SCAFFALE LECCHESE/298: la banca che adesso diventa hotel era il tempio del denaro
Magari lo chiameranno “Bank Hotel”, chissà. Con tanto di sauna nel caveau, hai visto mai? Comunque sia, il destino è tracciato: la grande storica banca lecchese diventerà un albergo, dopo il via libera da parte del Comune al piano di recupero e la presentazione ufficiale del progetto. Quando il sindaco Mauro Gattinoni ha parlato del palazzo di piazza Garibaldi come del “salvadanaio dei lecchesi”.

Già. Per oltre un secolo, la Banca popolare di Lecco è stata la banca della città, del territorio, ne ha accompagnato lo sviluppo ed è stata punto di riferimento anche quale motore culturale sostenendo non poche iniziative.

E’ stata indubbiamente la principale banca lecchese – verrebbe da dire la banca per antonomasia - e la sua storia è raccontata in varie pubblicazioni celebrative promosse dallo stesso istituto in occasione di questo o quell’anniversario.
Nel 1947 uscì “I 75 anni della Banca popolare di Lecco” con un testo anonimo e qualche tavola realizzata dal pittore Guido Gennai; dieci anni dopo, nel 1957, in occasione del rinnovamento della sede centrale, “Un territorio, una banca, una sede. Storia e vicende”, curato dal giornalista Giampiero Gerosa.
Nel 1962 vennero realizzati un film documentario chissà se ancora conservato da una qualche parte (però ne è stato salvato il testo) e nel contempo un libro fotografico (“I novant’anni della Banca popolare di Lecco”).
Nel 1972, il volume per il centenario celebrava soprattutto il livello d’espansione orami raggiunto con una presenza capillare in quel territorio lecchese che ancora non era provincia (“La Banca popolare di Lecco cent’anni dopo”) mentre l’anno successivo venne data alle stampe una sorta di cronaca dei festeggiamenti per la ricorrenza del secolo (“Banca popolare di Lecco. Cronache del centenario”). 
Nato nel 1872, il “marchio della Banca popolare di Lecco è resistito fino al 1994, anche se l’istituto aveva ormai già perso da qualche anno l’anima lecchese. Nel 1988, infatti, la proprietà era stata acquisita dalla Banca popolare di Novara che nel 1993 la cedette alla Bank of America and Italy, costola della Deutsche Bank. Un anno dopo, sparì la secolare insegna.

Partiamo, dunque, dal 1872. Furono due le banche fondate quell’anno: la Banca di Lecco, poi detto il “Bancon”, e appunto la Banca popolare di Lecco.
«La prima - scrive Aroldo Benini nel Dizionario storico di Lecco - sorge per iniziativa di industriali già arrivati e potenti, quelli che costituiscono il ceto “liberale”; l’altra per opera di vecchi garibaldini e mazziniani, i futuri “radicali”, cui fanno capo artigiani e neoindustriali.»
Allora, le banche popolari rientravano in quel più vasto movimento cooperativo di cui ci siamo già occupati in questa rubrica a proposito di Francesco Viganò e la Banca Briantea. Non è un caso che nelle linee programmatiche della “Popolare”, per consentire un azionariato diffuso, si precisava che nessuno avrebbe potuto possedere più di 25 azioni a testa, «fatta eccezione per le società operaie che potranno averne fino a 50».
Costituita nel mese di maggio, la Banca popolare trovò una sede provvisoria in Contrada Larga (poi diventata la via Cavour), presidente era Francesco Cornelio e direttore Israel Artom. L’anno seguente, il trasferimento degli uffici nella palazzina di piazza Garibaldi di proprietà dello stesso Cornelio.

La prima crisi economica che la banca dovette affrontare fu quella del 1881 che sancì la caduta rovinosa della produzione della seta nel territorio lecchese: dei 600 opifici esistenti con 20mila addetti, me sopravvivono un centinaio, destinati a ridursi ulteriormente negli anni seguenti.
Ma il momento più drammatico fu tra il 1911 e il 1912. Fu il periodo in cui fallirono sia la Banca di Lecco che il Piccolo Credito Lecchese, apparso sulla scena da appena un lustro.
Nel suo “Piccolo mondo antico lecchese” (nel primo dei tre volumi, anno 1972), Arnaldo Ruggiero la racconta così: «Il fallimento di talune industrie tessili della Bergamasca (…) determinò una situazione critica per il “Piccolo Credito Lecchese” (….) una creazione degli ambienti cattolici (allora gli avversari li definivano “clericali”) considerato un istituto modello. Esso aveva, per primo, introdotto un singolare sistema di risparmio mediante cassette al domicilio dei risparmiatori. Il sistema fu caldamente appoggiato nei paesi dagli stessi parroci. (….) Non appena venne appresa la notizia delle dimissioni del [presidente], del licenziamento del direttore, il panico si diffuse fra i risparmiatori ed i correntisti che si affollarono agli sportelli della Banca, per chiedere il rimborso dei loro depositi. La Banca fece fronte alle richieste per alcuni giorni; ma quando non fu più in grado di rimborsare i depositanti fu costretta a chiudere gli sportelli. (…) Il panico finì col riversarsi anche sulla “Banca di Lecco” e sulla stessa “Banca popolare di Lecco”, agli sportelli dei quali istituti cominciarono a formarsi lunghe code. (…) Chi scrive vide con i propri occhi quelle code; oltre che spettatore “de visu” fu relatore di quelle vicende su vari giornali. La “Banca di Lecco” (…) rimborsò i depositanti per qualche settimana circa; ma difettando di denaro contante, la sua situazione si rivelò presto assai difficile. (…) Il Consiglio di amministrazione del “Bancone” (…) decise, nella seduta del 3 marzo 1912, di chiudere gli sportelli la mattina del giorno seguente 4 marzo, ch’era un lunedì.»
La Banca popolare sopravvisse. Era essa stessa «assediata dai creditori» e «non mandò nessuno indietro a mani vuote. Però – continua Ruggiero .- si profilò il pericolo che fosse costretta ad imitare la Banca di Lecco. Allora si assistette a un fatto straordinario, che ritengo non sia mai avvenuto in casi del genere. Un comitato di cittadini indisse una specie di comizio. (…) Tutti gli oratori conclusero esortando i depositanti a non pretendere inconsultamente il rimborso dei loro depositi; altrimenti avrebbero danneggiato la Banca e in definitiva sé stessi. Ebbene, quel comizio valse a rasserenare gli spiriti.»
Però, la tempesta modificò l’assetto dell’istituto che da cooperativa fu trasformato in società per azioni.
In quegli anni Dieci, tra l’altro, cominciano ad aprire sportelli in città anche banche di caratura nazionale e proprio nel 1912, la Bpl inaugurò il suo primo ufficio periferico, a Introbio in Valsassina.

La rete degli sportelli territoriali si allargò, raggiungendo anche Porlezza, la Valle d’Intelvi, Campione d’Italia, finché nel 1934 venne stretto un accordo di cooperazione con il comasco Banco lariano, una sorta di divisione della provincia in zone di interesse.
Nel 1922, intanto, in occasione del cinquantesimo di fondazione, venne inaugurato il nuovo salone per il pubblico.

Superata la crisi del 1929, che anche nel Lecchese portò alla chiusura di numerose fabbriche, nel 1932 la direzione viene affidata a Mario Bellemo ed è con lui che la banca lecchese andò allargando i propri orizzonti. Oltre alla rete capillare di sportelli sul territorio con il quale è andata indentificandosi indissolubilmente e raccogliendo il denaro della popolazione, guardava anche oltre i confini locali. Dice ancora Ruggiero: «Da piccola banca a carattere “strapaesano” è pervenuta all’attuale livello di istituto di credito, con ben più vasto raggio di azione».
Vennero tra le altre cose aperte le sedi di Milano e Roma. Segno dell’espansione è anche l’immagine della nuova sede centrale di piazza Garibaldi: nel 1937, viene acquisito l’intero palazzo che fu di Francesco Cornelio e si affida all’architetto Mino Fiocchi l’incarico di progettarne la ristrutturazione, con l’innalzamento di un piano, che viene completata nel 1941.

Ma intanto c’era anche una guerra da attraversare. Con la sconfitta e l’armistizio del 1943, l’occupazione tedesca del Centro Nord, la Repubblica Sociale.
Leggiamo nel volume celebrativo del 1947 e quindi all’indomani della Liberazione quando occorre mostrare carte in regole per lo Stato democratico: «Nel periodo di più cupo intristimento e di caotico disordine della situazione nazionale sotto l’illegale governo fascista repubblicano, la Banca, con franca lineare condotta, seppe rifiutare a tale governo ogni contributo atto a favorire la sua azione».
Di fatto, nel 1944 la sede centrale della banca, in piazza Garibaldi, venne requisita dai nazisti che la adibirono a proprio comando militare e a ufficio di reclutamento per i lavoratori da trasferire in Germania.



Gli uffici bancari furono così costretti a trasferirsi a Oggiono, in parte nella filiale e in parte nella villa dell’avvocato Luigi Grassi.
Superata la temperie bellica, per la banca si aprì un periodo di grande sviluppo proprio sotto la guida di Mario Bellemo. L’edificio appena ampliato già non era più sufficiente e nel 1948 si pensò a ulteriori allargamenti; nel 1953 partirono i lavori per la costruzione di un nuovo palazzo tra la piazza degli Affari e la via Sauro; progettato dall’architetto Enrico Sesti, prese il posto di vecchi stabili abbattuti, alcuni dei quali già ospitavano uffici della banca. Il nuovo complesso venne addossato a quello affacciato sulla piazza Garibaldi che a sua volta fu interessato da una radicale trasformazione: Piero Portaluppi – una delle firme all’epoca più prestigiose dell’architettura italiana - ideò per la facciata un rivestimento marmoreo, facendo indubbiamente apparire la banca – com’è stato detto, ironicamente o meno –come una sorta di Tempio del dio Denaro.

I cantieri si chiusero nel 1957, quando l’istituto di credito celebrò i suoi 85 anni. Per l’occasione venne pubblicato il libro curato da Gerosa, il quale ci accompagna ancora in una sorta di visita guida all’interno della “nuova” banca. La sua lettura di quelle righe, a quasi settant’anni di distanza, sa un po’ di viaggio nostalgico.
Intanto, la figura di Mario Bellemo, prima direttore e poi presidente, finì con l’identificarsi con quella della stessa Banca che guidò per oltre quarant’anni, fino alla morte improvvisa all’età di 77 anni nel 1974 a Bologna, dove era stato colto da malore qualche giorno prima, sulla strada del ritorno da Roma a Lecco dopo avere partecipato a una riunione. In occasione del Natale di quello stesso anno, la banca – le cui redini, nel frattempo, erano state prese dal figlio Giancarlo – gli tributerà un omaggio raccogliendo in un libro i ricordi altrui e scritti e interventi che lo stesso aveva lasciato (“In ricordo di Mario Bellemo. Testimonianze e insegnamenti”), Tra quegli interventi, anche le parole pronunciate l’11 febbraio 1968 in occasione della visita alla banca dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro. Bellemo rilevava come Lecco avesse costruito nei secoli la sua invidiabile realtà economica «contando quasi esclusivamente su mezzi propri e sulle energie locali; non trovando sempre adeguata considerazione nelle sue esigenze di infrastrutture e di servizi, richiesti dallo sviluppo delle sue attività economiche e dall’importanza del territorio che sulla città di Lecco gravita». Andando quindi a elencare una serie di episodi storici, l’ultimo dei quali, nel 1963, la chiusura della filiale della Banca d’Italia «che in Lecco operava esattamente da mezzo secolo.»
Già da tempo si parlava per il territorio lecchese di autonomia provinciale, la quale sarebbe arrivata solo vent’anni più tardi, per quanto oggi ci si interroghi sulla reale identità della nostra terra e sul senso di quell’autonomia.
E chissà che non avesse ragione quel mitico direttore del quotidiano “La Provincia”, Gianni De Simoni, che nell’articolo d’addio a Bellemo (contenuto proprio nel libro di ricordi) scrisse: «Chi scrive era legato a lui da amicizia sincera, ricambiata con pari calore, di là dalle polemiche sempre sostenute con onesta lealtà. (…) Né i nostri rapporti furono “avvelenati” per quella sua iniziativa di volere Lecco capoluogo di una provincia “chiamata Lecco”. (…) E a chi, come noi, gli ribatteva che il destino del territorio lecchese è nel contesto del territorio lariano (…) lui rispondeva: “Può darsi, ma Lecco merita qualcosa di più”. E pronunciava “Lecco” come si può pronunciare il nome di un “amore”.»

Un rendering del nuovo hotel
Già. Per oltre un secolo, la Banca popolare di Lecco è stata la banca della città, del territorio, ne ha accompagnato lo sviluppo ed è stata punto di riferimento anche quale motore culturale sostenendo non poche iniziative.

L'ex banca allo stato attuale
E’ stata indubbiamente la principale banca lecchese – verrebbe da dire la banca per antonomasia - e la sua storia è raccontata in varie pubblicazioni celebrative promosse dallo stesso istituto in occasione di questo o quell’anniversario.




Naturalmente, il linguaggio utilizzato in queste pubblicazioni non potrebbe che essere encomiastico. Per esempio, la voce narrante del documentario non si risparmia certi svolazzi un po’ barocchi: «Come il nostro lago che da rivoli e torrenti riceve le acque e in mille rivoli le restituisce a fecondare la terra, ad alimentare turbine, ad azionare motori, così i risparmi della laboriosa popolazione del territorio lecchese affluiscono alla Banca popolare di Lecco, da dove promanano ad incrementare il lavoro, a potenziare i traffici e le industrie. Un moderno organismo che (…) affianca l’evoluzione industriale e commerciale del territorio lecchese, in una tradizione di assoluta serietà e di preziosa continuità direttiva, che si avvale, oggi, della collaborazione di circa 400 dipendenti, buon numero dei quali con lunga e fedele anzianità di servizio.»
Altri tempi, si era nel 1962, quando la fedeltà al luogo di lavoro era ritenuto un valore. Prima che ci raccontassero fosse meglio l’elasticità e quindi la precarietà.
Nato nel 1872, il “marchio della Banca popolare di Lecco è resistito fino al 1994, anche se l’istituto aveva ormai già perso da qualche anno l’anima lecchese. Nel 1988, infatti, la proprietà era stata acquisita dalla Banca popolare di Novara che nel 1993 la cedette alla Bank of America and Italy, costola della Deutsche Bank. Un anno dopo, sparì la secolare insegna.
La prima sede della Banca popolare
Partiamo, dunque, dal 1872. Furono due le banche fondate quell’anno: la Banca di Lecco, poi detto il “Bancon”, e appunto la Banca popolare di Lecco.
«La prima - scrive Aroldo Benini nel Dizionario storico di Lecco - sorge per iniziativa di industriali già arrivati e potenti, quelli che costituiscono il ceto “liberale”; l’altra per opera di vecchi garibaldini e mazziniani, i futuri “radicali”, cui fanno capo artigiani e neoindustriali.»
Allora, le banche popolari rientravano in quel più vasto movimento cooperativo di cui ci siamo già occupati in questa rubrica a proposito di Francesco Viganò e la Banca Briantea. Non è un caso che nelle linee programmatiche della “Popolare”, per consentire un azionariato diffuso, si precisava che nessuno avrebbe potuto possedere più di 25 azioni a testa, «fatta eccezione per le società operaie che potranno averne fino a 50».

Francesco Cornelio
Costituita nel mese di maggio, la Banca popolare trovò una sede provvisoria in Contrada Larga (poi diventata la via Cavour), presidente era Francesco Cornelio e direttore Israel Artom. L’anno seguente, il trasferimento degli uffici nella palazzina di piazza Garibaldi di proprietà dello stesso Cornelio.

La prima crisi economica che la banca dovette affrontare fu quella del 1881 che sancì la caduta rovinosa della produzione della seta nel territorio lecchese: dei 600 opifici esistenti con 20mila addetti, me sopravvivono un centinaio, destinati a ridursi ulteriormente negli anni seguenti.
Ma il momento più drammatico fu tra il 1911 e il 1912. Fu il periodo in cui fallirono sia la Banca di Lecco che il Piccolo Credito Lecchese, apparso sulla scena da appena un lustro.

La Banca popolare sopravvisse. Era essa stessa «assediata dai creditori» e «non mandò nessuno indietro a mani vuote. Però – continua Ruggiero .- si profilò il pericolo che fosse costretta ad imitare la Banca di Lecco. Allora si assistette a un fatto straordinario, che ritengo non sia mai avvenuto in casi del genere. Un comitato di cittadini indisse una specie di comizio. (…) Tutti gli oratori conclusero esortando i depositanti a non pretendere inconsultamente il rimborso dei loro depositi; altrimenti avrebbero danneggiato la Banca e in definitiva sé stessi. Ebbene, quel comizio valse a rasserenare gli spiriti.»
Però, la tempesta modificò l’assetto dell’istituto che da cooperativa fu trasformato in società per azioni.
In quegli anni Dieci, tra l’altro, cominciano ad aprire sportelli in città anche banche di caratura nazionale e proprio nel 1912, la Bpl inaugurò il suo primo ufficio periferico, a Introbio in Valsassina.

La rete degli sportelli territoriali si allargò, raggiungendo anche Porlezza, la Valle d’Intelvi, Campione d’Italia, finché nel 1934 venne stretto un accordo di cooperazione con il comasco Banco lariano, una sorta di divisione della provincia in zone di interesse.
Nel 1922, intanto, in occasione del cinquantesimo di fondazione, venne inaugurato il nuovo salone per il pubblico.

Superata la crisi del 1929, che anche nel Lecchese portò alla chiusura di numerose fabbriche, nel 1932 la direzione viene affidata a Mario Bellemo ed è con lui che la banca lecchese andò allargando i propri orizzonti. Oltre alla rete capillare di sportelli sul territorio con il quale è andata indentificandosi indissolubilmente e raccogliendo il denaro della popolazione, guardava anche oltre i confini locali. Dice ancora Ruggiero: «Da piccola banca a carattere “strapaesano” è pervenuta all’attuale livello di istituto di credito, con ben più vasto raggio di azione».

Mario Bellemo
Vennero tra le altre cose aperte le sedi di Milano e Roma. Segno dell’espansione è anche l’immagine della nuova sede centrale di piazza Garibaldi: nel 1937, viene acquisito l’intero palazzo che fu di Francesco Cornelio e si affida all’architetto Mino Fiocchi l’incarico di progettarne la ristrutturazione, con l’innalzamento di un piano, che viene completata nel 1941.

Ma intanto c’era anche una guerra da attraversare. Con la sconfitta e l’armistizio del 1943, l’occupazione tedesca del Centro Nord, la Repubblica Sociale.
Leggiamo nel volume celebrativo del 1947 e quindi all’indomani della Liberazione quando occorre mostrare carte in regole per lo Stato democratico: «Nel periodo di più cupo intristimento e di caotico disordine della situazione nazionale sotto l’illegale governo fascista repubblicano, la Banca, con franca lineare condotta, seppe rifiutare a tale governo ogni contributo atto a favorire la sua azione».
Di fatto, nel 1944 la sede centrale della banca, in piazza Garibaldi, venne requisita dai nazisti che la adibirono a proprio comando militare e a ufficio di reclutamento per i lavoratori da trasferire in Germania.

La banca requisita dai tedeschi


Gli uffici bancari furono così costretti a trasferirsi a Oggiono, in parte nella filiale e in parte nella villa dell’avvocato Luigi Grassi.
Superata la temperie bellica, per la banca si aprì un periodo di grande sviluppo proprio sotto la guida di Mario Bellemo. L’edificio appena ampliato già non era più sufficiente e nel 1948 si pensò a ulteriori allargamenti; nel 1953 partirono i lavori per la costruzione di un nuovo palazzo tra la piazza degli Affari e la via Sauro; progettato dall’architetto Enrico Sesti, prese il posto di vecchi stabili abbattuti, alcuni dei quali già ospitavano uffici della banca. Il nuovo complesso venne addossato a quello affacciato sulla piazza Garibaldi che a sua volta fu interessato da una radicale trasformazione: Piero Portaluppi – una delle firme all’epoca più prestigiose dell’architettura italiana - ideò per la facciata un rivestimento marmoreo, facendo indubbiamente apparire la banca – com’è stato detto, ironicamente o meno –come una sorta di Tempio del dio Denaro.

Un disegno del citato Guido Gennai (1947)
I cantieri si chiusero nel 1957, quando l’istituto di credito celebrò i suoi 85 anni. Per l’occasione venne pubblicato il libro curato da Gerosa, il quale ci accompagna ancora in una sorta di visita guida all’interno della “nuova” banca. La sua lettura di quelle righe, a quasi settant’anni di distanza, sa un po’ di viaggio nostalgico.
Intanto, la figura di Mario Bellemo, prima direttore e poi presidente, finì con l’identificarsi con quella della stessa Banca che guidò per oltre quarant’anni, fino alla morte improvvisa all’età di 77 anni nel 1974 a Bologna, dove era stato colto da malore qualche giorno prima, sulla strada del ritorno da Roma a Lecco dopo avere partecipato a una riunione. In occasione del Natale di quello stesso anno, la banca – le cui redini, nel frattempo, erano state prese dal figlio Giancarlo – gli tributerà un omaggio raccogliendo in un libro i ricordi altrui e scritti e interventi che lo stesso aveva lasciato (“In ricordo di Mario Bellemo. Testimonianze e insegnamenti”), Tra quegli interventi, anche le parole pronunciate l’11 febbraio 1968 in occasione della visita alla banca dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro. Bellemo rilevava come Lecco avesse costruito nei secoli la sua invidiabile realtà economica «contando quasi esclusivamente su mezzi propri e sulle energie locali; non trovando sempre adeguata considerazione nelle sue esigenze di infrastrutture e di servizi, richiesti dallo sviluppo delle sue attività economiche e dall’importanza del territorio che sulla città di Lecco gravita». Andando quindi a elencare una serie di episodi storici, l’ultimo dei quali, nel 1963, la chiusura della filiale della Banca d’Italia «che in Lecco operava esattamente da mezzo secolo.»
Già da tempo si parlava per il territorio lecchese di autonomia provinciale, la quale sarebbe arrivata solo vent’anni più tardi, per quanto oggi ci si interroghi sulla reale identità della nostra terra e sul senso di quell’autonomia.

Dario Cercek




















