LA MEMORIA INDUSTRIALE/2: non c’è posto per i sogni. Alla Leuci futuro ordinario
Ha spento le luci poco prima di compiere il secolo di vita. Nata come File (acronimo di Fabbrica italiana lampadine) nel 1919, diventata Leuci (richiamando nel marchio sia la luce che Lecco) nel 1978, passata di proprietà nel 2006, ha chiuso i battenti nel 2013. Dopo essere arrivata a occupare, nei periodi migliori, anche 600 dipendenti.
Sul futuro di quell’area tra il Caleotto e Castello, dopo il via libera della giunta comunale al piano di recupero
ora sono polemiche. Qualcuna, invero, a fini elettorali: non siamo poi sicuri che molti di quei politici ora sulle barricate avrebbero fatto scelte differenti o migliori. Ma è fuori discussione che quella della fu gloriosa fabbrica di lampadine è l’ultima area della Lecco industriale d’un tempo a essere messa in gioco, dopo lo sconvolgimento di fine Novecento quando il paesaggio industriale e operaio della città è stato travolto, molte testimonianze scomparse e un patrimonio disperso.
Se per la “Badoni”, la mobilitazione dei musei ha ottenuto di vincolare l’edificio neogotico che si affaccia su corso Matteotti, anche per l’area della ex Leuci la Soprintendenza ha posto dei vincoli. E così dei circa 20mila metri quadri di capannoni, quasi la metà dovrà mantenere i profili attuali: la palazzina rossa di via XI Febbraio e parte dello stabilimento che costeggia la via Tubi.
La storia come detto, comincia nel 1919. A fondare la File sono i fratelli Giulio e Mario Ceppi. Del primo, i lecchesi hanno perso la memoria, il secondo sopravvive soprattutto nell’epica del grande Lecco, la squadra di calcio nata nel 1912 come costola della Canottieri e che Mario Ceppi ha guidato per una quarantina di anni portandola ai fasti della serie A negli anni Sessanta.
Alla morte di Mario Ceppi nel 1983, è Carlo Rizza a raccoglierne il testimone sia industriale che sportivo. Una successione dolce. La congiuntura economica non è però delle migliori e come per le altre grandi fabbriche si aprono tante incertezze.
Fino a quando, appunto nel 2006, la società viene acquisita dal gruppo italo-svizzero Relco. Vengono presentati progetti di rilancio e riqualificazione, si spendono parole entusiastiche sull’anima e le potenzialità dell’aziende, sulle prospettive future. Ma nel sindacato c’è chi diffida e non lo nasconde, avanzando il sospetto che in realtà l’acquisto sia solo un’operazione immobiliare, miri cioè a far fruttare l’area nel migliore dei modi con una riconversione residenziale e commerciale. Di fatto, la crisi della Leuci si aggrava sempre più e nel 2013 si arriva alla chiusura.
Nel frattempo, la città non sta a guardare. Nel 2010, infatti, il Comune si rivolge al Politecnico di Milano che già da qualche anno è operativo in città e si appresta a inaugurare il nuovo campus sorto sull’area del vecchio ospedale (ironia della sorte, il taglio del nastro sarà proprio nel 2013): viene richiesto uno studio sulla possibile trasformazione della Leuci in un’azienda illuminotecnica all’avanguardia. Nel 2011, l’università presenta il progetto di “Cittadella della luce”: un centro di ricerca, produzione e vendita con il coinvolgimento delle imprese del territorio, prevedendo di arrivare nel giro di quattro anni a un giro di affari di circa 20 milioni di euro. Ma il progetto rimarrà – è il caso di dirlo – pura accademia.
Dalla “Cittadella della luce” alla “Città della luce”: chiusa l’azienda, infatti, una serie di associazioni e gli stessi lavoratori in uscita si coalizzano per ipotizzare un riutilizzo del complesso industriale in chiave culturale. A guidare la cordata c’è il Crams con il suo presidente Angelo Riva. All’interno dello stabilimento vengono organizzate diverse iniziative e nello stesso tempo prende corpo un nuovo progetto, il cui spunto è dato da una tesi di laurea.
Parallelamente parte anche una battaglia per ottenere il vincolo da parte della Soprintendenza: «La fabbrica Leuci- si legge tra le altre cose nella richiesta presentata nel 2018 - ha rappresentato per quasi un secolo la più importante fabbrica di lampadine italiana, ed ha mantenuto per larga parte della sua struttura le condizioni architettoniche originali, per le quali richiediamo il vincolo. Essendo inoltre state demolite negli ultimi 20 anni le preesistenze architettoniche, legate alla grande storia dell'industria metallurgica e meccanica lecchese, i capannoni dell'area ex Leuci costituisco uno tra i pochi complessi industriali, rimasti integri, con la persistenza di capannoni a shed, modanature e marcapiani alle finestre e, internamente, di colonnine in ghisa lavorate».
Nello stesso documento si sottolinea anche come nel progetto sia stato coinvolto l’artista piemontese Michelangelo Pistoletto, che già collabora a Lecco con il Crams per l’iniziativa dei “Quarteri del Terzo Paradiso”. Con “Cittadellarte” di Biella, sua città d’origine, Pistoletto ha «sostenuto la nascita di un progetto di rivitalizzazione e valorizzazione di queste ultime vestigia storico industriali di Lecco, attraverso la presenza nella fabbrica, occupata a suo tempo dai lavoratori espulsi dall’azienda, e la sua partecipazione ad un convegno tenutosi a lecco nel gennaio 2015. Cittadellarte è vicina a questo modello di rigenerazione proposto, essendo essa stessa un esempio di riconversione culturale degli opifici tessili biellesi».
Si chiede che anche il Comune, allora guidato dal sindaco Virginio Brivio, appoggi la richiesta di vincolo. Da Palazzo civico arriva un rifiuto. Ne segue una polemica furiosa, con una lettera di fuoco inviata all’assessore comunale alla cultura Simona Piazza: «Tutto ciò che è vecchio è visto come una cosa da musealizzare si legge - da mettere sottovetro, per cui pleonastica, e quindi fastidiosa ed alienabile. Perché, non come te, gli altri tuoi colleghi ed il tuo sindaco non sono andati a vedere come hanno trasformato le vecchie fabbriche a Londra o Lisbona, Barcellona, e per stare più vicino a Milano, Reggio Emilia, Rovereto, Foggia, Brindisi e Torino (per citarne qualcuna)? Ma che conta se anche nei decenni precedenti tutta la ricerca sul tema ha generato tanto interesse, in altre città in Italia e nel mondo, e ha dato vita a sfide ambiziose sul riutilizzo che ha fatto rivivere gli antichi fasti di queste vetuste costruzioni, che sono diventate poli di attrazione internazionali?»
Comunque la Soprintendenza accoglie l’istanza e pone il vincolo su alcuni degli edifici per poco più di 9mila metri quadri dell’area: appunto la palazzina rossa degli uffici e una parte dei capannoni.
Intanto, la proprietà va per la sua strada e presenta il proprio progetto attraverso la società Lario Real Estate: edifici residenziali, un supermercato di medie dimensioni, un museo, una clinica. E siamo al dibattito di questi giorni. Da parte sua, Riva dice che il museo previsto dall’area non è cosa che possa interessare ai promotori della “Città della luce”: «E’ solo una presa in giro».
L’iter prosegue e la stessa Soprintendenza dovrà tra l’altro esprimersi sul progetto urbanistico complessivo. Ed è quindi ancora alla Soprintendenza che il cartello di associazioni guarda per sperare di rientrare in gioco.»
Di certo, dopo tanti sogni, anche il futuro di quel pezzo di città sembra avviarsi nel solco dell’ordinario, di quanto avvenuto per le altre grandi fabbriche dismesse.

ora sono polemiche. Qualcuna, invero, a fini elettorali: non siamo poi sicuri che molti di quei politici ora sulle barricate avrebbero fatto scelte differenti o migliori. Ma è fuori discussione che quella della fu gloriosa fabbrica di lampadine è l’ultima area della Lecco industriale d’un tempo a essere messa in gioco, dopo lo sconvolgimento di fine Novecento quando il paesaggio industriale e operaio della città è stato travolto, molte testimonianze scomparse e un patrimonio disperso.







Intanto, la proprietà va per la sua strada e presenta il proprio progetto attraverso la società Lario Real Estate: edifici residenziali, un supermercato di medie dimensioni, un museo, una clinica. E siamo al dibattito di questi giorni. Da parte sua, Riva dice che il museo previsto dall’area non è cosa che possa interessare ai promotori della “Città della luce”: «E’ solo una presa in giro».
L’iter prosegue e la stessa Soprintendenza dovrà tra l’altro esprimersi sul progetto urbanistico complessivo. Ed è quindi ancora alla Soprintendenza che il cartello di associazioni guarda per sperare di rientrare in gioco.»
Di certo, dopo tanti sogni, anche il futuro di quel pezzo di città sembra avviarsi nel solco dell’ordinario, di quanto avvenuto per le altre grandi fabbriche dismesse.
D.C.




















