Da medico in Mozambico: «Per incontrare sé stessi». Il racconto del dottor Stefano Ghislanzoni

Medico in Africa. Per esempio: «Ho visto mamme perdere un bimbo. Anche loro si disperano, ma poi ci dicono “grazie dottore, grazie a Dio c’eravate voi, grazie per tutto quello che avete fatto. Ora faremo un altro figlio…” Credo che sia questo l’approccio giusto». E, del resto, «quasi piangevo quando un autista mi disse: “Sa dottore, noi qui viviamo con poco. La nostra ricchezza sono i bambini”. Sono cose che ti lasciano un segno…»
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Stefano Ghislanzoni, 36 anni, lecchese cresciuto in città e ora abitante ad Abbadia, medico del Pronto soccorso del “Manzoni”, ha raccontato i suoi sei mesi in Mozambico con il Cuamm-Medici con l’Africa, un’organizzazione che opera nell’ambito della cooperazione internazionale proprio nel settore sanitario.
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Parlandone non come di un’esperienza alle spalle ma come se ancora la stesse vivendo. Lo si intuiva dall’argomentare: i ricordi non sono ricordi, ma sensazioni vivide. E i colleghi che fanno esperienza come la sua non “vanno” in Africa, ma “vengono”.
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L’occasione è stata un incontro tenutosi ieri sera nella sede degli scout lecchesi in via Risorgimento su iniziativa degli stessi scout in collaborazione con il Cuamm. Una sede non casuale perché Ghislanzoni è stato scout e a quell’esperienza fa risalire il proprio modo di essere medico e la decisione dell’esperienza africana.
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La serata è stata aperta dal presidente degli scout Giuseppe Cortona che ha ricordato come l’iniziativa rientrasse ancora nel calendario delle celebrazioni degli ottant’anni di fondazione dello scoutismo locale. Era il 24 novembre quando, nel giardino di casa Badoni a Castello, le prime dieci scout lecchesi fecero la loro “promessa”. A guidarle Albertina Negri e Tilde Galli.
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Alla serata ha portato il suo saluto anche il sindaco Mauro Gattinoni che ha parlato della grande testimonianza che è il Cuamm, ricordando come l’associazione sia stata punto di riferimento per molti acquatesi e da acquatese ha citato Gianmarco Aondio che ha operato in Kenya, ma l’elenco sarebbe lunghissimo.
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Lecchese è anche la referente regionale lombarda dell’associazione, Valeria Frigerio che ha sottolineato l’importanza delle iniziative organizzate in sinergia con altre associazioni e come, nel Cuamm, siano stati e sono molti coloro che hanno un passato scout intenso. Ha poi raccontato in breve storia e scopi dell’associazione: «Fondata nel 1950 a Padova è stata la prima grande organizzazione non governativa operante in Italia. Si occupa di tutela della salute in Africa, impegnandosi nella cooperazione a lungo termine e cioè nel formare il personale e rafforzare i sistemi sanitari locali, Non abbiamo ospedali di nostra proprietà, i nostri medici lavorano con la popolazione, in strutture governative, diocesane e private. Attualmente siamo presenti in nove Paesi dell’Africa subsahariana con una particolare attenzione alla salute materno-infantile.»
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Prima che prendesse la parola il protagonista della serata, è intervenuta in collegamento video Alessandra Bierhing, una collega che ha collaborato con Ghislanzoni durante i sei mesi trascorsi a Beira, la seconda città del Mozambico: «Sono milanese – si è presentata – e ho sposato un valbronese che è nato a Lecco, magari lo conoscete: Riccardo Paredi». Medico anche lui e quando lei è tornata a Beira, lui l’ha seguita. E proprio da Beira infatti era collegata Biehring.
Infettivologa, Biehring come Ghislanzoni ha aderito a quello che si chiama Programma Jpo e cioè Junior Professional Officer: «È un programma che consente agli specializzandi da una parte di conseguire una specializzazione e dall’altra di fare un’esperienza di sei mesi, di mettere un piede nella cooperazione internazionale, di fare i conti con una medicina molto spoglia. Adesso mi occupo di formazione, di istruire la futura classe medica del Mozambico. In un momento fatto di velocità, è bello pensare che i frutti del nostro lavoro saranno colti dalle generazioni future.»
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Da parte sua, Ghislanzoni è partito da quelle che ritiene le radici e cioè lo scoutismo, «la più grande agenzia educativa esistente» che insegna «a essere persone autentiche, a fare scelte che abbiano un valore oggettivo e non solo soggettivo, a mettersi continuamente in discussione.»
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A proposito della scelta di andare in Mozambico ha detto di aver sempre voluto andare in Africa, «ma da giovane non mi sentivo pronto, pensavo fosse necessario avere più competenze. E quindi ho aspettato. Mi dicevo che dovessimo fare la differenza anche se siamo solo una goccia e non rivoluzioneremo la cooperazione.» L’incontro con il Cuamm è stato la svolta: «Oltre a formarti e a darti competenze tecniche, lavora tantissimo sulle motivazioni, altrimenti il rischio è che uno viva quel periodo passivamente o addirittura male. Ci sono molti medici scontenti del proprio lavoro che cercano nel Cuamm un modo per allontanarsi dalla realtà di tutti i giorni. Per me è stato altro. Per dire che le storie delle persone che vengono in Africa sono differenti,»
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Dunque il Mozambico, uno dei Paesi più poveri del mondo, e dunque Beira, città da un milione di abitanti con una mortalità infantile altissima, un sistema sanitario fragile tutto da costruire: «Sono andato come medico di emergenza e urgenza ed ero il primo. L’impatto è stato forte: un bambino su quattro muore. Devi essere preparato: nella gestione sanitaria, ma anche nella comunicazione con i parenti e nel rivedere tutti i giorni le motivazioni per andare al lavoro. Ti trovi di fronte a casi terribili: un giovane di 28 anni che muore per avere ingerito veleno per topi e sono molti i giovani che lo fanno, un bambino investito per il quale ricorri a rimedi estremi che se usati qui ti arresterebbero due minuti dopo. E lotti con l’ambivalenza dei sentimenti: ti dici che belle cose che faccio e nello stesso tempo ti chiedi invece cosa stai facendo. Essere utili? Ne parliamo molto tra noi. È importante. Io non ho ancora capito a cosa serva la cooperazione perché la sensazione è che con la nostra presenza si adagino. Si risolleverebbero, se non ci fossimo noi? Il contesto è molto importante, il luogo, la famiglia in cui cresci. Ecco, qual è il contesto in Mozambico? Ma è anche bello che andare in Africa possa essere una scelta famigliare.»
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Come appunto Alessandra e Riccardo. E a questo proposito, Ghislanzoni ha raccontato l’esperienza di una responsabile del progetto del Cuam che a Beira è arrivata con il marito e le due figlie, una delle quali giovanissima non ne voleva sapere e alla fine del periodo africano non avrebbe voluto tornare in Italia. «Anche perché – ha detto – noi occidentali in Africa siamo fortunati. Abbiamo tante possibilità di entrare in relazione con molte persone, di fare esperienze. Quando poi ritorni qui, è quasi scioccante vedere le cose per cui ci lamentiamo, anche in un ospedale, anche come medici. Pensiamo a quello che ci manca. Per loro è differente.»
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In quanto a relazioni, è inoltre importante entrarvi anche con sé stesso, avere un posto del cuore come il blog che Ghislanzoni ha aggiornato durante i suoi sei mesi a Beira o come una spiaggia in cui andare da solo a riflettere. A rimanere soli con sé stessi. «Perché nella società di oggi abbiamo quasi paura a restare soli con noi stessi.»
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E gli occhi che da una parte vedono un mondo di miseria e dall’altra una natura lussureggiante, straordinaria. Da una parte il Grand Hotel realizzato dai portoghesi con piscine e tutti i comfort per i ricchi europei che al massimo ospitava 170 persone, mentre oggi ridotto a rudere cadente accoglie circa quattromila senzatetto. Dall’altra la natura, «che è spietata, che segue il circolo vita-morte, ma che ti insegna a non scappare davanti alle difficoltà, ad affrontarla. Sono partito molto conscio delle differenze. Che esistono. Ma non sono quelle che mi sono portato a casa, bensì altro: il Mozambico è dietro l’angolo, tutto il mondo è paese, l’uomo è uguale dappertutto e il mondo è più vicino a noi di quanto potremmo pensare.»
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E c’è stata, infine, una sorta di passaggio di testimone. Un altro giovane medico lecchese, Giacomo Andreotti, anch’egli scout (di più, Ghislanzoni era il suo “capo”), ora specializzando in ortopedia a Trieste, si appresta a partire con il Cuamm per l’Africa: per lui, la destinazione è la Tanzania: «Il Cuamm non ha progetti ortopedici, Non sarò quindi con un gruppo di medici italiani, ma sarò da solo, opererò con i colleghi tanzaniani. Una collega c’è già stata e un po’ mi ha raccontato…»
D.C.
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