Maggianico: al distributore non fu tentato omicidio. 3 anni e 4 mesi a un 20enne
Dopo una camera di consiglio di quasi due ore, protrattasi sino al tardo pomeriggio di giovedì 5 febbraio, il collegio giudicante del Tribunale di Lecco ha emesso sentenza di condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione riqualificando da tentato omicidio a lesioni l'accusa che incombeva sul un giovane magrebinio, allora 20enne, accusato del ferimento di un ex
collega di origine pakistana presso il distributore di benzina di Maggianico.
A chiudere la fase istruttoria del processo è stata la deposizione dell’imputato, difeso dall’avvocato Marilena Guglielmana, sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico dal momento dei fatti, risalenti a settembre 2024.
Mohamed El Barhami, classe 2004, ha raccontato di essersi fermato, mentre con il cognato era diretto verso casa della sorella, alla pompa di benzina doveva aveva lavorato il mese precedente, volendo riscuotere la parte di "stipendio" non ancora percepita. I pakistano che gestiva l'impianto, avrebbe iniziato a inveire, "come impazzito".
L'imputato ha dunque sostenuto di essere stato aggredito e preso a bastonate in testa. Riparandosi con le mani, temendo per un degenerare ulteriore della violenza, El Baharami avrebbe - sempre nella sua ricostruzione - cercato qualcosa nel suo marsupio per difendersi, trovando il coltellino che era uno strumento di lavoro che utilizzava nel procedente impiego di magazziniere a Introbio.
"Ho cercato di colpirlo alla coscia per fargli meno male" ha ricordato. "Nel frattempo lui mi ha spezzato il bastone in faccia e quando mi sono guardato allo specchio ho visto l'orecchio sanguinante, allora in un impeto di rabbia ho preso un alza-tombino e l'ho inseguito, poi mi sono fermato e sono tornato indietro, recandomi in ospedale in auto".
A domanda, l'imputato ha risposto che nel tragitto si era sbarazzato del coltello che non era stato più trovato, nonostante un sopralluogo successivo con le forze dell'ordine.
"Non volevo ucciderlo, non sono un criminale" ha concluso per lasciare poi spazio, chiusa l’istruttoria, alla requisitoria del pubblico ministero che ne ha chiesto la ferma condanna.
Applicate tutte le riduzioni e le aggravanti previste dalla normativa, la dottoressa Chiara Stoppioni ha ritenuto di proporre al collegio, composto dalla presidente Bianca Maria Bianchi, a latere Martina Beggio e Giulia Barazzetta, una condanna a sei anni di reclusione. Nell'istruttoria, ha spiegato, sono emerse sia l'idoneità degli atti che l'adeguatezza causale, fattori questi richiesti dal legislatore per configurare il reato di tentato omicidio. Sferrando i fendenti all'indirizzo della parte civile, il giovane aveva mirato a una sede corporea vitale per via della presenza dell'aorta femorale. Se non ci fosse stato un intervento dei sanitari, con una operazione per fermare l'emorragia interna in corso, il ferito sarebbe andato incontro alla morte. Se la prima coltellata era stata superficiale, la seconda era andata in profondità per una decina di centimetri, come confermato sia dal medico di pronto soccorso che dal consulente. Il colpo era "caduto" dall'alto verso il basso, in posizione perpendicolare, recidendo l'aorta femorale. Nella condotta dell'imputato, ha proseguito il magistrato, è stato ravvisato anche un elemento soggettivo con una forma di dolo alternativo, sfociato in un breve inseguimento con un bastone in ferro, che ha portato alla configurazione del reato di tentato omicidio e alla pesante richiesta di condanna, partita da una pena base di 7 anni.
Non condivisibile, secondo la dottoressa Stoppioni, la giustificazione che l’imputato si era recato alla stazione di servizio di Maggianico per riscuotere dei soldi, conguaglio del corrispettivo per il lavoro svolto. Soprattutto perché con sé il giovane portava un coltellino che, a suo dire, era un arnese utilizzato nel precedente lavoro, che però aveva da tempo lasciato.
Sposando la tesi del pubblico ministero, il legale della parte civile Riccardo Plenzick ha chiesto la condanna e un risarcimento pari a 47mila euro in virtù dei 73 giorni di invalidità lavorativa patiti della persona offesa.
Appassionata l’arringa della difesa che ha rigettato l’ipotesi formulata del tentato omicidio, sottolineando come non ci fosse nessuna sede di organi vitali messa a rischio e ricordando come l’atteggiamento della parte civile fosse stato provocatorio e minaccioso nei confronti del giovane che, intimorito, era arrivato al punto di pensare “o morte tua o morte mia”. Una situazione di timore e di paura che lo avrebbe spinto ad avere un atteggiamento di legittima difesa. Una prognosi, ha ricordato l’avvocato Guglielmana, ferma per la vicenda penale a 15 giorni e non a 73 (relativi invece all’inabilità lavorativa) e che avrebbe dovuto essere, a suo parere derubricata, a caso di lesioni personali semplici.
Il collegio giudicante, tornato in aula attorno alle 17.15 ha emesso sentenza di condanna riqualificando però il capo di imputazione a lesioni aggravate, dunque accogliendo in parte la tesi della difesa, e riconoscendo anche il particolare della provocazione, condannando il giovane a 3 anni e 4 mesi e a una provvisionale di 10mila euro per la parte civile. Al giovane che ha già scontato oltre un anno e mezzo, il collegio giudicante a accordato i domiciliari senza braccialetto elettronico.
collega di origine pakistana presso il distributore di benzina di Maggianico.
A chiudere la fase istruttoria del processo è stata la deposizione dell’imputato, difeso dall’avvocato Marilena Guglielmana, sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico dal momento dei fatti, risalenti a settembre 2024.
Mohamed El Barhami, classe 2004, ha raccontato di essersi fermato, mentre con il cognato era diretto verso casa della sorella, alla pompa di benzina doveva aveva lavorato il mese precedente, volendo riscuotere la parte di "stipendio" non ancora percepita. I pakistano che gestiva l'impianto, avrebbe iniziato a inveire, "come impazzito".
L'imputato ha dunque sostenuto di essere stato aggredito e preso a bastonate in testa. Riparandosi con le mani, temendo per un degenerare ulteriore della violenza, El Baharami avrebbe - sempre nella sua ricostruzione - cercato qualcosa nel suo marsupio per difendersi, trovando il coltellino che era uno strumento di lavoro che utilizzava nel procedente impiego di magazziniere a Introbio.
"Ho cercato di colpirlo alla coscia per fargli meno male" ha ricordato. "Nel frattempo lui mi ha spezzato il bastone in faccia e quando mi sono guardato allo specchio ho visto l'orecchio sanguinante, allora in un impeto di rabbia ho preso un alza-tombino e l'ho inseguito, poi mi sono fermato e sono tornato indietro, recandomi in ospedale in auto".
A domanda, l'imputato ha risposto che nel tragitto si era sbarazzato del coltello che non era stato più trovato, nonostante un sopralluogo successivo con le forze dell'ordine.
"Non volevo ucciderlo, non sono un criminale" ha concluso per lasciare poi spazio, chiusa l’istruttoria, alla requisitoria del pubblico ministero che ne ha chiesto la ferma condanna.
Applicate tutte le riduzioni e le aggravanti previste dalla normativa, la dottoressa Chiara Stoppioni ha ritenuto di proporre al collegio, composto dalla presidente Bianca Maria Bianchi, a latere Martina Beggio e Giulia Barazzetta, una condanna a sei anni di reclusione. Nell'istruttoria, ha spiegato, sono emerse sia l'idoneità degli atti che l'adeguatezza causale, fattori questi richiesti dal legislatore per configurare il reato di tentato omicidio. Sferrando i fendenti all'indirizzo della parte civile, il giovane aveva mirato a una sede corporea vitale per via della presenza dell'aorta femorale. Se non ci fosse stato un intervento dei sanitari, con una operazione per fermare l'emorragia interna in corso, il ferito sarebbe andato incontro alla morte. Se la prima coltellata era stata superficiale, la seconda era andata in profondità per una decina di centimetri, come confermato sia dal medico di pronto soccorso che dal consulente. Il colpo era "caduto" dall'alto verso il basso, in posizione perpendicolare, recidendo l'aorta femorale. Nella condotta dell'imputato, ha proseguito il magistrato, è stato ravvisato anche un elemento soggettivo con una forma di dolo alternativo, sfociato in un breve inseguimento con un bastone in ferro, che ha portato alla configurazione del reato di tentato omicidio e alla pesante richiesta di condanna, partita da una pena base di 7 anni.
Non condivisibile, secondo la dottoressa Stoppioni, la giustificazione che l’imputato si era recato alla stazione di servizio di Maggianico per riscuotere dei soldi, conguaglio del corrispettivo per il lavoro svolto. Soprattutto perché con sé il giovane portava un coltellino che, a suo dire, era un arnese utilizzato nel precedente lavoro, che però aveva da tempo lasciato.
Sposando la tesi del pubblico ministero, il legale della parte civile Riccardo Plenzick ha chiesto la condanna e un risarcimento pari a 47mila euro in virtù dei 73 giorni di invalidità lavorativa patiti della persona offesa.
Appassionata l’arringa della difesa che ha rigettato l’ipotesi formulata del tentato omicidio, sottolineando come non ci fosse nessuna sede di organi vitali messa a rischio e ricordando come l’atteggiamento della parte civile fosse stato provocatorio e minaccioso nei confronti del giovane che, intimorito, era arrivato al punto di pensare “o morte tua o morte mia”. Una situazione di timore e di paura che lo avrebbe spinto ad avere un atteggiamento di legittima difesa. Una prognosi, ha ricordato l’avvocato Guglielmana, ferma per la vicenda penale a 15 giorni e non a 73 (relativi invece all’inabilità lavorativa) e che avrebbe dovuto essere, a suo parere derubricata, a caso di lesioni personali semplici.
Il collegio giudicante, tornato in aula attorno alle 17.15 ha emesso sentenza di condanna riqualificando però il capo di imputazione a lesioni aggravate, dunque accogliendo in parte la tesi della difesa, e riconoscendo anche il particolare della provocazione, condannando il giovane a 3 anni e 4 mesi e a una provvisionale di 10mila euro per la parte civile. Al giovane che ha già scontato oltre un anno e mezzo, il collegio giudicante a accordato i domiciliari senza braccialetto elettronico.
S.V.




















