SCAFFALE LECCHESE/291: a Dervio un secolo e mezzo fa una strage come a Crans Montana
Sentite qua: un marionettista ambulante «dava spettacolo coi suoi fantocci di legno, rappresentando il martirio di santa Filomena, Volendo figurare la gloria in cielo, accese fuochi di bengala; alcune scintille, dal rozzo tavolato d’un rustico (…) caddero attraverso le sconnessure delle assi su materie secche accensibilissime adunate là sotto, e in un attimo si alzarono le fiamme. Erano presenti circa 90 persone, e costernate si diedero a fuggire. Ma c’era una sola porticina a due battenti, aprentisi all’indentro; uno anzi era chiuso, e dietro v’era un tavolino; l’altro battente fu tosto chiuso esso pure dal sospingersi della gente spaventata, cosicché gli infelici si imprigionarono da sé medesimi e tra il fumo e le vampe in poco ve ne perirono ben 48. Io che scrivo queste linee vidi quei cadaveri arsi e sfacientisi al minimo tocco, vidi le 48 casse avviarsi tutte insieme al cimitero, vidi la disperazione dei parenti, dei figli, delle madri. Quale desolazione!».

Sono parole che evocano le agghiaccianti cronache di pochi giorni addietro da Crans Montana, ma che si riferiscono ad altra «tremenda catastrofe», quella avvenuta la sera del 24 giugno 1883 a Dervio. Le troviamo in una ormai ingiallita guida turistica dei laghi subalpini, quella pubblicata nel 1890 da don Giansevero Uberti, sacerdote-giornalista di origini valsassinesi e dal grande carisma (tra le altre cose, fu collaboratore di don Davide Albertario).
Il bilancio definitivo della strage in realtà fu di 52 morti: la vittima più giovane fu un bambino di un anno, la più anziana una donna di 68. Tutti e 52 sono ricordati nome per nome su una colonna eretta l’anno seguente e che ancora si erge nel cimitero del paese. 
La gravità dell’incendio inserì Dervio in una macabra lista mondiale riportata in un volume dedicato proprio alla sicurezza dei teatri e pubblicato a Torino nel 1888, uno studio dell’ingegner Daniele Donghi volto appunto alla prevenzione degli incendi.
In realtà, quello di Dervio non era un teatro, ma una sorta di stalla a servizio della vicina Osteria del Sollievo e straordinariamente utilizzata per uno spettacolo tenuto dal marionettista salito da Milano a Dervio in occasione della festa patronale di San Giovanni Battista.
Cent’anni dopo la sciagura, e cioè nel 1983, il Comune di Dervio volle ricordare l’episodio con un libriccino in cui si ricostruiva la vicenda attraverso le cronache dell’epoca.
A curarne la redazione immaginiamo sia stato il giornalista bellanese Luciano Lombardi (già noto ai nostri lettori) che firma l’introduzione nella quale viene presentato il paese com’era nel 1883 con «la strada nazionale Lecco-Colico stretta e ghiaiosa [che] attraversava a monte la frazione di Villa con la sua primitiva chiesetta di San Quirico».

Su quella strada – oggi via Armando Diaz – si affacciava l’Osteria del Sollievo. Lombardi ci ricorda anche come Dervio non arrivasse ai mille abitanti (940 per la precisione); il numero delle vittime fu quindi in una percentuale altissima e significò che l’intera popolazione venne colpita direttamente dal lutto: un congiunto, un parente, un amico, un conoscente.
Un numero di morti che corrispondeva ai decessi complessivi di tre o quattro anni, tanto che si ebbero difficoltà logistiche per le stesse sepolture. Il marionettista si chiamava Alessandro Sartirana, aveva 54 anni e un fratello pittore di scena al Teatro Dal Verme di Milano. Lui invece portava in giro la sua eccezionale compagnia di ben 165 marionette, aiutato dalla moglie, dalla figlia e da una sorella.
Le cronache dell’epoca ci dicono che Sartirana «aveva dato una rappresentazione» già il venerdì «in una osteria di Dervio, ma poi vista l’affluenza di pubblico e in occasione della festività, decise di passare a un rustico stanzone, largo quasi sei metri e lungo dieci, formante il piano superiore d’un fabbricato nuovo ed anzi non ancora ultimato sito sulla strada principale di fronte all’Osteria del Sollievo e di proprietà dello stesso oste».
Il sindaco Antonio Porta («Un bell’uomo, tipo campagnolo» che «veste quasi da contadino, con un gran cappellone di paglia») in un primo tempo aveva negato al Sartirana il permesso di tenere lo spettacolo in quel luogo «non già perché il sito presentasse pericolo, questa idea non gli passò nemmeno per la mente, ma perché il Sartirana non voleva o non poteva pagare la tassa di bollo sulla licenza. Nonostante la mancanza del permesso, il Sartirana aveva trasportato le sue robe nel nuovo locale e sabato dette la prima rappresentazione. Tutto andò benissimo; il sindaco non ebbe il coraggio di prendere una decisione che riteneva odiosa», così il Sartirana poté replicare lo spettacolo domenica sera. Con tanto di tre punti esclamativi, uno dei cronisti ci informa che il palcoscenico fosse sopra un mucchio di fieno.
«Lo spettacolo – recitano ancora le cronache - si chiudeva con un'apoteosi alla quale non potevano mancare gli indispensabili fuochi d'artificio. Il marionettista, occupato a tenere i fili degli attori, incaricò la moglie di accenderli. Questa, mal pratica, lasciò cadere delle scintille che in un attimo distrussero ogni cosa e produssero panico: questo fu, più di ogni altro, la causa dell'immensa sventura. La porta era aperta soltanto a metà, l'altra metà era tenuta ferma con un ferro. Dietro a questa v'era un tavolino che serviva a ricevere i biglietti, qui si trovava la sorella del Sartirana, quasi cieca, che fungeva da cassiera. Nel momento della fuga, la gente fece ressa allo stretto passaggio; i primi caddero.... (…) quelli dietro morirono asfissiati ed il fuoco compì poi la tragedia, carbonizzandoli. Dal lago verso le undici, si vedevano le fiamme dell'incendio. Nessuno sospettava quale fornace umana esso alimentasse».

Allo scoppiare del rogo, dall’Osteria del Sollievo si organizzò una catena umana per gettare secchi d’acqua «sull'immane braciere, da cui cominciava a levarsi un lezzo nauseabondo di carni abbrustolite. Quante persone erano imprigionate nella bolgia infuocata? Nessuno sapeva dirlo. Un gridare di nomi e un chiamare persone care, un piangere sommesso... La folla cresce, il frastuono ingigantisce e alcuni generosi sono saliti per entrare. L'ingresso è sbarrato da una catasta di cadaveri avvinghiati tra loro in un abbraccio di morte. Qualche coraggioso si butta dalle finestre alte cinque metri sulla strada principale, qualche bambino è buttato dalle finestre fra le braccia di gente che è sotto. Qualcuno appoggia una scala ad una finestra e tenta di salire o di far scendere altre persone. Un bambino passa di mano sopra il mucchio di persone ammassate. Il tetto minaccia di cadere, alte grida si alzano dalla folla.»
Soltanto verso le due della notte si riuscì ad aver ragione del fuoco. E «alle prime luci del giorno, l'immane tragedia appare agli occhi esterrefatti di tutti nella sua completezza. I cadaveri che scottavano come brani di carne levata dal fuoco, quali con le vesti a brandelli, quali nudi affatto, anneriti dalle fiamme e qualcuno con le braccia strappate nel cavarli dal mucchio orrendo vengono trasportati abbasso dai soccorritori e collocati i più nel campo adiacente al cascinale: campo dove vi era il gioco delle bocce dell'attigua osteria del Sollievo. (…) La porta era barricata di cadaveri, l'un sopra l'altro. Su tutti sovrastava un uomo tarchiato che era riuscito a rimanere in piedi. Era morto, ma nell'atteggiamento di un gladiatore che tenta uno sforzo di muscoli disperato per liberarsi dalle strette di una fiera. (…) Si dovette entrare dalle finestre e cominciare a sciogliere il mucchio dei cadaveri. Fra di essi vi era anche qualche sventurato che respirava ancora, ma tuttavia gridava di non toccarlo: “...lasciatemi, mi squartate” e dovevano abbandonare per non strappargli un braccio o una gamba.» E «l’odore di bruciato, acuto, penetrante, li segue ovunque.»

Quel lunedì mattina, il pretore di Bellano cooptò tutti i falegnami del paese affinché producessero le bare necessarie e dispose che le esequie fossero celebrate subito quella sera, alle otto, immaginiamo per ragioni d’igiene. Nel contempo, venne promossa anche una sottoscrizione per aiutare le famiglie.
Nel volumetto del Comune ci vengono presentate le vittime con veloci profili: l’età, la professione, molti erano bambini; i cronisti ci parlano dei sopravvissuti e di chi magari scampò per puro caso alla tragedia: per un ritardo, per seguire gli amici che preferivano le carte alle marionette. Per altri, il caso volle diversamente: salvatisi in un primo tempo, morirono per soccorrere la fidanzata, un famigliare, i figli, E naturalmente gli “eroi”, come un pescatore o un brigadiere della finanza e altri rimasti nell’anonimato. C’è chi perse un figlio e anche più, un marito, una moglie, i genitori, l’amico, il compagno di lavoro, la fidanzata o il fidanzato. Perì anche un consigliere comunale. Lo stesso Sartirana perse la moglie.
I giornali ci raccontano poi la cerimonia funebre accompagnata dalla banda: «A memoria d'uomo non si vide mai un funerale così imponente. (...) Di una semplicità e di una imponenza che non ha confronti possibili.».

In chiesa non c’era posto per tutte le bare che vennero quindi lasciate sul sagrato, il parroco officiò la funzione sulla porta maggiore, dopo di che il delegato prefettizio pronunciò qualche frase di circostanza: «Cerco parole e non trovo che lagrime. Non tento neppure di confortarvi, cittadini di Dervio, qui non avvi luogo che alla rassegnazione, agli imperscrutabili disegni della Provvidenza divina. L'annunzio della vostra incommensurabile sventura desterà un'eco di rammarico come fraterno presso tutti i popoli del mondo cui giungerò, ed è lecito credere che il cielo, permettendo sì funesti casi, intendo questo pure di cementare l'amicizia e la concordia fra gente e gente.»
Venne istituito un comitato di soccorso e intanto la prefettura sospese il sindaco Porta dall’incarico: «Tale decisione non fu da tutti appresa di buon’animo. Così, il sindaco sospeso, per non aumentare il rancore prodotto da tale avvenimento, fu invitato ad assentarsi da Dervio per un certo periodo e si ritirò a Vendrogno».
Un mese dopo, l’inviato della Gazzetta piemontese andò a trovare il marionettista uscito vedovo e malconcio dall’incendio e che ancora alloggiava all’Osteria del Sollievo, più da ricoverato che da pensionante: «Il Sartirana è sempre a letto, tutto fasciato, colla faccia coperta di bende. Però fuori pericolo, e pensa a quando potrà riprendere il mestiere. Il suo dolore più grande è di avere perdute le marionette: è la sua idea fissa».
L’opuscolo del Comune di Dervio non ci racconta altro più. E’ Wikipedia che, fondandosi su articoli del “Corriere della Sera” ci aggiorna sugli esiti giudiziari: il processo si concluse nel dicembre di quello stesso 1883. Per l’ormai ex sindaco Antonio Porta, «accusato di negligenza e imprevidenza» fu stabilito il non luogo a procedere, mentre il marionettista fu condannato a una multa e che l’anno successivo sarebbe stato graziato da re Umberto I.

Sono parole che evocano le agghiaccianti cronache di pochi giorni addietro da Crans Montana, ma che si riferiscono ad altra «tremenda catastrofe», quella avvenuta la sera del 24 giugno 1883 a Dervio. Le troviamo in una ormai ingiallita guida turistica dei laghi subalpini, quella pubblicata nel 1890 da don Giansevero Uberti, sacerdote-giornalista di origini valsassinesi e dal grande carisma (tra le altre cose, fu collaboratore di don Davide Albertario).




In realtà, quello di Dervio non era un teatro, ma una sorta di stalla a servizio della vicina Osteria del Sollievo e straordinariamente utilizzata per uno spettacolo tenuto dal marionettista salito da Milano a Dervio in occasione della festa patronale di San Giovanni Battista.Cent’anni dopo la sciagura, e cioè nel 1983, il Comune di Dervio volle ricordare l’episodio con un libriccino in cui si ricostruiva la vicenda attraverso le cronache dell’epoca.


Il luogo dell'incendio in una foto attuale


Le cronache dell’epoca ci dicono che Sartirana «aveva dato una rappresentazione» già il venerdì «in una osteria di Dervio, ma poi vista l’affluenza di pubblico e in occasione della festività, decise di passare a un rustico stanzone, largo quasi sei metri e lungo dieci, formante il piano superiore d’un fabbricato nuovo ed anzi non ancora ultimato sito sulla strada principale di fronte all’Osteria del Sollievo e di proprietà dello stesso oste».
Il sindaco Antonio Porta («Un bell’uomo, tipo campagnolo» che «veste quasi da contadino, con un gran cappellone di paglia») in un primo tempo aveva negato al Sartirana il permesso di tenere lo spettacolo in quel luogo «non già perché il sito presentasse pericolo, questa idea non gli passò nemmeno per la mente, ma perché il Sartirana non voleva o non poteva pagare la tassa di bollo sulla licenza. Nonostante la mancanza del permesso, il Sartirana aveva trasportato le sue robe nel nuovo locale e sabato dette la prima rappresentazione. Tutto andò benissimo; il sindaco non ebbe il coraggio di prendere una decisione che riteneva odiosa», così il Sartirana poté replicare lo spettacolo domenica sera. Con tanto di tre punti esclamativi, uno dei cronisti ci informa che il palcoscenico fosse sopra un mucchio di fieno.
«Lo spettacolo – recitano ancora le cronache - si chiudeva con un'apoteosi alla quale non potevano mancare gli indispensabili fuochi d'artificio. Il marionettista, occupato a tenere i fili degli attori, incaricò la moglie di accenderli. Questa, mal pratica, lasciò cadere delle scintille che in un attimo distrussero ogni cosa e produssero panico: questo fu, più di ogni altro, la causa dell'immensa sventura. La porta era aperta soltanto a metà, l'altra metà era tenuta ferma con un ferro. Dietro a questa v'era un tavolino che serviva a ricevere i biglietti, qui si trovava la sorella del Sartirana, quasi cieca, che fungeva da cassiera. Nel momento della fuga, la gente fece ressa allo stretto passaggio; i primi caddero.... (…) quelli dietro morirono asfissiati ed il fuoco compì poi la tragedia, carbonizzandoli. Dal lago verso le undici, si vedevano le fiamme dell'incendio. Nessuno sospettava quale fornace umana esso alimentasse».

Allo scoppiare del rogo, dall’Osteria del Sollievo si organizzò una catena umana per gettare secchi d’acqua «sull'immane braciere, da cui cominciava a levarsi un lezzo nauseabondo di carni abbrustolite. Quante persone erano imprigionate nella bolgia infuocata? Nessuno sapeva dirlo. Un gridare di nomi e un chiamare persone care, un piangere sommesso... La folla cresce, il frastuono ingigantisce e alcuni generosi sono saliti per entrare. L'ingresso è sbarrato da una catasta di cadaveri avvinghiati tra loro in un abbraccio di morte. Qualche coraggioso si butta dalle finestre alte cinque metri sulla strada principale, qualche bambino è buttato dalle finestre fra le braccia di gente che è sotto. Qualcuno appoggia una scala ad una finestra e tenta di salire o di far scendere altre persone. Un bambino passa di mano sopra il mucchio di persone ammassate. Il tetto minaccia di cadere, alte grida si alzano dalla folla.»
Soltanto verso le due della notte si riuscì ad aver ragione del fuoco. E «alle prime luci del giorno, l'immane tragedia appare agli occhi esterrefatti di tutti nella sua completezza. I cadaveri che scottavano come brani di carne levata dal fuoco, quali con le vesti a brandelli, quali nudi affatto, anneriti dalle fiamme e qualcuno con le braccia strappate nel cavarli dal mucchio orrendo vengono trasportati abbasso dai soccorritori e collocati i più nel campo adiacente al cascinale: campo dove vi era il gioco delle bocce dell'attigua osteria del Sollievo. (…) La porta era barricata di cadaveri, l'un sopra l'altro. Su tutti sovrastava un uomo tarchiato che era riuscito a rimanere in piedi. Era morto, ma nell'atteggiamento di un gladiatore che tenta uno sforzo di muscoli disperato per liberarsi dalle strette di una fiera. (…) Si dovette entrare dalle finestre e cominciare a sciogliere il mucchio dei cadaveri. Fra di essi vi era anche qualche sventurato che respirava ancora, ma tuttavia gridava di non toccarlo: “...lasciatemi, mi squartate” e dovevano abbandonare per non strappargli un braccio o una gamba.» E «l’odore di bruciato, acuto, penetrante, li segue ovunque.»

Quel lunedì mattina, il pretore di Bellano cooptò tutti i falegnami del paese affinché producessero le bare necessarie e dispose che le esequie fossero celebrate subito quella sera, alle otto, immaginiamo per ragioni d’igiene. Nel contempo, venne promossa anche una sottoscrizione per aiutare le famiglie.
Nel volumetto del Comune ci vengono presentate le vittime con veloci profili: l’età, la professione, molti erano bambini; i cronisti ci parlano dei sopravvissuti e di chi magari scampò per puro caso alla tragedia: per un ritardo, per seguire gli amici che preferivano le carte alle marionette. Per altri, il caso volle diversamente: salvatisi in un primo tempo, morirono per soccorrere la fidanzata, un famigliare, i figli, E naturalmente gli “eroi”, come un pescatore o un brigadiere della finanza e altri rimasti nell’anonimato. C’è chi perse un figlio e anche più, un marito, una moglie, i genitori, l’amico, il compagno di lavoro, la fidanzata o il fidanzato. Perì anche un consigliere comunale. Lo stesso Sartirana perse la moglie.
I giornali ci raccontano poi la cerimonia funebre accompagnata dalla banda: «A memoria d'uomo non si vide mai un funerale così imponente. (...) Di una semplicità e di una imponenza che non ha confronti possibili.».

In chiesa non c’era posto per tutte le bare che vennero quindi lasciate sul sagrato, il parroco officiò la funzione sulla porta maggiore, dopo di che il delegato prefettizio pronunciò qualche frase di circostanza: «Cerco parole e non trovo che lagrime. Non tento neppure di confortarvi, cittadini di Dervio, qui non avvi luogo che alla rassegnazione, agli imperscrutabili disegni della Provvidenza divina. L'annunzio della vostra incommensurabile sventura desterà un'eco di rammarico come fraterno presso tutti i popoli del mondo cui giungerò, ed è lecito credere che il cielo, permettendo sì funesti casi, intendo questo pure di cementare l'amicizia e la concordia fra gente e gente.»
Venne istituito un comitato di soccorso e intanto la prefettura sospese il sindaco Porta dall’incarico: «Tale decisione non fu da tutti appresa di buon’animo. Così, il sindaco sospeso, per non aumentare il rancore prodotto da tale avvenimento, fu invitato ad assentarsi da Dervio per un certo periodo e si ritirò a Vendrogno».
Un mese dopo, l’inviato della Gazzetta piemontese andò a trovare il marionettista uscito vedovo e malconcio dall’incendio e che ancora alloggiava all’Osteria del Sollievo, più da ricoverato che da pensionante: «Il Sartirana è sempre a letto, tutto fasciato, colla faccia coperta di bende. Però fuori pericolo, e pensa a quando potrà riprendere il mestiere. Il suo dolore più grande è di avere perdute le marionette: è la sua idea fissa».
L’opuscolo del Comune di Dervio non ci racconta altro più. E’ Wikipedia che, fondandosi su articoli del “Corriere della Sera” ci aggiorna sugli esiti giudiziari: il processo si concluse nel dicembre di quello stesso 1883. Per l’ormai ex sindaco Antonio Porta, «accusato di negligenza e imprevidenza» fu stabilito il non luogo a procedere, mentre il marionettista fu condannato a una multa e che l’anno successivo sarebbe stato graziato da re Umberto I.
Dario Cercek




















