SCAFFALE LECCHESE/295: gli architetti e gli ingegneri che hanno costruito Lecco

 Se è vero che con il nome di Lecco già da secoli non s’indicasse solo il nucleo fortificato, ma anche l’intera conca racchiusa fra i monti e il lago, è alla fine del Settecento che il borgo s’incamminò davvero a diventar città, come avrebbe poi vaticinato il Manzoni. L’inizio dell’espansione, infatti, viene fatto risalire al 1782 quando – su iniziativa dell’allora governo austriaco – s’avviò la demolizione delle mura che cingevano l’antico borgo fortificato del quale rimangono tracce ai piedi della basilica di San Nicolò (lo stesso campanile svetta sulla base di un’antica torre) e naturalmente la Torre detta viscontea. Al di fuori di quelle mura c’erano abitati sparsi più o meno popolosi ricordati oggi dai cosiddetti vecchi nuclei dei rioni cittadini con qualche edificio più nobile: si pensi alla casa Agliati di San Giovanni e a Palazzo Belgiojoso di Castello. C’erano le chiese e dal 1338 il ponte sull’Adda voluto da Azzone Visconti. E c’era qualche villa signorile qui e là: risale all’inizio del XVII secolo la Villa Manzoni al Caleotto, alla fine quella dei marchesi Serponti a Germanedo, soprannominata Eremo per ragioni ormai misteriose. E c’era la “vallata”, quella del Gerenzone, lungo la quale si era concentrata e sviluppata l’industria. Un paesaggio rimasto a lungo inalterato. Fino appunto alla demolizione della cinta fortificata. 
Nell’Ottocento – il secolo in cui l’architettura lecchese è contrassegnata dall’impronta di Giuseppe Bovara (1781-1873) - la vera svolta fu l’arrivo della ferrovia negli anni Sessanta. Con il passare del tempo si sarebbe rivelata un limite all’espansione, ma cominciava a suggerire una ricollocazione degli opifici che avrebbe poi caratterizzato il paesaggio per circa un secolo. Ma l’autentica trasformazione edilizia e urbanistica di Lecco si sarebbe compiuta nel Novecento, prima lentamente e poi in maniera vertiginosa e caotica nel secondo dopoguerra. Il risultato che abbiamo sotto gli occhi ci fa capire come sia mancata una programmazione, di là di qualche timido tentativo. 
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Anche di questo ci parlano due libri che sono poi i cataloghi di altrettante mostre tenutesi negli anni scorsi: una prima alla lecchese Villa Manzoni nel 2005 con un ampio sguardo sul XX secolo (“Lecco contemporanea 1900-1960” a cura di Chiara Rostagno e promossa dal Comune di Lecco) e una seconda alla galbiatese Villa Bertarelli nel 2009 con l’attenzione concentrata a un periodo più ristretto (“Architetti e architetture fra le due guerre in provincia di Lecco”, promossa dalla Provincia in collaborazione con l’Ordine degli architetti).
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A firmare i saggi di questo secondo catalogo sono Ferruccio Favaron, Massimo Dell’Oro, Eugenio Guglielmi, Maria Antonietta Crippa, Maurizio Grandi, Antonio Cortinovis, Bruno Bianchi e Maria Antonietta Breda. 
Da parte sua, Guglielmi spiega la scelta di concentrare l’attenzione su un periodo così ristretto (appunto l’epoca tra le due guerre): «Proprio in quegli anni vi fu un radicale cambiamento di tendenze e di novità che diedero avvio alla nostra contemporaneità. Dato per assodato il “modello” liberty e decò all’interno di una precisa datazione temporale, ci sembrava interessante verificare come le direttive del nuovo Regime avessero influito in realtà provinciali come la nostra, nelle tre ufficiali declinazioni architettoniche: “neoclassicismo lombardo” (a volte barocchetto), “razionalismo” e “novecentismo”, comprese tra gli anni Venti e Quaranta. Proprio in quegli anni, oltre ad un imperante e diffuso eclettismo, si diffondono le innovazioni “ingegneristiche” legate ai nuovi materiali (ferro, vetro, cemento) che porteranno poi al razionalismo.»
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A proposito di liberty, inoltre, sul finire dello scorso anno è stato pubblicato dall’editore Cattaneo un ricco volume curato da Gianfranco Scotti (con le fotografie di Gianni Peverelli), “La stagione del liberty a Lecco e nella sua provincia”, che è quasi un catalogo degli edifici realizzati secondo il gusto di quell’epoca fuggevole: «La breve stagione dello stile Liberty – scrive Scotti – si sviluppa nell’arco di circa vent’anni. Convenzionalmente tra il 1895 e il 1915, con epigoni, a volte di tutto rilievo, che, in modo particolare in area provinciale, si attardano fino agli anni ’30. (…) Ad eccezione di alcuni notevoli episodi legati alla stagione del Floreale, a partire dagli eccezionali cancelli di casa Nava sul lungolago, dalla felice architettura di villa Gnecchi-Invernizzi a Maggianico, di villa Carcano a Mandello, di villa Imperiale, oggi municipio, a Sirone, di villa La Rocchetta a Bosisio Parini e pochi altri, non si ravvisano a Lecco e nella provincia esiti di primaria importanza di una temperie artistica e culturale che ritroviamo invece in altre province lombarde.» Ma «se Lecco e la sua provincia non possono dunque vantare episodi emblematici del passaggio del Liberty, tuttavia ciò che ancora esiste è quantitativamente rilevante e meriterebbe di essere tutelato e conservato.»
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Il primo esempio di liberty lecchese risale «al 1902 quando viene realizzata la straordinaria cancellata in ferro battuto dell’Albergo Bellevue au Lac, sul lungolago di fronte all’imbarcadero. (…) Oltre alla cancellata, fu realizzato, sempre nei modi del Liberty, il grandioso padiglione d’ingresso. (…) questi eleganti manufatti si devono a un fabbro ferraio lecchese, Evangelista Biffi di cui non si conoscono altre creazioni, probabilmente perdute. E poi ville, palazzi, il famedio del cimitero, il fu cinema Lariano, E vetrate, balconi, portali e decorazioni.
Liberty a parte, se oggetto dei due cataloghi delle mostre sull’architettura lecchese è soprattutto una parte del Novecento (un sessantennio da una parte e l’arco di tempo tra le due guerre mondiali dall’altra), la lettura ci consente di avere una panoramica abbastanza esauriente dello sviluppo della città dall’Ottocento fino all’epoca del boom economico. 
Sostanzialmente fino agli anni Trenta non è esistito uno strumento urbanistico sullo sviluppo della città che, soprattutto nel primo scorcio del Novecento comincia a ricercare una propria nuova identità. Un paio di tentativi erano abortiti, mentre un terzo si limita allo sviluppo ferroviario per quanto «tale iniziativa possiede il merito di aver consegnato un primo rilievo topografico adeguato per la formazione di un Piano regolatore e di ampliamento. Due sono i passaggi epocali: uno, come detto, è rappresentato dall’arrivo della ferrovia nella seconda metà dell’Ottocento, l’altro dalla realizzazione della cosiddetta Grande Lecco nel 1923 con l’unificazione dell’intera conca sotto un’unica amministrazione comunale e quindi di poter contare un respiro più ampio. E si apre così «la cosiddetta stagione dei concorsi di architettura e di urbanistica che connota le vicende tecniche e cittadine sino alla fine del secondo conflitto mondiale.»
Figura dominante del periodo fra le due guerre è l’architetto Mario Cereghini, esponente di spicco del razionalismo che ha nel comasco Giuseppe Terragni uno dei suoi fari. Sono molte le opere che Cereghini ha lasciato in città.
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Maurizio Grandi indica nella casa d’abitazione di via Cairoli (1931-1932) la sua opera più rappresentativa, ma non possiamo certo dimenticare il palazzo di giustizia, la chiesa dell’istituto Airoldi-Muzzi, il distributore di benzina al Brick. Antitetico a Cereghini – sempre secondo il giudizio di Grandi - operava Mino Fiocchi (molte residenze private, la nuova chiesa dei cappuccini in vile Turati, la sede della Banca popolare di Lecco), dalla personalità «schiva e appartata», mentre Cereghini «era impegnato politicamente (fu anche vicepodestà di Lecco) e partecipò attivamente al dibattito architettonico.»
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Di Cereghini è anche un piano regolatore per il centro urbano di Lecco che avrebbe sventrato il vecchio nucleo del borgo, lasciando solo la Torre Viscontea e la basilica di San Nicolò, ma l’ipotesi venne accolta con ostilità e scetticismo da parte dalla commissione urbanistica – ricostruisce Rostagno -: «V’è perplessità su due aspetti principali: l’esito finanziario di un’opera di tale portata e il rapporto che il progetto istituisce con il nuovo centro cittadino e i manufatti di rilevanza monumentale presenti al suo interno. A ciò si aggiungono dubbi intorno alla fattibilità economica ed organizzativa del risanamento stesso.»
Non se ne farà niente, anche per il sopravvenire della seconda guerra mondiale. Per qualcuno si è trattato di un’occasione persa, per altri di uno scempio scampato.
La modernità doveva tra l’altro fare i conti con il “fardello” manzoniano. Nel 1932, in una rivista di settore dell’epoca si parlava di una città «che doveva scontare in eterno l’onore di avere assistito alle vicende dei “Promessi sposi”, con l’impossibilità di costruirsi un qualsiasi edificio moderno, per tema che turbasse l’ambiente locale». Anche se una decina di anni prima e cioè nel 1923, monsignor Giuseppe Polvara già aveva lanciato l’allarme sulla scomparsa del paesaggio manzoniano, oggi praticamente cancellato.
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Ma è anche vero che il sacerdote lecchese, fondatore della scuola Beato Angelico di Milano, nel 1933 fu protagonista di una polemica contro il razionalismo sulle colonne del giornale “L’Italia” di Milano (polemica poi confluita in un “libello” pubblicato dallo stesso Polvara con la casa del Beato Angelico, libello curiosamente ristampato anastaticamente in sole cento compie da una piccola casa editrice di Lecce, le Edizioni Esperidi Monteroni).
Accanto a Cereghini e a Fiocchi (lungo l’elenco delle opere significative realizzate in città), un altro architetto che avrebbe lasciato un segno profondo se non fosse morto prematuramente era Giuseppe Mazzoleni: egli pure razionalista, sua la Villa Ponziani andata irrimediabilmente perduta per una sciagurata ristrutturazione).  
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C’erano poi Francesco Meschi e Mario Ruggeri: a loro si deve il quartiere “Italo Balbo” di Germanedo che i lecchesi conoscono come Villaggio e che doveva essere una sorta di abitato autonomo con negozio e una chiesa ma che venne realizzato soltanto in parte e oggi è alterato da una lunga serie di piccole modifiche intervenute negli anni che ne hanno alterato la linearità. 
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In quello stesso periodo si cominciava anche a pensare alle case per i lavoratori. Se ne occupò lo stesso Meschi, ma soprattutto Fiocchi che disegnò le residenze per gli operai delle aziende famigliari. Nasceva il concetto di “case popolari” che si sarebbe poi dispiegato nel secondo dopoguerra: uno dei primi interventi furono le cosiddette Case Fanfani (da Amintore Fanfani, il democristiano che nel 1949 promosse il primo piano casa governativo) sorte nel rione di Chiuso.
Un’altra delle più significative opere razionaliste a Lecco – dice ancora Grandi – è la sede dell’istituto contro gli infortuni del lavoro (oggi praticamente dismesso dopo essere adibito a sede della Guardia di finanza) lungo l’attuale corso Martiri (all’angolo con la via Amandola). Progettato da Piero Bottoni e Mario Pucci, «il complesso è formato da un corpo di tre piani allineato alla strada e da un corpo di sei piani perpendicolare a esso, (…) Si delineava lungo una delle principali direttrici dell’espansione urbana, un’alternativa alle tradizionali tipologie con cortile chiuso.» Ma accanto a questo edificio sorgeva «l’imponente palazzo Nava, caratterizzato da dieci fornici a tutto sesto e da ricche paraste corinzie, il solo edificio costruito (a più riprese tra il 1841 e il 1874) secondo la prevista sistemazione del corso Vittorio Emanuele a viale alberato, con passeggiata a portici coperta fino a Pescarenico» a richiamare le caratteristiche della Torino sabauda. E così, «l’edificio eclettico e quello razionalista, casualmente vicini, hanno quindi prefigurato, ciascuno a suo modo, un’ipotesi di disegno urbano ordinata e coerente, della quale il “laissez faire” tipico – in tempi differenti ora come allora – della gestione urbanistica lecchese, ha impedito l’attuarsi.»
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Negli anni Cinquanta prende corpo il progetto, già ventilato in passato, di procedere alla copertura del torrente Caldone nel suo ultimo tratto, quello che appunto interessa il centro cittadino, ma anche l’espansione della città verso il colle di Santo Stefano con la realizzazione di viale Turati con la quinta della chiesa dei cappuccini di Fiocchi.
«Quanto avvenuto – nota Rostagno – corrobora le parole con cui Luigi Dodi presenta la chiusura del concorso per il Piano regolatore: “Il gran borgo del tempo del Manzoni è davvero diventato città. Città densa di traffici e di industrie che ne sono ragione principale di vita e d’avvenire.»
Naturalmente, la storia architettonica e urbanistica di Lecco, ma anche del territorio provinciale è ben più ricca di suggestioni di quanto il nostro riassunto possa far immaginare. I libri di cui ci siamo occupati ci offrono anche guide interessanti. “Architetti e architettura fra le due guerra” si conclude con un vero e proprio censimento delle opere realizzate in quel periodo in tutta la provincia: sono stati catalogati ben 280 edifici. “Lecco contemporanea” si chiude invece con i “protagonisti” e cioè un elenco degli architetti che hanno lavorato a Lecco nei primi sessant’anni del Novecento: oltre a coloro che abbiamo già citato (Cereghini, Dodi, Fiocchi, Meschi, Ruggeri) sono elencati Mario Cavallé, Gino Macchi, Alberto Morone, Fausto Natoli, Aldo Paramatti, Ugo Sacchi, Giuseppe Terragni, Giosué Todeschini, Renato Uslenghi, Carlo Wilhelm.
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Sono nomi che ritornano in altri due libri pubblicati  in seguito dall’Ordine degli architetti lecchesi (“Alcuni architetti” nel 2013 e “Altri architetti” nel 2014) proprio per mettere in luce l’attività di alcuni dei professionisti che hanno operato nel nostro territorio e dimostrando come – dal titolo della prefazione di Eugenio Guglielmi al primo dei due volumi – Lecco fosse sì “provincia” (nel senso di semplice periferia metropolitana) ma non per ciò “provinciale”, intessendo stretti e fecondi rapporti con Milano.
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Accanto agli architetti già citati, in questi due altri “cataloghi” compaiono inoltre i nomi di Bruno Bianchi, Silvio Del Sante, Ezio Fasoli, Franco Longoni, Franco Stefanoni, Giannino Castiglioni e i figli Pier Giacomo e Achille, Gianni Rigoli, Giacomo Cereghini (figlio di Mario), Giosuè Micheli, Giuliano Amigoni, Franco Favaron e Umberto Gerosa. Oltre a darne notizie biografiche, i volumi pubblicano anche alcune delle opere più significative realizzate da ciascuno che in questa sede è chiaramente impossibile enumerare.
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Alla storia fin qui raccontata si intreccia quella descritta da Francesco D’Alessio (“Professionisti… di rilievo. Ingegneri e ingegni lariani fino alle soglie del Novecento) contenuta nel volume pubblicato dall’Ordine degli ingegneri lecchesi nel 2023: “Ingegnere, una professione del territorio”. D’Alessio ci ricorda come fino agli ultimi anni dell’Ottocento le figure di ingegnere e architetto avessero «viaggiato in simbiotico accostamento» e «non è raro imbattersi in figure che, nel corso della loro carriera professionale. Venivano qualificate – o anche si firmavano – alternativamente con entrambi i titoli.» D’Alessio, che è ingegnere oltre che un ricercatore storico locale di certosina qualità, ci porta indietro nei secoli fino addirittura all’avvio del cantiere del Duomo di Milano (1386) ove figuravano «tra i primi ingegneri (ossia capomastri abili nella direzione dei lavori) Guarnerio e Arasmino da Sirtori e, nel 1392, Lorenzino da Lecco.». Ci racconta l’evoluzione corporativa della professione che al proprio interno annoverava anche gli agrimensori; ci spiega come a lungo il monopolio dell’esercizio fosse rimasto in mano ai milanesi che venivano chiamati in periferia per la realizzazione di palazzi civili di una certa rilevanza e di chiese, mentre «abitazioni modeste e rurali erano invece prerogativa dei “maestri di muro” ossia “capomastri” che non di rado lasciarono interessanti prove di bravura» e «nel Lecchese si espressero in vere e proprie dinastie gelose delle loro conoscenze e attive già nel XVIII secolo come i Todeschini di Germanedo, gli Zanora di Acquate e, a seguire, i Vassena di Lecco.»
Superata poi la predominanza dei milanesi, cominciarono a imporsi ingegneri-architetti locali, di nascita o di elezione. Tra gli altri Attilio Bolla (1842-1895) che progettò le ville Gomes e Ponchielli di Maggianico, Giuseppe Riccardo Badoni, quell’Enrico Gattinoni (1848-1907) che firmò la costruzione del campanile della basilica di San Nicolò. E ci fermiamo qui.
Dario Cercek
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