Serve l’impegno di tutti per la Casa della carità. L'appello di Delpini

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L’arcivescovo Mario Delpini nuovamente in visita alla Casa della carità di Lecco che egli stesso aveva inaugurato il 1° febbraio 2023 a pochi passi dalla basilica di San Nicolò. 
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Per la struttura che offre un tetto a chi non ce l’ha, pasti a chi ne ha bisogno, che distribuisce aiuti alle famiglie in difficoltà, dopo tre anni si è arrivati a un momento di “svolta”. E’ infatti necessario un impegno concreto dell’intera comunità. Un impegno concreto anche economico. Perché in questi primi tre anni, dalla sua realizzazione alla successiva gestione, è stato fondamentale il contributo arrivato dalla Caritas ambrosiana. Ma ora è tempo che la struttura lecchese diventi autonoma e autosufficiente. E pertanto occorre che il territorio si dia da fare: enti pubblici, istituzioni, associazioni di categoria, aziende. Non solo volontariato, ma anche mettere mano al portafoglio.
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Basta guardare i conti presentati, senza tanti giri di parole, da Luciano Gualzetti, ex direttore della Caritas ambrosiana e ora al timone della “Casa” lecchese: lo scorso anno le entrate si sono attestate sui 319mila euro e le uscite sui 569mila con un disavanzo di 250mila euro coperto ancora dalla Caritas ambrosiana. Ma ora la Casa della carità dovrà procedere con le proprie gambe. Gambe lecchesi. E, questo, è stato anche l’appello rivolto da Delpini ai lecchesi.
Per questo motivo, oltre che per presentare un consuntivo di quanto fatto, ieri nel tardo pomeriggio si è tenuto un incontro al quale erano proprio stati invitati associazioni, autorità pubbliche, istituzioni, associazioni di categoria, imprese, sindacati, la comunità ecclesiale, l’intera città.
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Ecco, in cifre, l’attività della casa-rifugio dalla quale in questi tre anni sono passate 1500 persone. Ogni anno garantisce 1200 docce ai senza dimora, registra 6mila pernottamenti per circa 100 persone, mentre il centro d’ascolto effettua 1200 incontri che interessano 900 persone; la mensa sforna 19mila pasti per complessive 900 persone (a mezzogiorno anche per esterni, alla sera solo per i residenti); l’emporio fa registrare 3500 “spese” da parte di 700 persone e cioè 250 famiglie, distribuendo 60 tonnellate di prodotti alimentari e per l’igiene della persona e della casa; al guardaroba si presentano circa 200 persone e cioè una quarantina di famiglie per 250 accessi complessivi; lo studio medico visita ogni anno 300 persone che non hanno il medico di base e non possono permettersi spese sanitarie: per il 70% immigrati. A far funzionare una macchina più che complessa ci sono 12 dipendenti e 250 volontari tra i quali una quindicina di medici
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A presentare i dati è stato lo stesso Gualzetti assieme a Viviana Poletti che fa parte di un apposito team costituito proprio per studiare le iniziative per la promozione del nuovo corso: miglioramento organizzativo e funzionale, autonomia e autosufficienza economica da garantire attraverso un “fundraising” (una raccolta di fondi) a lungo termine, arrivando anche ad adottare, se fosse il caso, una veste giuridica più appropriata come potrebbe essere una Fondazione. Tra le iniziative anche quelle per far conoscere meglio la Casa della carità: a ciò per esempio si indirizzano gli incontri nelle scuole e l’ospitalità di giovani così da metterli a contatto con la povertà: l’anno scorso sono stati 700 i ragazzi coinvolti che hanno pernottato al rifugio per 650 notti. Intanto, un gruppo di 86 pensionati si è fatto avanti volontariamente per trascorrere alcuni momenti delle proprie giornate assieme agli ospiti.
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«Abbiamo tentato di mantenere le promesse – ha detto Gualzetti - di garantire non solo l’assistenza, ma anche di accompagnare verso il reinserimento sociale i nostri ospiti che hanno bisogno di un lavoro e di una casa ed è per questo che da una parte sono necessarie le garanzie dei Comuni e dall’altra le disponibilità delle aziende. In questi anni abbiamo visto crescere la povertà, affrontando temi sempre più complessi. Il potenziale è grande, ma le risorse sono limitate e allora è importante che il territorio collabori. Non ci interessa sapere se la fila di persone che arriva da noi è lunga, ma siamo contenti quando non saremo più utili a queste persone, quando avremo ridato loro fiducia e dignità. Siamo diventati un punto di riferimento per il territorio. E aiutare gli ultimi è anche aiutare il territorio a capire e a risolvere i problemi. Servono attenzione perché ci sono tanti invisibili, accoglienza, solidarietà e rispetto della dignità delle persone, di tutte le persone.
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Da parte sua, monsignor Delpini ha scambiato qualche battuta con i giornalisti al suo arrivo alla Casa sul problema della sicurezza percepita e reale, perché certe notizie vengono gestite solo per alimentare la paura o sulle prospettive del volontariato «visto che diminuiscono le nascite ed è impensabile pensare a un aumento del numero dei volontari, ma non è una questione di numero, ma di spiritualità».

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Dopo una breve visita alla struttura, l’incontro pubblico durante il quale l’arcivescovo ha parlato della propria inquietudine: «Perché i poveri sono poveri? Perché aumenta la povertà e diventa più complessa la situazione? Perché loro sono in quelle condizioni e io invece posso permettermi tutto o quasi. E’ un cruccio che non ha risposte. Ma non sarebbe onesto censurare, Si sa che la realtà è così, l’economia e la situazione sociale sono sempre state così. Però non mi sento di autorizzarci a lasciar perdere la domanda.»
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«I poveri – ha proseguito – sono poveri perché sono soli. E’ il tema radicale del nostro tempo. Sono le relazioni, il rapporto con il contesto, la fragilità delle famiglie e le conseguenze psicologiche e materiali: se qualcuno viene allontanato da casa e non ha un posto dove andare, va fuori di testa. Come chi arriva da un altro Paese e qui non ha nessuno. Come chi esce dal carcere e la famiglia non lo vuole più accogliere. La povertà è povertà di relazioni. Io vedo i portici di piazza Duomo a Milano: quando chiudono i negozi si riempiono di senzatetto. Chissà quante case vuote e quanti letti disponibili ci sono a Milano. Ma quelli che dormono sotto i portici non hanno relazioni».
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«La risposta non è semplice – ha poi aggiunto - Dobbiamo sentirci in debito di costruire relazioni. Certo, quello che abbiamo lo abbiamo è frutto del guadagno del duro lavoro. Ma loro perché? Relazioni, dunque. Serve un flusso di offerte. Non basta fare beneficenza a Natale. Bisogna costruire relazioni già questa sera. Relazionarsi con le persone, parlarsi, dare da mangiare, fare opere di misericordia. Il tessuto di Lecco, intraprendente e generoso, deve crescere in relazioni, per camminare insieme e non solo per dare un aiuto. Dobbiamo avere stima degli altri, anche se vestono male o dormono sotto i portici. Dobbiamo capire le storie che ci sono dietro, far capire loro che possono essere felici, sentirsi amati, incoraggiati a dare il meglio di sé e non solo chiedere la carità. Dunque costruire relazioni che significa condivisione e non beneficenza episodica o elemosine, ma una presa in carico. E questo è il desiderio di Dio: “Amate gli altri come io ho amato voi”.»
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Poi gli interventi dal pubblico, in particolare da parte di esponenti di alcune associazioni di categoria che hanno promesso interessamento e la volontà di organizzare incontri con i propri associati per rilanciare l’appello. Al punto che il sindaco Mauro Gattinoni ha parlato di una risposta corale da parte della società lecchese, mentre il Comune individuerà forme di collaborazione particolari. Così come il prefetto Paolo Ponta ha riconosciuto alla Caritas la già avviata collaborazione sul fronte dell’emergenza immigrati.
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Ma è stato don Marco Tenderini a sottolineare come le tante parole d’impegno abbiano poi però bisogno di gambe. Ha preso lo spunto delle fotografie appese in sala: sono quelle di alcuni carcerati lecchesi scattate dal fotografo lecchese Gian Maria Zapelli nell’ambito di un progetto realizzato proprio alla casa circondariale di Pescarenico e il cui frutto era già stato esposto in una mostra allestita all’Officina Badoni nel settembre dello scorso anno. «Ebbene – ha concluso Tenderini – si tratta di quindici carcerati. Dieci di loro sono già usciti e nove ancora oggi non hanno trovato un lavoro.»
D.C.
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