SCAFFALE LECCHESE/297: la storia degli “Airoldi-Muzzi” inizia (quasi) con un omicidio
La storia comincia addirittura con un omicidio. O, meglio, lo storico e giornalista lecchese Angelo Sala comincia a raccontarla dall’uccisione di Cristoforo Airoldi nel giorno di Venerdì Santo dell’anno 1567: «Fu accusato lo zio Giovanni Antonio Airoldi che era il tutore di Cristoforo.». Zio che sarebbe poi stato scagionato, ma il “fattaccio” serve a Sala per raccontarci quali fossero quei tempi a Lecco, in particolare ad Acquate, come ovunque: soprusi, intrighi, vendette, rivalità famigliari e tra casate. Per esempio «in Acquate, con gli Airoldi, facevano pure il bello e il brutto tempo, i Marchesini che (…) non degnavano di uno sguardo né rispondevano al saluto di coloro che incontravano sui loro passi, nemmeno gli Airoldi, pure gonfi e tronfi per le numerose cariche che occupavano nel borgo e nel Ducato.»
In quanto, appunto, agli Airoldi, «gran parte della storia di Acquate è legata al nome di questa famiglia di grandi proprietari che, in particolare nel Seicento, si imparenterà con altrettanto importanti famiglie: i Ghislanzoni di Pescarenico, i Serponti di Germanedo, i Monti di Barco, gli Agudio di Malgrate; una Ludovica Airoldi sposa quel Giacomo Maria Manzoni, sceso a Lecco da Barzio e fondatore del ceppo lecchese da cui uscirà Alessandro Manzoni. Gli Airoldi, a giudicare dai testamenti, possedevano beni terreni e case in gran parte dei comuni lecchesi, proprietà (selve e pascoli) sulle pendici montane che delimitano la conca e sono tra i padroni del lago, titolari cioè dei diritti di pesca e dei relativi impianti».

E’ probabile che lo stesso Giovanni Antonio Airoldi non fosse uno stinco di santo e con qualche peso sulla coscienza dovesse fare i conti, Di fatto, il 4 maggio 1583, uscì di messa dalla chiesa acquatese di San Giorgio, folgorato dalla parabola delle dieci vergini («Vegliate perché non conoscete né il giorno né l’ora») e decise di fare testamento nominando la Madonna propria erede universale, prescrivendo l’erezione di un ospedale che accogliesse «tutti i poveri del territorio di Lecco, i quali possano avere vitto di pane, vino e pietanza, e vestito secondo la loro condizione.»
Morto l’Airoldi, risolte inevitabili diatribe con qualche erede, nel 1594 nacque l’ospedale della Beata Vergine Maria. Fu il primo atto di una storia che continua dopo oltre quattrocento anni. Perché l’ospedale acquatese fu il primo nucleo di quelli che oggi si chiamano “Istituti riuniti Airoldi e Muzzi”, un’istituzione legata a doppio filo alla storia della città e che nei secoli ha naturalmente subito una serie di trasformazioni, secondo i bisogni sociali delle varie epoche fino a diventare una moderna casa di riposo per anziani: “rsa” come si dice e cioè residenza sanitaria assistenziale, la maggiore della provincia.

Nel 1994 si celebravano i quattrocento anni e fu proprio in quell’occasione che venne pubblicato il libro di Angelo Sala che ne ricostruisce le vicende: “1594-1994. Istituti riuniti Airoldi e Muzzi. Quattrocento anni vissuti nella storia” (stampa Cattaneo Editore). Mezzo secolo prima, era invece stato Angelo Bonaiti (che sarebbe poi diventato sindaco e deputato) a raccontare la storia in un libriccino, “Istituti riuniti Airoldi-Muzzi nel 350° anno di fondazione. Cenni storici” stampato dalla tipografia “La Grafica” nel 1945 e dunque con un anno di ritardo rispetto alla ricorrenza. Nel 1944, infatti, si era ancora in piena guerra e «grave e imperdonabile errore», come scriveva Bonaiti, sarebbe stato il voler celebrare la ricorrenza «per ragioni puramente cronologiche. (…) L’imperversare della bufera bellica, ormai vicina al suo epilogo fatale, gli agonici convulsi di un’era politica suicida, prossima all’ignominioso e meritato tramonto, gravavano sinistri sul popolo italiano, seminando lutti e rovine. In queste condizioni il popolo lecchese non avrebbe potuto degnamente celebrare la ricorrenza e ne sarebbe rimasto mortificato. Perché il popolo lecchese ha tutto il diritto di proclamare la propria soddisfazione e il proprio orgoglio quando si tratta degli Istituti Airoldi-Muzzi, La storia tre volte e mezzo secolare dell’istituzione è storia di Lecco ed è anzi la parte migliore, più degna e meritevole di essa.»
Dal XVI secolo, naturalmente, tutto è cambiato. Con il tempo, dall’esperienza degli “ospedali per poveri” si sono sviluppate iniziative differenti, man mano che meglio si definivano i “bisogni”: da una parte il filone sanitario sul quale si sono innestati quelli che oggi appunto chiamiamo ospedali (ne abbiamo già parlato); dall’altra l’aspetto sociale che ha trasformato le strutture in quelli che una volta si chiamavano ospizi e oggi appunto case di riposo, con il genere di ospiti andato peraltro differenziandosi nel corso dei decenni e considerando pure che l’ospitalità non sia più gratuita e – nonostante i contributi pubblici – le rette siano onerose. Non entriamo però nel merito di questi argomenti, come neppure in quello del ritorno della povertà assoluta anche nelle nostre contrade.
Più semplicemente, cerchiamo qui di fissare le tappe e i momenti più importanti nella storia dell’“Airoldi e Muzzi”, appunto attraverso i lavori di Sala e Bonaiti. Ma anche di Nunzio Giovanni Guastella con il “Progetto di un ospedale in Lecco” pubblicato nel 1934 e dal quale abbiamo già attinto a proposito di ospedali.
Si parte dunque nel 1594: «Quello lasciato da Giovanni Antonio Airoldi all’ospedale era un cospicuo patrimonio con il quale (…) si poté dare il via ad un’iniziativa sociale e assistenziale che ne fece la struttura più rappresentativa, non solo ad Acquate, anche della nuova e impegnata religiosità scaturita dal rinnovamento conciliare tridentino. E dopo la primissima fase in cui ci si limitò a distribuire elemosine ai poveri, si cominciò, nell’abitazione già dell’Airoldi dove l’istituzione sarebbe rimasta fino al suo trasferimento nella sede di Germanedo, a dare rifugio e ristoro ai poveri e, periodicamente in occasione di epidemie, anche ai malati.»

Analoghe istituzioni e iniziative, confraternite e opere pie, sorgevano e sarebbero sorte, un po’ in tutto il territorio. Proprio Guastella ce ne fornisce un elenco: prima dell’ospedale acquatese, nel 1503 era già nata un’Opera pia dei poveri a Lecco, mentre l’ospedale di poveri di Margno in Valsassina sarebbe sorto nel 1450. E poi Ballabio, Barzio, Cremeno, Bellano, Mandello, Galbiate… Senza dimenticare i lazzaretti allestiti in casi di epidemie di peste o di colera e che hanno lasciato molte tracce nella toponomastica locale. In gran parte, ad alimentare l’assistenza erano, proprio come per l’ospedale della Beata Vergine, i lasciti di persone facoltose. E come per tutte le opere umane non sono mancati i momenti di tensione, le polemiche e anche i sospetti e le denunce, periodi di incertezza sul futuro. Anche in relazione all’incerto confine, al quale si è già accennato, tra ricovero per poveri o per ammalati. Così che gli stessi lasciti testamentari (Pagani, Calloni, Muzzi) ricorrono indifferentemente nella storia dell’ospedale di Lecco come in quella degli “ospizi” e delle congregazioni di carità. Che seguire passo passo non possiamo certo.

La realtà è che a fine Ottocento, il problema è ancora aperto. Nel 1888, per esempio, veniva costituita una società di beneficenza che stabilì – come recitano i documenti - «di far suo il nome d’un chiaro apostolo del bene, passato ad altra vita cioè il compianto cittadino Antonio Muzzi», colui che a più riprese elargì i fondi per la costruzione dell’ospedale lecchese, quello poi progettato dall’architetto Giuseppe Bovara e realizzato solo in parte (oggi ospita il Comune). Alla presidenza della società venne chiamato l’abate Antonio Stoppani, mentre come suo vice venne nominato l’allora sindaco Guido Ghislanzoni. «Quanto alla raccolta dei fondi – scrive Sala – si pensava di operare in tre direzioni: le donazioni, in valori e in contanti, offerte da ogni ceto di cittadini; rappresentazioni teatrali a pagamento, sia in musica che in prosa; da riffe, lotterie di beneficenza, concerti, feste da ballo a pagamento, conferenze, letture, pubblicazioni, viaggi, gite o passeggiate di piacere. E così il 1° gennaio 1896 venne aperto il Ricovero Antonio Muzzi nella zona dell’attuale via Spirola. Nel 1910, grazie ad altre donazioni ed elargizioni, la struttura viene spostata in via Visconti e nel 1913 la società diventa un ente morale a tutti gli effetti.
Nel frattempo, anche il più vecchio ospedale acquatese della Beata Vergine si avventura nella realizzazione di una nuova e più ampia sede. Si tratta dell’edificio che attualmente ospita la scuola primaria di viale Monte Grappa. Edificio, completato nel 1914, che non avrebbe però mai diventato ricovero: «Sopraggiunge la guerra – scrive Bonaiti -, il fabbricato viene adibito per gli usi militari. Finita la guerra, l’edificio abbisogna di rilevanti spese di riparazione e il bilancio dell’Opera pia, già duramente provato (…) non è in grado di sostenerle. L’amministrazione è così costretta ad abbandonare per qualche tempo ancora il suo programma e il nuovo edificio viene ceduto al Comune di Acquate ad uso di scuola,

La svolta arriva nel 1924, forse non casualmente, essendo l’anno in cui si conclude la creazione della grande Lecco con la soppressione di tutti i piccoli Comuni della conca e la creazione di un’unica municipalità. E’ in questo contesto che si comincia a mettere mano alla fusione tra l’ospedale voluto da Giovanni Antonio Airoldi e la società Antonio Muzzi. Ufficializzata dal regio decreto del 16 maggio 1926 che sancisce la nascita del “Ricovero dei vecchi poveri di Lecco e territorio Airoldi-Muzzi”. La nuova società ingloba anche il lascito di Isidoro Calloni che nel 1901 aveva destinato il proprio patrimonio per creare un ospizio a Rancio. I ricoverati di Acquate vengono trasferiti in via Visconti, ma lo spazio si rivela insufficiente e allora inizia la ricerca di un’altra sede, L’attenzione si concentra sull’edificio della ex filanda Muller di Germanedo, un grande complesso costruito prima del 1860 lungo il corso del torrente Bione e dove, a pieno regime, lavoravano circa 500 operai (la manodopera, si sa, era soprattutto femminile). Dismessa nel 1923, la vecchia filanda era in attesa di un nuovo destino, Nel 1929 il passaggio di proprietà: «Il programma si presenta grandioso e attraente – scrive Bonaiti - La chiaroveggenza degli amministratori intuisce che lassù, ai piedi del Resegone, in qual vasto complesso di edifici, l’istituzione può trovare un’ottima sede, suscettibile di più ampi sviluppi.» E anche in questo caso si può contare su alcuni benefattori, Pierfrancesco Cornelio e Antonio Nava in testa, «ma l’albo della benemerenza degli istituti si arricchisce di nuovi nomi, di ditte, di società industriali, di privati cittadini, di pubbliche istituzioni, (…) Fu tutto insomma un plebiscito di popolo che offrì la sua concreta attestazione di fiducia e di benevolenza e contribuì alla realizzazione di quello che fu uno dei più arditi programmi. Quei vecchi ambienti, assordati un tempo dal rumoroso fragore delle macchine industriali, si trasformano celermente in ampi, arieggiati saloni, templi silenziosi della carità, dove i dolori e le deficienze fisiche della vecchia lecchese, trovano il meritato conforto.»

La sede è ancora lì nell’ex filanda. Nel corso del Novecento, sono sorti altri edifici a corollario, negli anni Trenta è stato incastonato nel parco quel gioiellino della chiesa progettata dall’architetto Mario Cereghini e affrescata da un ancora giovane Ennio Morlotti con una processione che avrebbe avuto anni dopo qualche curioso strascico polemico.
Soprattutto, però, nel corso del Novecento sono cambiate le prospettive. Per l’allungarsi della vita e per l’aumento della popolazione anziana. Si parla di casa di riposo o “rsa” non più di ospizio: l’esservi ricoverato un tempo era quasi uno stigma e i lecchesi più avanti con gli anni ricorderanno che l’istituto era anche soprannominato “I vecchioni”, i “vegiun” ricoverati all’ospizio come ci spiega il dizionario di Lecchese-Italiano.

Già nel 1994, l’allora presidente Maria Gandini diceva ad Angelo Sala, che l’Istituito Airoldi e Muzzi era passato da una concezione puramente assistenziale, fondata sui contributi della carità e della solidarietà pubblica e privata, a una gestione tipicamente imprenditoriale: oggi l’istituto è una “azienda” nella quale «chi si è assunto l’onere di operare in un’istituzione destinata ad appagare ansie e speranze di chi soffre, deve sentirsi in atteggiamento di servizio, non in posizione di superiorità.»


E’ probabile che lo stesso Giovanni Antonio Airoldi non fosse uno stinco di santo e con qualche peso sulla coscienza dovesse fare i conti, Di fatto, il 4 maggio 1583, uscì di messa dalla chiesa acquatese di San Giorgio, folgorato dalla parabola delle dieci vergini («Vegliate perché non conoscete né il giorno né l’ora») e decise di fare testamento nominando la Madonna propria erede universale, prescrivendo l’erezione di un ospedale che accogliesse «tutti i poveri del territorio di Lecco, i quali possano avere vitto di pane, vino e pietanza, e vestito secondo la loro condizione.»


Nel 1994 si celebravano i quattrocento anni e fu proprio in quell’occasione che venne pubblicato il libro di Angelo Sala che ne ricostruisce le vicende: “1594-1994. Istituti riuniti Airoldi e Muzzi. Quattrocento anni vissuti nella storia” (stampa Cattaneo Editore). Mezzo secolo prima, era invece stato Angelo Bonaiti (che sarebbe poi diventato sindaco e deputato) a raccontare la storia in un libriccino, “Istituti riuniti Airoldi-Muzzi nel 350° anno di fondazione. Cenni storici” stampato dalla tipografia “La Grafica” nel 1945 e dunque con un anno di ritardo rispetto alla ricorrenza. Nel 1944, infatti, si era ancora in piena guerra e «grave e imperdonabile errore», come scriveva Bonaiti, sarebbe stato il voler celebrare la ricorrenza «per ragioni puramente cronologiche. (…) L’imperversare della bufera bellica, ormai vicina al suo epilogo fatale, gli agonici convulsi di un’era politica suicida, prossima all’ignominioso e meritato tramonto, gravavano sinistri sul popolo italiano, seminando lutti e rovine. In queste condizioni il popolo lecchese non avrebbe potuto degnamente celebrare la ricorrenza e ne sarebbe rimasto mortificato. Perché il popolo lecchese ha tutto il diritto di proclamare la propria soddisfazione e il proprio orgoglio quando si tratta degli Istituti Airoldi-Muzzi, La storia tre volte e mezzo secolare dell’istituzione è storia di Lecco ed è anzi la parte migliore, più degna e meritevole di essa.»
Dal XVI secolo, naturalmente, tutto è cambiato. Con il tempo, dall’esperienza degli “ospedali per poveri” si sono sviluppate iniziative differenti, man mano che meglio si definivano i “bisogni”: da una parte il filone sanitario sul quale si sono innestati quelli che oggi appunto chiamiamo ospedali (ne abbiamo già parlato); dall’altra l’aspetto sociale che ha trasformato le strutture in quelli che una volta si chiamavano ospizi e oggi appunto case di riposo, con il genere di ospiti andato peraltro differenziandosi nel corso dei decenni e considerando pure che l’ospitalità non sia più gratuita e – nonostante i contributi pubblici – le rette siano onerose. Non entriamo però nel merito di questi argomenti, come neppure in quello del ritorno della povertà assoluta anche nelle nostre contrade.

Si parte dunque nel 1594: «Quello lasciato da Giovanni Antonio Airoldi all’ospedale era un cospicuo patrimonio con il quale (…) si poté dare il via ad un’iniziativa sociale e assistenziale che ne fece la struttura più rappresentativa, non solo ad Acquate, anche della nuova e impegnata religiosità scaturita dal rinnovamento conciliare tridentino. E dopo la primissima fase in cui ci si limitò a distribuire elemosine ai poveri, si cominciò, nell’abitazione già dell’Airoldi dove l’istituzione sarebbe rimasta fino al suo trasferimento nella sede di Germanedo, a dare rifugio e ristoro ai poveri e, periodicamente in occasione di epidemie, anche ai malati.»

Analoghe istituzioni e iniziative, confraternite e opere pie, sorgevano e sarebbero sorte, un po’ in tutto il territorio. Proprio Guastella ce ne fornisce un elenco: prima dell’ospedale acquatese, nel 1503 era già nata un’Opera pia dei poveri a Lecco, mentre l’ospedale di poveri di Margno in Valsassina sarebbe sorto nel 1450. E poi Ballabio, Barzio, Cremeno, Bellano, Mandello, Galbiate… Senza dimenticare i lazzaretti allestiti in casi di epidemie di peste o di colera e che hanno lasciato molte tracce nella toponomastica locale. In gran parte, ad alimentare l’assistenza erano, proprio come per l’ospedale della Beata Vergine, i lasciti di persone facoltose. E come per tutte le opere umane non sono mancati i momenti di tensione, le polemiche e anche i sospetti e le denunce, periodi di incertezza sul futuro. Anche in relazione all’incerto confine, al quale si è già accennato, tra ricovero per poveri o per ammalati. Così che gli stessi lasciti testamentari (Pagani, Calloni, Muzzi) ricorrono indifferentemente nella storia dell’ospedale di Lecco come in quella degli “ospizi” e delle congregazioni di carità. Che seguire passo passo non possiamo certo.
La realtà è che a fine Ottocento, il problema è ancora aperto. Nel 1888, per esempio, veniva costituita una società di beneficenza che stabilì – come recitano i documenti - «di far suo il nome d’un chiaro apostolo del bene, passato ad altra vita cioè il compianto cittadino Antonio Muzzi», colui che a più riprese elargì i fondi per la costruzione dell’ospedale lecchese, quello poi progettato dall’architetto Giuseppe Bovara e realizzato solo in parte (oggi ospita il Comune). Alla presidenza della società venne chiamato l’abate Antonio Stoppani, mentre come suo vice venne nominato l’allora sindaco Guido Ghislanzoni. «Quanto alla raccolta dei fondi – scrive Sala – si pensava di operare in tre direzioni: le donazioni, in valori e in contanti, offerte da ogni ceto di cittadini; rappresentazioni teatrali a pagamento, sia in musica che in prosa; da riffe, lotterie di beneficenza, concerti, feste da ballo a pagamento, conferenze, letture, pubblicazioni, viaggi, gite o passeggiate di piacere. E così il 1° gennaio 1896 venne aperto il Ricovero Antonio Muzzi nella zona dell’attuale via Spirola. Nel 1910, grazie ad altre donazioni ed elargizioni, la struttura viene spostata in via Visconti e nel 1913 la società diventa un ente morale a tutti gli effetti.
Nel frattempo, anche il più vecchio ospedale acquatese della Beata Vergine si avventura nella realizzazione di una nuova e più ampia sede. Si tratta dell’edificio che attualmente ospita la scuola primaria di viale Monte Grappa. Edificio, completato nel 1914, che non avrebbe però mai diventato ricovero: «Sopraggiunge la guerra – scrive Bonaiti -, il fabbricato viene adibito per gli usi militari. Finita la guerra, l’edificio abbisogna di rilevanti spese di riparazione e il bilancio dell’Opera pia, già duramente provato (…) non è in grado di sostenerle. L’amministrazione è così costretta ad abbandonare per qualche tempo ancora il suo programma e il nuovo edificio viene ceduto al Comune di Acquate ad uso di scuola,

La svolta arriva nel 1924, forse non casualmente, essendo l’anno in cui si conclude la creazione della grande Lecco con la soppressione di tutti i piccoli Comuni della conca e la creazione di un’unica municipalità. E’ in questo contesto che si comincia a mettere mano alla fusione tra l’ospedale voluto da Giovanni Antonio Airoldi e la società Antonio Muzzi. Ufficializzata dal regio decreto del 16 maggio 1926 che sancisce la nascita del “Ricovero dei vecchi poveri di Lecco e territorio Airoldi-Muzzi”. La nuova società ingloba anche il lascito di Isidoro Calloni che nel 1901 aveva destinato il proprio patrimonio per creare un ospizio a Rancio. I ricoverati di Acquate vengono trasferiti in via Visconti, ma lo spazio si rivela insufficiente e allora inizia la ricerca di un’altra sede, L’attenzione si concentra sull’edificio della ex filanda Muller di Germanedo, un grande complesso costruito prima del 1860 lungo il corso del torrente Bione e dove, a pieno regime, lavoravano circa 500 operai (la manodopera, si sa, era soprattutto femminile). Dismessa nel 1923, la vecchia filanda era in attesa di un nuovo destino, Nel 1929 il passaggio di proprietà: «Il programma si presenta grandioso e attraente – scrive Bonaiti - La chiaroveggenza degli amministratori intuisce che lassù, ai piedi del Resegone, in qual vasto complesso di edifici, l’istituzione può trovare un’ottima sede, suscettibile di più ampi sviluppi.» E anche in questo caso si può contare su alcuni benefattori, Pierfrancesco Cornelio e Antonio Nava in testa, «ma l’albo della benemerenza degli istituti si arricchisce di nuovi nomi, di ditte, di società industriali, di privati cittadini, di pubbliche istituzioni, (…) Fu tutto insomma un plebiscito di popolo che offrì la sua concreta attestazione di fiducia e di benevolenza e contribuì alla realizzazione di quello che fu uno dei più arditi programmi. Quei vecchi ambienti, assordati un tempo dal rumoroso fragore delle macchine industriali, si trasformano celermente in ampi, arieggiati saloni, templi silenziosi della carità, dove i dolori e le deficienze fisiche della vecchia lecchese, trovano il meritato conforto.»

La sede è ancora lì nell’ex filanda. Nel corso del Novecento, sono sorti altri edifici a corollario, negli anni Trenta è stato incastonato nel parco quel gioiellino della chiesa progettata dall’architetto Mario Cereghini e affrescata da un ancora giovane Ennio Morlotti con una processione che avrebbe avuto anni dopo qualche curioso strascico polemico.
Soprattutto, però, nel corso del Novecento sono cambiate le prospettive. Per l’allungarsi della vita e per l’aumento della popolazione anziana. Si parla di casa di riposo o “rsa” non più di ospizio: l’esservi ricoverato un tempo era quasi uno stigma e i lecchesi più avanti con gli anni ricorderanno che l’istituto era anche soprannominato “I vecchioni”, i “vegiun” ricoverati all’ospizio come ci spiega il dizionario di Lecchese-Italiano.

Già nel 1994, l’allora presidente Maria Gandini diceva ad Angelo Sala, che l’Istituito Airoldi e Muzzi era passato da una concezione puramente assistenziale, fondata sui contributi della carità e della solidarietà pubblica e privata, a una gestione tipicamente imprenditoriale: oggi l’istituto è una “azienda” nella quale «chi si è assunto l’onere di operare in un’istituzione destinata ad appagare ansie e speranze di chi soffre, deve sentirsi in atteggiamento di servizio, non in posizione di superiorità.»
Dario Cercek




















