'Quei secondi passati a odiare Filippo erano secondi sottratti alla mia vita': in tantissimi per Gino Cecchettin
La scelta di rifiutare la vendetta e la rivalsa. «All’inizio ho odiato Filippo con tutte le forze. Ed è stato quell’odio a farmi capire che i secondi passati a odiare Filippo erano secondi sottratti alla mia vita e a quello che potevo fare per gli altri miei figli, Elena e Davide.» Ancora una volta, Gino Cecchettin – il padre di Giulia, la ragazza di Vigonovo in provincia di Venezia uccisa nel 2023 dal fidanzato Filippo Turetta – ha toccato le corde del cuore dei lecchesi. L’occasione è stata una serie di incontri che Cecchettin ha tenuto in questi giorni in città con gli studenti e ieri sera al Politecnico per un pubblico più allargato. E numeroso. Tanto che una parte degli intervenuti ha dovuto accomodarsi in una seconda sala al piano superiore e seguire la serata in video.


L’appuntamento era stato organizzato dalla Fondazione Sinderesi, che ha promosso un progetto di sensibilizzazione nei confronti dei giovani. A intervistare il papà di Giulia, la giornalista Elisabetta Soglio che per il “Corriere della Sera” cura l’inserto delle “Buone notizie”: «E Gino Cecchettin è una buona notizia – ha esordito – perché è riuscito a trasformarsi in capacità generativa di bene, diventando un portatore di speranza e punto di riferimento per molte persone e molti giovani.»


Se nel portare il suo saluto, il sindaco Mauro Gattinoni lo ha ringraziato, oltre che per le parole, anche per l’esempio che è una speranza per tutti noi, Cecchettin ha detto che l’esempio ce l’aveva davanti ed era ed è Giulia, «una persona che quando tornavi a casa ti accoglieva con un sorriso e se eri triste lo capiva e ti chiedeva cosa potesse fare per te. Aveva un tocco in più di empatia» Lei che, su invito dei professori, aveva aiutato una compagna più giovane nell’affrontare un momento difficile della vita, a condurla a superare l’anoressia, riuscendo a fare qualcosa – avevano detto i docenti – che loro non erano mai riusciti a fare.


«E allora – ha continuato – mi sono sentito di non disperdere questo valore. Abbiamo il dovere e la necessità di diffonderlo. Giulia è un esempio cristallino di persona bella. È quindi stato facile fare quello che ho fatto. Nella settimana in cui non si avevano notizie di lei, ho pensato di tutto, speravo in un incidente stradale perché era l’ipotesi migliore. Ho pianto tutte le lacrime che avevo. Non ho mangiato e non ho dormito, ma ho pensato molto. Mi chiedevo cosa fare. E avere davanti Elena e Davide (gli altri due figli, ndr) che erano soggetti d’amore è stato fondamentale. Ho capito che non dovevo dare sfogo ai sentimenti negativi, anche se non sapevo come fare. Poi, in una foto di Giulia mentre ballava a una festa di nozze ho visto rinascere la vita.»
Uno anno prima di Giulia, era morta la madre Monica, stroncata da un tumore e Gino Cecchettin ricorda come l’una e l’altra volessero vivere: «Se fossi scappato avrei dato uno schiaffo anche a loro. Più che una scommessa è un credere nella vita, bisogna essere grati alla vita. A volte mi sono chiesto come sarebbe stato se Giulia non fosse mai nata e mi sono detto che la mia vita avrebbe perso tantissimo. Meglio allora averla avuta vicino per 22 anni. Quando abbiamo festeggiato la laurea di Elena a Vienna, c’era anche Giulia. Sopravvivere a una figlia è un dolore che sai ti porterai dentro tutta la vita e a volte quel dolore lo cerco, mi aiuta. La tristezza che ho in quei momenti mi fa sentire vicino a loro: a mia moglie Monica, a mia figlia Giulia e adesso anche a mia madre che è morta l’anno scorso. Il pianto è un legame con loro. La sofferenza è un’altra cosa. E poi bisogna combattere gli stereotipi, l’idea che essendo in lutto ci si debba ritirare, non avere quasi più vita sociale. Non l’ho fatto e per quello sono anche stato criticato. Si viene criticati a prescindere, ma bisogna continuare a fare quello che ci piace. Ma siamo noi che dobbiamo decidere cosa vogliamo essere. Dobbiamo essere noi stessi.»


È nata in questo modo l’idea di realizzare una Fondazione in ricordo di Giulia per combattere la violenza di genere e promuovere l’educazione affettiva: «Inizieremo dagli insegnanti della scuola primaria, perché è da lì che potremo portare un cambiamento. Difficile chiedere a un cinquantenne di mutare atteggiamento, di abbandonare gli stereotipi. Del resto, nella scuola entriamo, nelle aziende si può fare qualcosa, è nelle famiglie che non possiamo entrare. Si organizzano corsi di genitorialità, ma vi partecipano quelli che già sono bravi genitori. Sfuggono tutte quelle fasce nelle quali invece la violenza domestica è pressoché quotidiana.
«Penso molto a Filippo – ha detto ancora Cecchettin - alla sua rabbia, alla sua paura, alla sua solitudine: dovevamo dare a questo ragazzo gli strumenti per gestire le frustrazioni della vita, far capire che le frustrazioni sono importanti e aiutano a crescere. Oggi si pensa a una sorta di ascensore sociale che ti porti in un attimo dalla culla alla laurea. Una volta le fatiche si attraversavano.»


A proposito dei ragazzi di oggi, Gino Cecchettin ha ricordato il suo primo incontro con gli studenti, avvenuto proprio a Lecco due anni fa: «Fino a quel giorno, avevamo presentato il libro su Giulia in incontri ristretti, con persone adulte. Confesso che ero prevenuto, ma da quando ho cominciato a conoscere i ragazzi sono più ottimista. Ma chi li ascolta? Bisogna dare loro il tempo che meritano.» E sull’aggressività diffusa tra i giovanissimi, pensa che tra le cause vi sia la mancanza di relazioni, dovuta alla sparizione degli spazi di comunità sostituiti dai social.


Quindi, spazio alle domande dal pubblico: appunto se non avessero mai odiato Filippo, lui e i figli Elena e Davide. E allora quella risposta: «Quei secondi passati a odiare Filippo erano secondi sottratti alla mia vita. Mi chiesi cosa avrei potuto fare per la mia famiglia. Ecco: togliere l’odio. Questo mi ha permesse di non odiare Filippo, addirittura di averne pena.» In quando agli altri figli, «ciascuno ha il proprio percorso. Spero che il mio esempio possa influire su di loro. Certo Elena si è laureata, Davide si è diplomato, Davide che ha perso la mamma a sedici anni e la sorella a diciassette… Fossero stati rapiti dai sentimenti negativi non ci sarebbero riusciti. Sono più bravi di me. Poi, dentro fino in fondo, non posso vedere…»


Ricordandosi che le logiche di dominio e sopraffazione -come aveva detto in apertura monsignor Samuele Sangalli, fondatore e presidente di Sinderesi, in collegamento video da Roma – sono le stesse a cui assistiamo in queste ore nel mondo, quando molte famiglie sono state gettate nell’angoscia e nella sofferenza. È quindi necessario, per guardare al futuro con speranza, imporre logiche di pace.
È quindi necessario – ha detto a fine serata il segretario di Sinderesi, Stefano Sangalli – investire sui giovani perché possano far vedere quanto valgono.
L’appuntamento era stato organizzato dalla Fondazione Sinderesi, che ha promosso un progetto di sensibilizzazione nei confronti dei giovani. A intervistare il papà di Giulia, la giornalista Elisabetta Soglio che per il “Corriere della Sera” cura l’inserto delle “Buone notizie”: «E Gino Cecchettin è una buona notizia – ha esordito – perché è riuscito a trasformarsi in capacità generativa di bene, diventando un portatore di speranza e punto di riferimento per molte persone e molti giovani.»
Se nel portare il suo saluto, il sindaco Mauro Gattinoni lo ha ringraziato, oltre che per le parole, anche per l’esempio che è una speranza per tutti noi, Cecchettin ha detto che l’esempio ce l’aveva davanti ed era ed è Giulia, «una persona che quando tornavi a casa ti accoglieva con un sorriso e se eri triste lo capiva e ti chiedeva cosa potesse fare per te. Aveva un tocco in più di empatia» Lei che, su invito dei professori, aveva aiutato una compagna più giovane nell’affrontare un momento difficile della vita, a condurla a superare l’anoressia, riuscendo a fare qualcosa – avevano detto i docenti – che loro non erano mai riusciti a fare.
«E allora – ha continuato – mi sono sentito di non disperdere questo valore. Abbiamo il dovere e la necessità di diffonderlo. Giulia è un esempio cristallino di persona bella. È quindi stato facile fare quello che ho fatto. Nella settimana in cui non si avevano notizie di lei, ho pensato di tutto, speravo in un incidente stradale perché era l’ipotesi migliore. Ho pianto tutte le lacrime che avevo. Non ho mangiato e non ho dormito, ma ho pensato molto. Mi chiedevo cosa fare. E avere davanti Elena e Davide (gli altri due figli, ndr) che erano soggetti d’amore è stato fondamentale. Ho capito che non dovevo dare sfogo ai sentimenti negativi, anche se non sapevo come fare. Poi, in una foto di Giulia mentre ballava a una festa di nozze ho visto rinascere la vita.»
Uno anno prima di Giulia, era morta la madre Monica, stroncata da un tumore e Gino Cecchettin ricorda come l’una e l’altra volessero vivere: «Se fossi scappato avrei dato uno schiaffo anche a loro. Più che una scommessa è un credere nella vita, bisogna essere grati alla vita. A volte mi sono chiesto come sarebbe stato se Giulia non fosse mai nata e mi sono detto che la mia vita avrebbe perso tantissimo. Meglio allora averla avuta vicino per 22 anni. Quando abbiamo festeggiato la laurea di Elena a Vienna, c’era anche Giulia. Sopravvivere a una figlia è un dolore che sai ti porterai dentro tutta la vita e a volte quel dolore lo cerco, mi aiuta. La tristezza che ho in quei momenti mi fa sentire vicino a loro: a mia moglie Monica, a mia figlia Giulia e adesso anche a mia madre che è morta l’anno scorso. Il pianto è un legame con loro. La sofferenza è un’altra cosa. E poi bisogna combattere gli stereotipi, l’idea che essendo in lutto ci si debba ritirare, non avere quasi più vita sociale. Non l’ho fatto e per quello sono anche stato criticato. Si viene criticati a prescindere, ma bisogna continuare a fare quello che ci piace. Ma siamo noi che dobbiamo decidere cosa vogliamo essere. Dobbiamo essere noi stessi.»
È nata in questo modo l’idea di realizzare una Fondazione in ricordo di Giulia per combattere la violenza di genere e promuovere l’educazione affettiva: «Inizieremo dagli insegnanti della scuola primaria, perché è da lì che potremo portare un cambiamento. Difficile chiedere a un cinquantenne di mutare atteggiamento, di abbandonare gli stereotipi. Del resto, nella scuola entriamo, nelle aziende si può fare qualcosa, è nelle famiglie che non possiamo entrare. Si organizzano corsi di genitorialità, ma vi partecipano quelli che già sono bravi genitori. Sfuggono tutte quelle fasce nelle quali invece la violenza domestica è pressoché quotidiana.
«Penso molto a Filippo – ha detto ancora Cecchettin - alla sua rabbia, alla sua paura, alla sua solitudine: dovevamo dare a questo ragazzo gli strumenti per gestire le frustrazioni della vita, far capire che le frustrazioni sono importanti e aiutano a crescere. Oggi si pensa a una sorta di ascensore sociale che ti porti in un attimo dalla culla alla laurea. Una volta le fatiche si attraversavano.»
A proposito dei ragazzi di oggi, Gino Cecchettin ha ricordato il suo primo incontro con gli studenti, avvenuto proprio a Lecco due anni fa: «Fino a quel giorno, avevamo presentato il libro su Giulia in incontri ristretti, con persone adulte. Confesso che ero prevenuto, ma da quando ho cominciato a conoscere i ragazzi sono più ottimista. Ma chi li ascolta? Bisogna dare loro il tempo che meritano.» E sull’aggressività diffusa tra i giovanissimi, pensa che tra le cause vi sia la mancanza di relazioni, dovuta alla sparizione degli spazi di comunità sostituiti dai social.
Quindi, spazio alle domande dal pubblico: appunto se non avessero mai odiato Filippo, lui e i figli Elena e Davide. E allora quella risposta: «Quei secondi passati a odiare Filippo erano secondi sottratti alla mia vita. Mi chiesi cosa avrei potuto fare per la mia famiglia. Ecco: togliere l’odio. Questo mi ha permesse di non odiare Filippo, addirittura di averne pena.» In quando agli altri figli, «ciascuno ha il proprio percorso. Spero che il mio esempio possa influire su di loro. Certo Elena si è laureata, Davide si è diplomato, Davide che ha perso la mamma a sedici anni e la sorella a diciassette… Fossero stati rapiti dai sentimenti negativi non ci sarebbero riusciti. Sono più bravi di me. Poi, dentro fino in fondo, non posso vedere…»
Ricordandosi che le logiche di dominio e sopraffazione -come aveva detto in apertura monsignor Samuele Sangalli, fondatore e presidente di Sinderesi, in collegamento video da Roma – sono le stesse a cui assistiamo in queste ore nel mondo, quando molte famiglie sono state gettate nell’angoscia e nella sofferenza. È quindi necessario, per guardare al futuro con speranza, imporre logiche di pace.
È quindi necessario – ha detto a fine serata il segretario di Sinderesi, Stefano Sangalli – investire sui giovani perché possano far vedere quanto valgono.
D.C.




















