Leggendo i “Promessi sposi” scopriamo la cucina popolare. Presentato il libro di Mauro Rossetto
“Il menu dei Promessi Sposi”: presentato ieri a Villa Manzoni il libro curato dal direttore del Sistema museale lecchese Mauro Rossetto dedicato appunto all’aspetto alimentare del romanzo manzoniano.
Edito dalla Correlazioni di Giorgio Cortella, il libro raccoglie, oltre a quelli dello stesso Rossetto, anche testi di Pierantonio Frare, docente di letteratura italiana alla Cattolica di Milano; Jone Riva, consulente del Centro nazionale di studi manzoniani; Anna Ranzi, conservatrice di Villa Monastero. Presenti tutti e quattro gli autori, intervistati dalla giornalista Chiara Ratti.

Rossetto ha spiegato di avere unito in questo lavoro l’attività professionale legata appunto agli studi manzoniani alla passione personale sulla storia dell’alimentazione e per l’enologia. Rilevando come l’aspetto alimentare sia centrale nei “Promessi sposi” nelle cui pagine i banchetti dei signori, i piatti delle osterie e il mangiare stentato dei poveri sono una maniera per sottolineare le diseguaglianze e quindi rappresentare la società nel vivere quotidiano. Eppure è un aspetto che a lungo gli studiosi hanno trascurato e qualcuno se ne è accorto quando è arrivata la moda dell’enogastronomia, anche se si trattava soprattutto di interventi giornalistici.
Del resto, sulla cucina del Seicento ma dello stesso Ottocento, c’è una carenza di fonti alle quali attingere. Di certo – ha aggiunto – Manzoni aveva già capito tutto e il suo romanzo è uno dei documenti più attendibili sulla cucina popolare. Non è un caso che uno dei saggi scritti da Rossetto per il volume si intitola “Alessandro Manzoni storico della cucina milanese e lombarda”.

Del “pane di Manzoni”, invece ha scritto Pierantonio Frare: «Il pane – ha detto il docente – per Manzoni ha un significato particolare ed è legato alla religione. Di pane si occupa Renzo in occasione della rivolta milanese: quando viene arrestato, si rivolge al popolo che lo circonda gridando: “Mi portano in prigione perché ho gridato pane e giustizia”. Ma a questo legame tra pane e giustizia, Manzoni non ci arriva subito. Nella prima versione del romanzo, Renzo parla di “pane e abbondanza” che è solo un soddisfacimento materiale. Pane e giustizia ha un altro significato. E lo stesso scrittore, nella “Morale cattolica” si sofferma sul legame strettissimo tra il pane e la giustizia.»
Il pane – ha aggiunto Rossetto – nel romanzo è citato 120 e passa volte nel romanzo e spesso per dire che non c’è.
E poi- ha continuato Frere - c’è il pane del perdono, quello che viene offerto a fra’ Cristoforo quando chiede perdono dopo avere ucciso il rivale quando ancora era Ludovico. Di quel pane, fra’ Cristoforo mangia un pezzo e il resto lo conserva per offrirlo anni dopo a Renzo a Lazzaretto.

Jone Riva si è invece concentrata sulle “ricette da casa Manzoni”: è il titolo dello studio edito due anni fa dalla Casa-museo milanese. E il testo di Riva contenuto nel volume di Rossetto è ripreso appunto da quella pubblicazione di cui ci siamo occupati anche su questo sito, Riva ha ricordato come, in effetti, non si sapesse molto su cosa si mangiasse a casa Manzoni. Una svolta è stata data dalla corrispondenza tra Giulia Beccaria e Maria Cosway che a Lodi aveva aperto un collegio frequentato da Vittoria Manzoni, figlia di Alessandro ed Enrichetta Blondel. In quelle lettere si parlava di ricette e quella scoperta ha rappresentato una svolta: si è così cominciato a setacciare gli epistolari femminili dell’ambiente di Manzoni, soprattutto nelle lettere di Teresa Stampa, la seconda moglie dello scrittore. Seguendo poi le tracce delle figlie dello scrittore maritate in Toscana ed Emilia si è riusciti a fare un raffronto tra la cucina della casa milanese più sobria e quella più ricca di Firenze e della Toscana, forse anche per una maggior vita mondana rispetto a quella condotta dal don Lisander.

Anna Ranzi ha invece rivolto l’attenzione all’arte di apparecchiare la tavola, riprendendo peraltro gli argomenti di una mostra allestita a Villa Monastero, ricordando come la ricchezza di una tavola rappresentasse uno status sociale: dietro la maniera di apparecchiare o di servire in tavola c’è tutto un mondo. Posate – che tra l’altro nel Settecento ancora non esistevano – e piatti diventano più raffinati. Ci sono manuali che insegnano come organizzare pranzi anche per quattrocento invitati come i banchetti di nozze ed è in quella circostanza che nasce l’abitudine del menù perché i commensali sapessero cosa avrebbero mangiate.

Il tema, nel suo complesso, è naturalmente vastissimo: si è parlato dell’immancabile polenta che da piatto dei poveri a un certo punto arriva anche sulle tavole delle famiglie borghesi, si è parlato del frutteto realizzato da Manzoni ne parco della villa di Brusuglio, della cura che lo scrittore – grande agricoltore e grande botanico – metteva nella coltivazione. Delle pere a cui era affezionate, dell’impaccio della cuoca di casa Manzoni alle prese con aragosta e tartufi che non aveva mai visto.

E si è parlato anche di vino, perché Manzoni era anche un vignaiolo all’avanguardia che guardava alle innovazioni francesi. Come avevano fatto anche Cavour e Ricasoli. Fino ad allora, il vino era prodotto per autoconsumo, si puntava sulla quantità e non sulla qualità, le vigne erano sacrificate. In Francia le grandi svolte erano già avvenute ed è in quegli anni che anche in Italia si cominciano a seguire i metodi francesi. E Manzoni è in prima fila.

Rossetto ha spiegato di avere unito in questo lavoro l’attività professionale legata appunto agli studi manzoniani alla passione personale sulla storia dell’alimentazione e per l’enologia. Rilevando come l’aspetto alimentare sia centrale nei “Promessi sposi” nelle cui pagine i banchetti dei signori, i piatti delle osterie e il mangiare stentato dei poveri sono una maniera per sottolineare le diseguaglianze e quindi rappresentare la società nel vivere quotidiano. Eppure è un aspetto che a lungo gli studiosi hanno trascurato e qualcuno se ne è accorto quando è arrivata la moda dell’enogastronomia, anche se si trattava soprattutto di interventi giornalistici.
Del resto, sulla cucina del Seicento ma dello stesso Ottocento, c’è una carenza di fonti alle quali attingere. Di certo – ha aggiunto – Manzoni aveva già capito tutto e il suo romanzo è uno dei documenti più attendibili sulla cucina popolare. Non è un caso che uno dei saggi scritti da Rossetto per il volume si intitola “Alessandro Manzoni storico della cucina milanese e lombarda”.
Del “pane di Manzoni”, invece ha scritto Pierantonio Frare: «Il pane – ha detto il docente – per Manzoni ha un significato particolare ed è legato alla religione. Di pane si occupa Renzo in occasione della rivolta milanese: quando viene arrestato, si rivolge al popolo che lo circonda gridando: “Mi portano in prigione perché ho gridato pane e giustizia”. Ma a questo legame tra pane e giustizia, Manzoni non ci arriva subito. Nella prima versione del romanzo, Renzo parla di “pane e abbondanza” che è solo un soddisfacimento materiale. Pane e giustizia ha un altro significato. E lo stesso scrittore, nella “Morale cattolica” si sofferma sul legame strettissimo tra il pane e la giustizia.»
Il pane – ha aggiunto Rossetto – nel romanzo è citato 120 e passa volte nel romanzo e spesso per dire che non c’è.
E poi- ha continuato Frere - c’è il pane del perdono, quello che viene offerto a fra’ Cristoforo quando chiede perdono dopo avere ucciso il rivale quando ancora era Ludovico. Di quel pane, fra’ Cristoforo mangia un pezzo e il resto lo conserva per offrirlo anni dopo a Renzo a Lazzaretto.
Jone Riva si è invece concentrata sulle “ricette da casa Manzoni”: è il titolo dello studio edito due anni fa dalla Casa-museo milanese. E il testo di Riva contenuto nel volume di Rossetto è ripreso appunto da quella pubblicazione di cui ci siamo occupati anche su questo sito, Riva ha ricordato come, in effetti, non si sapesse molto su cosa si mangiasse a casa Manzoni. Una svolta è stata data dalla corrispondenza tra Giulia Beccaria e Maria Cosway che a Lodi aveva aperto un collegio frequentato da Vittoria Manzoni, figlia di Alessandro ed Enrichetta Blondel. In quelle lettere si parlava di ricette e quella scoperta ha rappresentato una svolta: si è così cominciato a setacciare gli epistolari femminili dell’ambiente di Manzoni, soprattutto nelle lettere di Teresa Stampa, la seconda moglie dello scrittore. Seguendo poi le tracce delle figlie dello scrittore maritate in Toscana ed Emilia si è riusciti a fare un raffronto tra la cucina della casa milanese più sobria e quella più ricca di Firenze e della Toscana, forse anche per una maggior vita mondana rispetto a quella condotta dal don Lisander.
Anna Ranzi ha invece rivolto l’attenzione all’arte di apparecchiare la tavola, riprendendo peraltro gli argomenti di una mostra allestita a Villa Monastero, ricordando come la ricchezza di una tavola rappresentasse uno status sociale: dietro la maniera di apparecchiare o di servire in tavola c’è tutto un mondo. Posate – che tra l’altro nel Settecento ancora non esistevano – e piatti diventano più raffinati. Ci sono manuali che insegnano come organizzare pranzi anche per quattrocento invitati come i banchetti di nozze ed è in quella circostanza che nasce l’abitudine del menù perché i commensali sapessero cosa avrebbero mangiate.
Il tema, nel suo complesso, è naturalmente vastissimo: si è parlato dell’immancabile polenta che da piatto dei poveri a un certo punto arriva anche sulle tavole delle famiglie borghesi, si è parlato del frutteto realizzato da Manzoni ne parco della villa di Brusuglio, della cura che lo scrittore – grande agricoltore e grande botanico – metteva nella coltivazione. Delle pere a cui era affezionate, dell’impaccio della cuoca di casa Manzoni alle prese con aragosta e tartufi che non aveva mai visto.
E si è parlato anche di vino, perché Manzoni era anche un vignaiolo all’avanguardia che guardava alle innovazioni francesi. Come avevano fatto anche Cavour e Ricasoli. Fino ad allora, il vino era prodotto per autoconsumo, si puntava sulla quantità e non sulla qualità, le vigne erano sacrificate. In Francia le grandi svolte erano già avvenute ed è in quegli anni che anche in Italia si cominciano a seguire i metodi francesi. E Manzoni è in prima fila.
D.C.




















