti siano irriconoscibile, pur nella consapevolezza che il Belluschi nei suoi disegni si era concessa qualche licenza.
Tralasciamo qui le rive comasche, lasciando al lettore il gusto di indugiarvi, seguiamo il vagabondaggio dei nostri accompagnatori su quelle lecchesi, prendendo l’abbrivio da Laghetto di Colico con la raffigurazione di una casa di contadini che forse davvero non c’è più e dove Ghielmetti si sofferma sul trascorrere delle stagioni, «l’inverno di cristallo dell’alto lago» e il risveglio primaverile delle «dolci sere d’aprile, quando brillano le prime lucciole» che già la dice lunga: chi le vede più le lucciole? Ad aprile poi.


Pescarenico

Piona, naturalmente, non può che essere l’abbazia cistercense: «Qui si coltivano ancora gli orti – e sbocciano le tenere insalate accanto ai fiori per l’altare, le sapide frutta e le erbe aromatiche – qui seguendo una secolare tradizione, si distillano liquori dalle prodigiose virtù medicamentose». E oggi? Ancora?


Un portale a Dervio

Scendendo a Dorio si cammina per strade che solo i panni stesi ad asciugare dicono non essere quelle di un paese abbandonato, tanto son deserte e silenziose e dove, soprattutto, può essere «scoperta e studiate come merita» la straordinaria razza dei gatti lariani sui quali «nessun autore si è soffermato, nessuno ha mai scritto della loro particolare natura e del loro carattere e, perché no, dei loro imperscrutabili pensieri».
Corenno Plinio è il castello: «E’ mai possibile immaginare una scenografia più efficace per ambientare la favola della bella rapita dal perfido mago e rinchiusa nella cupa torre dalla quale la trarrà, in groppa a un candido destriero, l’invincibile (e inevitabile) principe Azzurro?».


La casa dei Magni a Dervio

A Dervio, la matita di Belluschi si sofferma su un portale secentesco, ai lati del quale «mancano soltanto – scrive Ghielmetti – le guardie dalle divise multicolori, i gonfi pantaloni rossi e verdi, le corazze luccicanti, gli elmi dalle lunghe piume agitate dalla brezza». In realtà, il portale è quello della cosiddetta Casa dei Magni, edificio risalente al XIV secolo e che avrebbe in verità  ben qualcosa fuori dall’ordinario da raccontare, Nel 1725 vi nacque infatti Francesco Maria Magni chi si sarebbe fatto frate e avrebbe diretto il convento di Dongo; nel 1760 partì missionario in Cina finché nel 1784, scoppiando «una terribile persecuzione de’ Cristiani» fu «tratto in catene e tradotto nelle carceri di Pekino, per tre volte vi sostenne crudelissimi tormenti: e per ultimo, consunto dalla fame e dall’inedia, e dallo squallor della carcere, finì di vivere gl’undici di febbraio del seguente 1785»: così scrisse padre Eufrasio, al secolo Giuseppe Buzzi (1739-1817), pure di origini derviesi e frate dello stesso convento di Dongo.



A Bellano, se Belluschi sceglie di raffigurare la chiesa di Santi Nazaro e Celso con il sagrato acciottolato, Ghielmetti preferisce Tommaso Grossi e il “Marco Visconti”. E poi Varenna, all’epoca ancora paese appartato dal fascino riservato a pochi intenditori e molti angoli “autentici”: a incantare i nostri due autori è una “lucia” tirata in secco, «la barca tipica del Lario, con le sue linee semplici e funzionali, vecchia di secoli e ormai diventata un motivo caratteristico del panorama lariano, il simbolo stesso del lago più romantico del mondo. (…) Come la dolcezza del clima, come le stupende ville nascoste nei folti parchi animati dal chioccolìo di magiche fontane, come le brume dolcissime d’autunno che sfumano e rendono irreali i profili delle montagne, i paeselli sparsi sulle rive, come le innumerevoli chiesine romaniche che si specchiano nelle acque increspate dalla breva, la vecchia, cara “lucia” racchiude in sé lo spirito segreto e inafferrabile del Lario».


Casa Maggi a Malgrate

Scendendo, la tappa liernese è quell’altro castello, un «bislacco complesso» che è «forse il risultato del ghiribizzo di un estroso artiere che ha voluto giocare con la terra e i mattoni, il legno e la selce, per edificare una stimolante bizzarria»  in un luogo «che non poteva essere migliore: il profumo penetrante del lago è infatti la più efficace delle droghe per i pazzi e i poeti».
Dopo la chiesa di San Lorenzo a Mandello e il “conventino” di Abbadia, i viaggiatori giungono a Lecco, indugiano in piazza XX Settembre davanti alla casa natale di Antonio Stoppani e poi naturalmente seguono le tracce manzoniane: il “caminetto di Lucia” nella casa olatese e Pescarenico con il campaniletto e il convento che nel disegno di Belluschi ha fattezze affascinanti,, che già cinquant’anni però erano ormai pressoché irrimediabilmente perdute. Se il recupero degli ultimi anni ha ridato una certa dignità a un luogo importante per l’immaginario lecchese, molto ancora deve immaginare il visitatore d’oggi.


Casa Maggi dal libro di Tiziana Rota

E di “monastero” si parla anche a Malgrate: «Poco discosto dalla chiesetta di Sant’Antonio, ecco le colonne e i piccoli archi e il cortiletto tra i muri un poco lugubri. Chi avrà abitato quelle stanze fredde e squallide? E’ impossibile saperlo: la mia guida mi dice che la casa è “molto vecchia” e di più non sa. Forse vi furono veramente i frati o forse fu questo un importante palazzo delle cupe segrete sprofondate sotto la terra, chi sa. Oggi è poco più di un rudere dall’aspetto sordido, indecifrabile». Si tratta della Casa Maggi in piazzetta Sant’Antonio, «forse l’area di un vecchio castello» come ci dice Tiziana Rota in un volume  (“Malgrate da vivere, da conoscere, da vedere”) pubblicato una prima volta nel 2009 quando la vecchia casa era ancora in condizioni di degrado e una seconda nel 2021 quando invece l’edificio appare accuratamente restaurato.
L’itinerario prosegue poi per Onno e Limonta, raggiungendo Bellagio per ridiscendere verso Como da dove era cominciato il periplo.



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Dario Cercek
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